Azione cattolica

Mese della pace: a Taranto sarà presentato un saggio ispirato a Giorgio La Pira

Alla biblioteca Acclavio, sabato 24, a cura di Azione Cattolica e della Consulta diocesana delle aggregazioni laicali 

19 Gen 2026

In un tempo che ci sfida a ritrovare il senso del cammino comune, la città di Taranto si interroga sul futuro partendo dalle radici della speranza. Sabato 24 gennaio, alle ore 17, alla biblioteca comunale Pietro Acclavio, si terrà la presentazione del saggio ‘Il principio e il progetto di ogni speranza. Con Giorgio La Pira, parole e visioni per le sfide del nostro tempo’, a cura di Luca Micelli (Editrice Ave).

L’evento rappresenta uno dei momenti centrali del Mese della pace promosso dall’Azione Cattolica di Taranto, il cui tema quest’anno è ‘Terra in pace’.

L’iniziativa, nata dalla sinergia tra le associazioni appartenenti alla Consulta diocesana delle aggregazioni laicali (Cdal), vuole essere un cantiere di riflessione per tutta la cittadinanza. Non si tratta di una semplice presentazione editoriale, ma di un invito a riscoprire la ‘politica del cuore’ e della visione. Attraverso le parole di Giorgio La Pira, il ‘sindaco santo’ che ha saputo parlare di pace in tempi di mura e divisioni, il libro offre una bussola per orientarsi tra le complessità di oggi.

L’incontro vedrà la presenza del curatore Luca Micelli e di Sihem Djebbi, docente all’Université Paris Nord-Sorbonne e alla Pontificia Facoltà teologica dell’Italia meridionale, che dialogheranno con i rappresentanti delle principali realtà laicali del territorio (Azione Cattolica, Comunione e Liberazione, Centro di cultura ‘G. Lazzati’, Movimento dei focolari e Pax Christi) per un confronto che intreccia l’eredità lapiriana con le sfide globali del Mediterraneo e dell’integrazione, a testimonianza di una Chiesa e di una cittadinanza che sanno farsi rete.

La serata sarà aperta dai saluti di mons. Paolo Oliva (direttore Cdal), moderata da Angela Giungato (già presidente diocesana di Azione Cattolica) e sarà impreziosita dalle letture dei testi di Giorgio La Pira a cura di Gianfranco Guarino, per dare voce e corpo alle visioni profetiche contenute nel testo.

Per informazioni:
email: segreteria@actaranto.it 

 

Angelus

La domenica del Papa – Non abbiamo bisogno di “surrogati di felicità”

ph Vatican media-Sir
19 Gen 2026

di Fabio Zavattaro

Siamo ancora lungo le rive del fiume Giordano e nuovamente incontriamo, nel quarto Vangelo, Giovanni che “vede venire verso di lui” un uomo che “mi è passato avanti, perché era prima di me”. Non è più semplicemente il Battista, ma è colui che, pur confessando per due volte di non conoscere Gesù, lo riconosce e testimonia che è “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, è “il figlio di Dio”. Si è manifestato in modo impensabile, ovvero in mezzo ai peccatori per essere battezzato come loro, anzi per loro. Giovanni è stupito, sconcertato; ma poi capisce che Gesù si è manifestato “non con la potenza di questo mondo bensì – affermava papa Francesco – come Agnello di Dio, che prende su di sé e toglie il peccato dal mondo”. Da ricordare che l’agnello era e è l’alimento centrale del pasto pasquale che nella tradizione ebraica, faceva memoria dell’uscita del popolo dalla schiavitù dell’Egitto, l’arrivo nella terra promessa e la fine della migrazione. Giovanni ci presenta Gesù come il figlio di Dio, come colui che avrà un ruolo determinante nel cammino di liberazione di tutti gli uomini. Riconosce che è il Salvatore, afferma all’Angelus Leone XIV “ne proclama la divinità e la missione al popolo di Israele” ma poi “si fa da parte”. Giovanni Battista è un uomo amato dalle folle e temuto dalle autorità di Gerusalemme; per lui sarebbe stato facile sfruttare questa fama, afferma il Papa, e invece “non cede per nulla alla tentazione del successo e della popolarità. Davanti a Gesù, riconosce la propria piccolezza e fa spazio alla grandezza di lui. Sa di essere stato mandato a preparare la via al Signore, e quando il Signore viene, con gioia e umiltà ne riconosce la presenza e si ritira dalla scena”.

