Diocesi

Alla San Roberto Bellarmino, memoria liturgica della Madonna di Lourdes

ph G. Leva
10 Feb 2026

di Angelo Diofano

La memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes sarà celebrata mercoledì 11 febbraio anche nella parrocchia di San Roberto Bellarmino, a Taranto, ove si trova una riproduzione della grotta che fece da scenario suggestivo alla famosa apparizione mariana.

Questo il programma: precedute mezz’ora prima dalla recita del santo rosario, sante messe si terranno alle ore 8.30 – 9.30 – 11 (quest’ultima presieduta dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero); ore 12, supplica alla Madonna di Lourdes; ore 17.30, santo rosario; ore 18, santa messa con la partecipazione della confraternita dell’Addolorata e della sottosezione di Taranto dell’Unitalsi; ore 18.45, processione aux flambeaux per corso Italia, via Campania, via Emilia, viale Liguria con rientro in chiesa.

Diocesi

Continua l’omaggio dei tarantini alla Madonna di Fatima

ph G. Leva
09 Feb 2026

di Angelo Diofano

Prosegue nella parrocchia del Sacro Cuore, a Taranto, il grande pellegrinaggio dei fedeli per l’omaggio all’immagine itinerante della Madonna di Fatima, la cui permanenza si concluderà domenica 15 febbraio.

Martedì 10, in mattinata, la statua andrà in visita ai ricoverati dell’ospedale ‘San Giuseppe Moscati’ mentre in chiesa dalle ore 8.30 a mezzogiorno avrà luogo l’adorazione eucaristica. Alle ore 17 si terrà l’incontro con i ragazzi e  bambini delle classi di catechismo; alle ore 18.30 la recita del santo rosario e alle ore 18.30 la santa messa con offerta dell’’incenso a Maria presieduta da padre Andrea Mistrorigo, servo del Cuore Immacolato di Maria; infine, alle ore 19.30, catechesi mariana.

Mercoledì 11, in mattinata la statua sarà portata nelle case degli ammalati mentre in chiesa dalle ore 8.30 a mezzogiorno avrà luogo l’adorazione eucaristica; alle ore 17 si terrà l’incontro con i ragazzi e  bambini delle classi di catechismo; alle ore 18.30 la recita del santo rosario e alle ore 18.30 la santa messa presieduta dal parroco don Francesco Venuto con il rito dell’unzione degli infermi; al termine della celebrazione verrà consegnata ai fedeli una boccettina con l’acqua benedetta di Lourdes.

Giovedì 12, in mattinata ci sarà la visita della Madonna agli studenti dell’istituto Righi mentre in chiesa dalle ore 8.30 a mezzogiorno avrà luogo l’adorazione eucaristica; alle ore 17 si terrà l’incontro con i ragazzi e  bambini delle classi di catechismo; alle ore 18.30 la recita del santo rosario e alle ore 18.30 la santa messa presieduta dal vicario ‘ad omnia’ mons. Alessandro Greco con benedizione e consacrazione delle famiglie sotto la protezione di Maria; alle ore 19.30, catechesi mariana.

“La Madonna di Fatima – conclude don Francesco Venuto – non viene a portarci un ricordo ma una chiamata. Viene a bussare al nostro cuore, a ricordarci che Dio non si stanca mai di amarci e di aspettarci”.

 

Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva

 