Nel commentare questo passo il vescovo di Roma parla di testimonianza importante anche per i nostri giorni: “all’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti”. Sono “surrogati di felicita”, afferma papa Prevost, di cui non abbiamo bisogno; non servono “illusioni passeggere di successo e di fama” perché “la nostra gioia e la nostra grandezza” si fondano sul “saperci amati e voluti dal nostro Padre che è nei cieli”. Anche oggi il Signore è presente nell’umanità che non lo conosce, ricordava undici anni fa Papa Francesco, e come Giovanni ci viene chiesto di “riconoscerlo” nell’umanità, nelle culture e nella storia; ci viene chiesto di incontrarlo nel volto di chi soffre, dei poveri, dei migranti, di coloro che sono senza voce.

Ancora oggi, dice Leone XIV, Gesù “viene tra noi non a stupirci con effetti speciali, ma a condividere la nostra fatica e a prendere su di sé i nostri pesi, rivelandoci chi siamo realmente e quanto valiamo ai suoi occhi”. Non lasciamoci trovare “distratti al suo passaggio” afferma il Papa, “non sprechiamo tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza”, ma manteniamo “vigile lo spirito, amando le cose semplici e le parole sincere, vivendo con sobrietà e profondità di mente e di cuore, accontentandoci del necessario”. L’invito di Leone è “fare deserto”, ovvero “fermarci in silenzio a pregare, riflettere, ascoltare” per “incontrare il Signore e stare con lui”.

Nelle parole che pronuncia dopo la recita dell’angelus, il Papa ricorda che in questa domenica ha inizio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – che si concluderà il 25 gennaio festa della conversione di San Paolo – e invita a pregare “per la piena unità visibile”.

Una celebrazione che ha una storia antica e già Leone XIII, nel 1894, incoraggiava questo tempo di preghiera. Nel 1908 si celebra il primo ottavario di preghiera per l’unità. Quest’anno il tema guida è il versetto della lettera agli Efesini “Un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza a cui siete stati chiamati” e le meditazioni sono state curate dalla Chiesa armena apostolica.

Un impegno questo per l’unità, afferma ancora papa Prevost, che “si deve accompagnare coerentemente con quello per la pace e per la giustizia nel mondo”. Così ricorda le “grandi difficoltà” della popolazione dell’est della Repubblica democratica del Congo, “costretta a fuggire dal proprio Paese, specialmente verso il Burundi, a causa della violenza e ad affrontare una grave crisi umanitaria. Preghiamo affinché tra le parti in conflitto prevalga sempre il dialogo per la riconciliazione e la pace”.

Diocesi

Settimana per l’unità dei cristiani, iniziative in tutta la diocesi

19 Gen 2026

Quest’anno la nostra diocesi vivrà l’impegno della Settimana per l’unità dei cristiani in un tempo più prolungato che non si esaurirà domenica 25 gennaio (ha preso il via domenica 18), giorno tradizionalmente dedicato alla chiusura. L’arcivescovo mons. Ciro Miniero auspica infatti che si possano vivere sull’evento momenti a livello vicariale o interparrocchiale e già diverse comunità si stanno organizzando per vivere insieme alcuni momenti di preghiera.
“Lo sforzo ecumenico, nel contesto storico odierno, è un segno essenziale di controtendenza – spiega don Francesco Tenna, incaricato diocesano per il dialogo ecumenico – Lo scenario attuale, caratterizzato da divisioni, guerre, violenza a vari livelli, ci parla poco e niente di speranza. Eppure il titolo proposto per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026, ‘Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati’ invita i cristiani a riflettere e a vivere l’unità non come semplice ideale ma come realizzazione del mandato divino.
Un solo corpo: l’apostolo Paolo con questa metafora indica la chiesa come una realtà che supera ogni barriera e tutti i confini. La diversità delle membra è armonizzata dalla sintonia d’intenti. Questa è la Chiesa: diversi per questioni geografiche, etniche o per tradizioni ma uniti dalla fede in Cristo e dall’unico desiderio di farlo conoscere. Unità, quindi, non vuol dire uniformità”.
“Questa Settimana – conclude – continui ad alimentare la comunione tra le nostre Comunità, tra tutti i credenti in Cristo, vincendo ogni divisione e diffidenza, promuovendo la cultura dell’incontro. Siano questi la nostra speranza e il nostro impegno”.

Diocesi

Cristo Re di Martina Franca, Settimana per l’unità dei cristiani

16 Gen 2026

di Angelo Diofano

Anche quest’anno a Martina Franca la comunità parrocchiale di Cristo Re, affidata ai frati francescani minori, si unisce alla preghiera della Chiesa universale per invocare dal Signore il dono dell’unità tra tutti i cristiani, nella settimana ad essa dedicata sul tema ‘𝐔𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐞 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐞̀ 𝐥𝐨 𝐒𝐩𝐢𝐫𝐢𝐭𝐨, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐧𝐚𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐃𝐢𝐨 𝐯𝐢 𝐡𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚𝐭𝐢’ (Ef 4,4).

“Sarà un tempo prezioso – spiegano i frati – 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐚𝐫𝐜𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢 𝐮𝐧𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐞̀ 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐟𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐞 𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥’𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐩𝐢𝐫𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐦𝐢𝐥𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐮𝐨𝐫𝐞”.
Durante la settimana sono previsti alcuni momenti di preghiera comunitaria, culminando nella veglia ecumenica conclusiva, segno concreto di cammino condiviso e di fraternità.
Così l’invito dei frati: “Vi invitiamo a partecipare e a portare nella preghiera il desiderio di una Chiesa sempre più unita, credibile e testimone del Vangelo”.

Questo il programma parrocchiale:

Lunedì 19: ore 18.30, Lunedì eucaristico.

Giovedì 22: ore 20, recita del Rosario allo Spirito Santo; ore 20.30, adorazione carismatica.

Venerdì 23: ore 19.45, veglia ecumenica presieduta da don Francesco Tenna, delegato diocesano dell’Ufficio per il dialogo ecumenico e interreligioso.

 

Ecclesia

Le nuove religioni e il fascino delle sette

16 Gen 2026

di Luana Comma

Negli ultimi decenni le cosiddette nuove religioni hanno preso piede anche in Occidente. Una simile diffusione è stata resa possibile dalla profonda trasformazione che la nostra cultura ha subito: il mito del progresso, il consumismo, la crisi dei valori spirituali e morali. Questa massificazione, da un lato, ha prodotto una forte omogeneità – basti osservare come i nostri giovani seguano le stesse mode, gli stessi linguaggi – ma dall’altro ha generato un diffuso smarrimento dei valori umani.

In questo scenario culturale hanno trovato spazio le sette e i nuovi movimenti religiosi, che promettono di colmare il vuoto spirituale dell’uomo contemporaneo.

Sorge allora una domanda inevitabile: che cosa offrono realmente questi movimenti? E perché le grandi Chiese non appaiono più così solide da costituire per molti un rifugio e una guida?

Va premesso che le sette ottengono maggiore successo là dove la Chiesa e la società non riescono a rispondere ai bisogni profondi delle persone. Inoltre, non è da sottovalutare l’efficacia delle tecniche di reclutamento che tali movimenti mettono in atto. Così, tra la vulnerabilità di individui fragili, il desiderio di colmare un vuoto esistenziale e la ricerca di esperienze spirituali nuove, trova terreno fertile l’influsso di proposte religiose alternative, spesso seducenti ma ingannevoli.

Le nuove religioni, pur nella loro grande varietà, condividono alcuni bisogni fondamentali dell’essere umano, ai quali offrono risposte immediate e rassicuranti. Offrono innanzitutto un senso di comunità, in un tempo in cui si è costantemente connessi ma raramente in relazione autentica. Propongono certezze immediate, capaci di tranquillizzare di fronte alle domande sul dolore, sulla morte, sul futuro. Promettono una spiritualità vicina alla vita quotidiana, capace di integrare corpo e spirito, benessere e salvezza.

A tutto questo si aggiunge la promessa di una realizzazione personale: chi aderisce a questi gruppi sente di uscire dall’anonimato e di appartenere a una cerchia “scelta”, in cui la vita riacquista significato. Non manca infine la figura del leader carismatico, che incarna la guida e il riferimento assoluto, sostituendo spesso la libertà del discepolo con una forma sottile di dipendenza spirituale. Dietro queste promesse di appartenenza e di senso, tuttavia, si cela una dinamica ambigua: la ricerca sincera di spiritualità si trasforma facilmente in bisogno di certezze immediate, e la fede rischia di ridursi a un sistema chiuso. Là dove l’esperienza religiosa dovrebbe aprire all’incontro e alla libertà, subentra la logica dell’obbedienza cieca, del controllo, del gruppo che si autoassolve e si isola.

In questo scenario complesso, s’impone una domanda decisiva: quale atteggiamento è chiamata ad assumere la Chiesa cattolica di fronte al moltiplicarsi di nuove religioni e movimenti spirituali? Non si tratta di reagire con paura o chiusura, ma di esercitare un discernimento evangelico capace di distinguere ciò che, anche nelle esperienze più lontane, custodisce un autentico desiderio di Dio. Ogni ricerca di senso, anche quando si smarrisce, nasce infatti da una nostalgia di verità e di comunione che solo Cristo può colmare.

La Chiesa non deve dunque porsi come giudice, ma come madre e maestra: capace di riconoscere il bene là dove germoglia e di accompagnare, con pazienza e chiarezza, chi rischia di confondere la luce con le sue imitazioni. È in questa prospettiva che il dialogo e la vigilanza pastorale si intrecciano: il primo per accogliere, la seconda per custodire la fede.

Il compito che ne deriva non è quello di condannare le sette, ma di ricostruire il tessuto di fiducia e di senso che esse illusoriamente promettono. Dove la Chiesa saprà tornare presenza viva, luogo di comunione e di ascolto, là l’uomo non cercherà più altrove la salvezza che gli è già stata donata.

Per ritrovare credibilità e forza evangelica, la Chiesa è chiamata a ripartire dalle sue comunità, rendendole luoghi di autentica accoglienza, dove ciascuno possa sentirsi visto, ascoltato e amato. Occorre restituire a Dio e ai sacramenti il loro posto centrale, ricordando che il Signore non è soltanto vicino all’uomo, ma è anche l’Onnipotente e il Santo, Colui che tutto abbraccia e tutto trascende, e che proprio nella sua trascendenza si fa misericordioso. La sua presenza è viva e reale: non bisogna attendere l’Aldilà per incontrarlo, perché Egli si lascia trovare nel presente di ogni vita, nella storia concreta del mondo.

La Parola di Dio deve tornare a essere il cuore pulsante della nostra società e della nostra fede. Cristo parlava in parabole, cioè con un linguaggio semplice e profondo, capace di raggiungere tutti. Così anche oggi sacerdoti, catechisti e missionari sono chiamati a parlare con parole che risuonino nel vissuto delle persone, a discernere i segni dei tempi, a formare i fedeli e a camminare accanto a loro nelle difficoltà.

Solo così sarà possibile ricondurre l’uomo contemporaneo all’amore di Cristo, che non è un’idea astratta né un mito del passato, ma una presenza viva che salva, illumina e rinnova la vita. Quando le nostre comunità torneranno a testimoniare questa bellezza semplice e ardente del Vangelo, nessuno potrà più apparire come rifugio: perché il cuore dell’uomo avrà ritrovato la sua casa.

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

Tracce

Iran: un popolo che vuole esistere

ph Ansa-Avvenire-Sir
16 Gen 2026

di Emanuele Carrieri

Da diversi giorni ormai, giungono immagini rubate di quanto sta succedendo in Iran e gli interrogativi si sovrappongono: che cosa accadrà? Come andrà a finire? Ma la domanda più importante è questa: un intervento esterno può davvero favorire l’opposizione a disfare un regime al potere dalla fine degli anni settanta, in un Paese con oltre novanta milioni di abitanti, con le quarte riserve al mondo di petrolio e le seconde di gas che potrebbero rifornire i consumi di tutta l’Unione europea? È l’unico Stato della regione che con il nome di Persia occupa più o meno gli stessi confini da tremila anni e non c’è iraniano che non sia cosciente di questo: il nazionalismo è il vero collante di un Paese che ha sempre visto il vicino mondo arabo come ostile. Gli interventi esterni del secolo scorso hanno avuto conclusioni violente e contrarie al loro scopo. Il colpo di Stato del 1953, ordinato da Usa e Regno Unito, contro il primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mossadeq – che aveva da poco nazionalizzato l’industria petrolifera – riportò al potere Reza Pahlevi ma aprì la via al processo rivoluzionario. E Saddam si convinse che la rivoluzione avesse indebolito l’Iran (un tempo “guardiano del golfo Persico”) e, approfittando dell’ostilità della comunità internazionale verso Khomeini, cercò di strappare il controllo dell’area del Kuzistan, ricca di petrolio, in cui vivevano gruppi di origine araba. Nel settembre del 1980 attaccò l’Iran con il sostegno degli stati arabi (eccetto la Siria), dell’Urss, degli Usa e gran parte dell’Europa. Si pensava che Teheran, priva dello Scià e dell’aiuto americano, sarebbe crollata in poche ore: l’esito fu una guerra di otto anni con un milione di morti che rafforzò il regime di Khomeini e la repressione interna. Nelle ultime ore, il principe ereditario di Reza Pahlevi si sta autocandidando come l’uomo di una soluzione forte col favore organizzativo e propagandistico di Israele e Usa. Se il desiderio di un intervento militare straniero da parte di un iraniano medio può essere considerato una reazione emotiva comprensibile, rimane incomprensibile da parte di chi si propone come l’uomo chiave per superare la dittatura verso una democrazia. Molti interventi militari esterni occidentali in Medio Oriente (e altrove) sono stati dei fallimenti, dall’Afghanistan sino all’Iraq, per arrivare alla Libia. L’Iran li ha pagati a elevato prezzo: il crollo dell’Iraq ha significato l’ascesa dell’Isis, un gruppo radicale sunnita che era diventato un rischio mortale per gli sciiti iraniani. L’Isis fu fermato a un’ora di auto da Bagdad dai pasdaran e dalle truppe del generale iraniano Soleimani, poi ucciso da un missile proprio di Trump. Gli esuli iraniani puntano molto sull’intervento esterno, come ha evocato Trump perché pensano che questa sia l’unica possibilità di rovesciare il regime. E Trump che intenzioni ha? Non vuole rischiare di rimanere impantanato in un conflitto di lungo termine ma al petrolio tiene molto: i pozzi iraniani di oro nero, che riforniscono la Cina, sono un obiettivo principale. Come e ancora più del Venezuela, l’Iran è una questione internazionale. L’Iran di oggi è un Paese allo sbando, ostaggio dell’ossessione di una leadership onnipotente, che ha vagheggiato un programma nucleare fino a vedere il Paese ridotto a zero. Negli anni trascorsi, un Paese democratico e libero non era utile a nessuno: né ai vari nemici vicini, né alle superpotenze lontane. Controllare un Paese con le maggiori risorse energetiche fossili al mondo non è facile: una monarchia docile o una teocrazia odiata sono preferibili alla nascita di una democrazia, le cui strategie politiche non possono essere previste. Tutte le misure occidentali, pensate per punire il regime e contenerlo – dalle sanzioni economiche alle pressioni di carattere diplomatico, fino agli accordi nucleari – si sono rivelate un boomerang. Il regime iraniano le ha sapute sfruttare a proprio vantaggio, trasformandole in strumenti per rafforzare il racconto della resistenza e in quel modo consolidare le proprie strutture di potere. Vero è che, indebolito dalle sanzioni, dopo i disastri subiti da Hamas, da Hezbollah e la perdita di potere del siriano Assad, il sistema ha fallito per la sua inefficienza sotto il profilo economico e dell’influenza regionale, ma, ancora oggi, l’apparato repressivo, militare e poliziesco, è perfettamente funzionante. Ma ogni volta che c’è una minaccia estera o esterna durante questi disordini in Iran, il regime cambia davvero ma tornando “alle impostazioni di fabbrica” e il Paese deve ricominciare tutto, dall’inizio. La verità è che, in queste ore, il popolo iraniano non sta chiedendo di avere uno scià al posto degli ayatollah, sta chiedendo un Paese diverso. Questo è punto è il punto fondamentale. Uno degli equivoci più frequenti e più ricorrenti, in Occidente, è leggere la crisi iraniana come una opzione fra due modelli, falliti e fallimentari. Ma, poi, è concepibile che i vicini di Teheran vogliano un Iran democratico? La Turchia di Erdogan, membro dell’Alleanza Atlantica, ha diversi accordi con gli ayatollah, ma l’Iran è un Paese da sempre e senza dubbio concorrente ma, soprattutto, dotato di risorse enormi. Gli stati del Golfo, che sono tutte monarchie sunnite assolute, non si sa quanto guarderebbero, con amicizia, una democrazia sciita ai loro confini. Israele, poi, non ha mai nascosto il fatto che vuole far crollare del tutto l’Iran e di volere l’aiuto degli Stati Uniti in quello sforzo. Trump, se avesse una vista acuta, potrebbe accontentarsi di un Iran economicamente aperto agli Usa, di un Iran integrato nel mondo arabo che dia stabilità nella regione, rendendo il fine di Washington molto diverso da quello di Tel Aviv. Questo è quel che sta accadendo in Iran: è un popolo che rifiuta sia la dittatura del presente quanto le illusioni del passato, e che, ancora adesso, paga questo rifiuto con il prezzo più alto. Questo popolo non sta chiedendo dei salvatori, ma sta solo chiedendo di poter esistere.

Festeggiamenti patronali

Grottaglie: il 18 prendono avvio i solenni festeggiamenti di san Ciro

16 Gen 2026

di Silvano Trevisani

Lasciate alle spalle, solo da pochi giorni, le festività natalizie, la comunità di Grottaglie è già proiettata ai festeggiamenti patronali. L’antico culto del medico, eremita e martire nordafricano fu portato a Grottaglie da Napoli, dov’era era stato portato a sua volta da Roma. Ma era proprio nell’antica capitale del Regno di Napoli che il santo era molto venerato da secoli, così come in tante località italiane, e lì la sua venerazione aveva attratto Francesco de Geronimo, il santo gesuita grottagliese che nella Napoli tormentata dai secoli XVIII e XVIII svolgeva la sua missione, facendo base alla Chiesa del Gesù nuovo. Le manifestazioni 2026 si apriranno ufficialmente domenica 18 con la traslazione del venerato simulacro del santo nella prima delle tre processioni previste, ma da oltre un mese la comunità è intensamente impegnata nella realizzazione della ‘foc’ra’ (nella foto un’immagine delle scorse edizioni). La grande pira che da sempre è l’elemento caratterizzante dei festeggiamenti ha assunto, infatti, connotazioni particolari, oltre che per la dimensione acquisite, da ‘record’, per le modalità di realizzazione e per l’interazione che consentirà anche nei giorni precedenti. Anche quest’anno la pira, le cui torre centrale è già stata realizzata nella metà di dicembre, avrà un’altezza massima superiore ai venti metri e una pari larghezza massima della base.

Come al solito, il programma dei festeggiamenti, organizzato dal comitato presieduto dal parroco, don Eligio Grimaldi, è molto intenso e prevede una varietà di appuntamenti e riflessioni che si accompagnano al programma strettamente religioso. Le celebrazioni religiose, come dicevamo, si apriranno già domenica prossima, 18 gennaio, alle 17, con la traslazione della venerata immagine di San Cito dalla Chiesa dei paolotti, nella quale è alloggiata un una cappella laterale, alla Chiesa Madre. La scansione del calendario, che vede cadere il festeggiamenti di sabato 31 gennaio, prevede l’avvio del novenario giovedì 22, che sarà predicato dal cappuccino fra Lorenzo Volpe ofm. Con sante messe alle 7, 9 e 18.

Venerdì 23, alle 19 avrà luogo la presentazione del volume “Kaire Maria” tra Oriente e Occidente di Franco Semeraro e Angelo Aquaro.

Mercoledì 28, alle 19 si svolgerà la XXI edizione di Medici per San Ciro con la consegna della borsa di studio che premia un laureato in medicina di Grottaglie.

Venerdì 30, dalle 7 alle 17,30 i fedeli potranno ricevere in Chiesa madre l’antico sacramento dell’unzione con l’olio benedetto di San Ciro, recitando la preghiera utilizzata da san Francesco de Geronimo. Alle ore 11 la santa messa sarà animata dall’Unitalsi, alle 11,45 la benedizione del pane di san Ciro. Dalle 12 alle 16 ci sarà la tradizionale ‘Varda a San Ciro’, ovvero la meditazione continua dalla dalle donne devotedavanti alla statua del santo. Alle 18, solenne concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Ciro Miniero che alle 20 presenzierà alla benedizione e accensione della pira nella 167 bis, assieme alle autorità cittadine.

Infine il 31 gennaio, giorno della festa patronale, alle ore 10, solenne concelebrazione eucaristica, presieduta dall’arcivescovo emerito di Potenza, Salvatore Ligorio, mentre alle 13,30 muoverà la solenne processione che attraverserà la principali vie cittadine. A conclusione, alle 20,30 spettacolo pirotecnico di contrada Paparazio a cura della ditta Senatore Fireworks di Cava dei Tirreni

I festeggiamenti si concluderanno domenica 8 febbraio con il riporto, alle ore 16, della venerata immagine del santo nella Chiesa dei paolotti, seguita da fuochi pirotecnici.

I festeggiamenti si concluderanno domenica 8 febbraio con il riporto, alle ore 16, della venerata immagine del santo nella Chiesa dei paolotti, seguita da fuochi pirotecnici.

Presteranno servizio: Banda Città di Grottaglie del m° Antonio L’Assainato, Banda di Grottaglie “Opus in musica”, Service audio e luci a cura della ditta Roberto Cifarelli di Grottaglie; l’addobbo in Chiesa sarà curato dalla ditta Aventaggiato di Castrignano dei Greci (Le).
Curerà l’artistica illuminazione la ditta di Corigliano Calabro (Cs).

La ‘foc’ra’ ha assunto una dimensione particolare, grazie all’impegno profuso dall’associazione odv Amici della foc’ra. La sua costruzione è realizzata con le fascine di legna d’ulivo e con i tralci delle viti portati dai fedeli per devozione – come è scritto nella tradizione secolare. La struttura è sormontata da una grande punta piramidale, anche questa in legno, e i maestri autori della pira sono stati affiancati da alcuni giovani che, da qualche anno, si stanno accostando a questa antica arte.

Sport

Taranto, la sfida col Galatina e il feeling ritrovato con la rete

ph G. Leva
16 Gen 2026

di Paolo Arrivo

Quattordici goal fatti, uno subìto in sole due partite. I numeri dell’ultimo Taranto sono impressionanti. Ma pure fuorvianti, perché gli avversari sono stati il Gallipoli in Coppa Italia, e una squadra imbottita di under in campionato, la Virtus Mola. A ogni modo segnare tanto non è mai scontato. Pensiamo ad esempio ai disastri della nazionale italiana, incapace persino di superare squadre modeste, più deboli sulla carta. Domenica i rossoblu ritroveranno le mura amiche dello stadio “Italia” di Massafra per ospitare il Galatina. Quattro giorni dopo, giovedì 22, giocheranno ancora in casa contro il Bisceglie la finale d’andata della Coppa Italia di Eccellenza pugliese. Competizione che diventa sempre più un obiettivo, utile a strappare il pass per la serie D.

Galatina, una squadra in crisi

Il prossimo avversario del Taranto nella 24esima giornata dell’Eccellenza Puglia si trova invischiato nella parte bassa della classifica. Il Galatina non vince dal sette dicembre scorso (1-0 sul Taurisano), e viene da quattro sconfitte consecutive – l’ultima, in casa, gliel’ha inferta la Nuova Spinazzola. L’ambiente è depresso, per le prestazioni e per i risultati. Di tutt’altro umore invece gli uomini di mister Danucci. Nel percorso di avvicinamento alla partita, che si giocherà alle ore 15 (l’unico match serale contrapporrà il Bitonto al Polimnia), hanno lavorato a parte Nicola Loiodice, Davide Incerti ed Emilis Kirliauskas. I favori del pronostico sono tutti dalla parte degli ionici. Per il Galatina l’obiettivo da raggiungere a fine campionato è la salvezza: un ridimensionamento rispetto alla scorsa stagione, quando i salentini riuscirono ad accedere agli spareggi per la promozione in serie D. Il club sta provando a voltare pagina. Per questo, alla fine del 2025, ha esonerato l’allenatore Alessandro Longo, sostituito da Vincenzo Mazzeo.

Il mercato sempre aperto

Nei giorni scorsi è stato ufficializzato l’acquisto di Emanuele Mastrangelo: in prestito gratuito fino al termine della stagione, il portiere classe 2006, alto centottantasette centimetri, è sceso da due categorie superiori all’Eccellenza pugliese. Ovvero dal Guidonia Montecelio in serie C. L’atleta è validissimo, protagonista della promozione dei laziali nella scorsa stagione, i tifosi gli hanno dato il benvenuto. Il Taranto si è inoltre assicurato Alessio Sansò. Si tratta di un difensore esterno, classe 2007, proveniente dal Gallipoli, che ha militato nelle giovanili del Casarano. Così con questi arrivi il parco under si è rinforzato. E l’entusiasmo dei giovani risulta essere sempre la migliore benzina. Quanto a Ciro Foggia, invece, il direttore sportivo Danilo Pagni ha smentito le voci circolate su una possibile trattativa con l’attaccante napoletano in forza alla Scafatese. L’auspicio, per una rosa che non avrebbe bisogni di ritocchi ulteriori, è che tutti i calciatori a disposizione di Ciro Danucci onorino la maglia e la categoria.

 

Taranto-Mola, l’ultimo incontro di campionato allo stadio Italia di Massafra nel racconto fotografico di Giuseppe Leva

Diocesi

Per le celebrazioni giubilari della Santa Maria della neve, a Crispiano il Giubileo della politica

ph ND
16 Gen 2026

di Angelo Diofano
Nell’ambito delle celebrazioni  giubilari per i 200 anni della parrocchia di Santa Maria della Neve, a Crispiano, domenica 18 gennaio,  avrà luogo il Giubileo della politica e  degli amministratori con santa messa alle ore 18 cui seguirà alle ore 19 un incontro, sempre in chiesa madre, sul tema ‘Servire il bene comune: responsabilità, etica e speranza’ che sarà sviluppato da don Antonio Panico, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale sociale, il mondo del lavoro e la custodia del creato nonché docente alla Lumsa. Al termine, confronto a più voci sul medesimo tema dell’incontro, moderato dalla giornalista Paola Casella, con la partecipazione del sindaco Luca Lopomo, del consigliere regionale Renato Perrini, dei consiglieri comunali e degli ex sindaci.
Fu mons. Giuseppe Antonio de Fulgure, arcivescovo di Taranto dal 1818 al 1833, a istituire il 13 novembre 1826 la prima parrocchia crispianese denominandola appunto ‘Santa Maria della Neve’, quando Crispiano era ancora un villaggio dipendente amministrativamente da Taranto (sarebbe divenuto comune autonomo nel 1919).
Il parroco don Michele Colucci ricorda, infine, che per tutto l’anno giubilare sarà possibile ottenere l’indulgenza plenaria alle consuete condizioni.

Diocesi

Domenica 18, in piazza Garibaldi, la benedizione degli animali

16 Gen 2026

di Angelo Diofano

Domenica 18 gennaio, a Taranto, in occasione della festa di Sant’Antonio Abate, al termine della santa messa delle ore 11, il parroco della San Pasquale Baylon padre Vincenzo Chirico, dei frati francescani minori, impartirà in piazza Garibaldi la benedizione agli animali domestici.

 

Diseguaglianze sociali

Barbie autistica, ma l’inclusione resta fuori dalla scatola

ph Sir-ai
15 Gen 2026

di Riccardo Benotti

C’è qualcosa di profondamente emblematico nella nuova Barbie autistica della Mattel. Il marchio che per decenni ha codificato un unico ideale di perfezione ora prova a restituire un’immagine più ampia del mondo: carrozzina, protesi, apparecchi acustici, vitiligine, sindrome di Down, diabete, autismo. Certamente è un segnale culturale rilevante. Eppure, come accade ogni volta che la disabilità entra nel discorso pubblico, la questione è più delicata e profonda di quanto sembri. Perché la visibilità è un passo avanti, ma da sola non basta.

La Barbie autistica arriva sugli scaffali con cuffie antirumore, fidget spinner, tablet per la comunicazione aumentativa, vestiti morbidi per chi vive diversamente le sollecitazioni sensoriali. Molti osservatori hanno subito detto che “così finalmente le bambine autistiche possono vedersi rappresentate”. Offre un’immagine rassicurante, perfino tenera. In realtà non dovrebbero essere le bambine con disabilità a identificarsi nelle bambole: dovrebbero farlo gli altri. A cominciare dai bambini neurotipici, i compagni di classe o gli amici del parco, con un funzionamento neurologico considerato ‘standard’ o ‘tipico’. Sono loro che hanno più bisogno di imparare a vedere, riconoscere, accogliere. L’inclusione non è un processo interiore della persona con disabilità: è una responsabilità della comunità che la circonda.

E poi c’è la questione ancora più profonda: sì, le bambole contano. Modificano l’immaginario, aprono conversazioni, normalizzano gli ausili. Ma l’inclusione vera non nasce da uno scaffale color pastello. Nasce dalle relazioni, dall’incontro reale, dalla condivisione degli spazi, dal tempo speso insieme. Una Barbie può predisporre uno sguardo; ma è un compagno che aspetta, un insegnante che capisce, una città che non mette barriere, una parrocchia che accoglie chi non rientra nei canoni, a trasformare davvero la vita. Le bambole rappresentano; le persone si incontrano. E solo l’incontro cambia davvero le cose.

Qui però si apre la zona d’ombra. La Barbie autistica – come la Barbie in carrozzina – mostra una disabilità bella, pettinata, composta, sempre sorridente. Una versione levigata, Instagram-friendly, addomesticata. Nessuna crisi sensoriale, nessuna fatica, nessun rumore interiore. Una fragilità che fa tenerezza ma che non disturba, non interroga, non crea inciampi e che rischia di proporre la traduzione estetica di una disabilità che, per essere mostrata, deve prima essere ‘ripulita’ di ciò che nella vita reale è complesso, doloroso, scomodo. Una disabilità compatibile con il feed, non con il mondo.

Il rischio è evidente: se l’unica immagine diffusa è quella di un’autonomia impeccabile, un sorriso costante, un outfit perfetto, allora chi vive forme più complesse – nell’autismo, nella disabilità motoria, nelle patologie rare – rischia di scomparire di nuovo. O peggio: potrebbe essere percepito come ‘sbagliato’, perché non rientra nella cornice estetica che il marketing ha consacrato come inclusiva.

Ma anche dentro questa ambivalenza, una possibilità esiste. Una bambola così può essere un invito agli adulti: non fermatevi alla superficie. Usatela come occasione per parlare di ciò che la scatola non mostra. Raccontate ai bambini che l’autismo non è un accessorio, che la carrozzina non è un simbolo ma un modo di abitare il mondo, che la disabilità non coincide con un sorriso perfetto. Parlate delle differenze reali, delle fatiche, delle gioie, delle relazioni che possono nascere solo quando si incontra una persona vera, non la sua versione lucidata.

Perché in una società che misura tutto in base alla performance, l’inclusione non può essere un prodotto da fotografare. È una pratica relazionale, quotidiana, complessa. È lo sguardo che si allarga, lo spazio che si fa più ampio, il tempo che si dilata per accogliere chi ha un passo diverso. Barbie può fare da scintilla, da segnale, da inizio. Ma il cambiamento autentico nasce solo quando impariamo a riconoscerci gli uni negli altri. Nelle fragilità vere, non in quelle levigate da Instagram.