Ricordo

È morto Antonino Zichichi: la scienza come via verso il Mistero

ph Media Inaf
09 Feb 2026

di Luana Comma
Si è spento oggi, lunedì 9 febbraio, all’età di 97 anni, Antonino Zichichi, scienziato di fama internazionale, originario di Trapani, cattolico praticante e testimone autorevole di un dialogo possibile e fecondo tra fede e scienza. Con la sua morte, il mondo accademico e culturale perde una figura che ha attraversato il Novecento e il nuovo millennio con uno sguardo capace di tenere insieme rigore scientifico e apertura al Mistero.
Fisico delle particelle, Zichichi ha legato il suo nome in modo indelebile al Cern di Ginevra, dove ha svolto un ruolo di primo piano nella ricerca fondamentale, contribuendo in modo decisivo alla scoperta dell’antideutone, una delle acquisizioni più significative nello studio della materia e dell’antimateria. Per lui, tuttavia, la scienza non è mai stata semplice accumulo di dati o esercizio di potere tecnico, ma ricerca paziente delle leggi profonde che strutturano il reale, nella convinzione che l’universo non sia frutto del caso, bensì portatore di un ordine intelligibile.
Accanto all’attività scientifica, Zichichi ha sempre manifestato un forte e dichiarato cattolicesimo, vissuto non come rifugio intimistico, ma come orizzonte interpretativo capace di dare senso anche all’impresa scientifica. In numerosi interventi e scritti ha sostenuto che non esiste alcuna scoperta scientifica in grado di negare l’esistenza di Dio, poiché la scienza risponde al “come” del mondo, mentre la fede custodisce la domanda sul “perché”. Da questa convinzione nasceva il suo rifiuto di ogni contrapposizione ideologica: critico tanto verso un darwinismo assolutizzato quanto verso i creazionismi più rigidi, ribadiva la necessità di distinguere senza separare i diversi piani del sapere.
Profondamente legato alla grande tradizione scientifica, Zichichi guardava ad Archimede e Galileo Galilei come a due figure emblematiche. Del genio siracusano ammirava l’unicità storica e la capacità di intuire, con secoli di anticipo, strutture fondamentali del pensiero scientifico; di Galileo difendeva la statura intellettuale e spirituale, promuovendo anche la nascita di un comitato di premi Nobel in sua memoria. Nei suoi numerosi scritti — da Galileo Galilei, divin uomo a Tra fede e scienza, fino a Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo — ha mostrato come la nascita della scienza moderna sia stata possibile proprio grazie alla fiducia nell’ordine della creazione, non alla negazione di Dio.
Questa visione è riemersa con particolare chiarezza in un post pubblicato il 27 gennaio scorso sulla sua pagina Facebook, dove Zichichi tornava a riflettere sul significato profondo dell’eredità galileiana. Ricordava come Galileo non abbia cercato il caos, ma le leggi; non abbia presupposto il disordine, ma un ordine universale valido nello spazio e nel tempo. Con strumenti semplici e un’intelligenza fiduciosa, Galileo aprì l’orizzonte della scienza perché era convinto che la natura fosse intelligibile, portatrice di una struttura profonda. In quella riflessione si condensava l’intero pensiero di Zichichi: la scienza nasce da un atto di fiducia razionale e, ancora oggi, pur nel massimo rigore, resta aperta alla grande sfida della verifica sperimentale senza chiudere la domanda sul fondamento ultimo dell’essere.
Antonino Zichichi lascia così un’eredità che va oltre le singole scoperte: un modo di abitare la scienza senza separarla dalla fede, di cercare la verità senza ridurla, di riconoscere nell’ordine del cosmo non una minaccia alla libertà umana, ma un invito a pensare più in profondità. In un tempo spesso segnato da contrapposizioni sterili, la sua testimonianza rimane un richiamo esigente e luminoso alla responsabilità del pensiero.

Messaggio del Santo padre

La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro

ph Vatican media-Sir
09 Feb 2026

di papa Leone XIV

In occasione della Giornata del malato 2026 che sarà celebrata l’11 febbraio in Perù, papa Leone XIV ha divulgato un messaggio che riportiamo testualmente:

 

Cari fratelli e sorelle!

La XXXIV Giornata mondiale del malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati.

Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca (cfr Lc 10,25-37). A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore.

Il dono dell’incontro: la gioia di dare vicinanza e presenza

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Il samaritano «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato […] il proprio tempo».[1] Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini.[2] A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia.[3]

L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono.[4] Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro»,[5] perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare.

Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. Sant’Ambrogio diceva: «Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo».[6] Essere uno nell’Uno, nella vicinanza, nella presenza, nell’amore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.

La missione condivisa nella cura dei malati

San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità».[7] Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nell’Esortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a un’autentica «azione ecclesiale» (n. 49). In essa citavo San Cipriano per mostrare come in quella dimensione possiamo verificare la salute della nostra società: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto».[8]

Essere uno nell’Uno significa sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini.[9] Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti. In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti.[10]

Spinti sempre dall’amore per Dio, per incontrarci con noi stessi e con il fratello

Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (Lc 10,27), possiamo riconoscere il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dell’uomo in tutte le sue dimensioni. «L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv 4,12.16)».[11] Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e sé stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili.[12] Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti.[13]

Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare sé stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza [14] e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. Benedetto XVI diceva che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio».[15]

Cari fratelli e sorelle, «il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio».[16] Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:

Dolce Madre, non allontanarti,
non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
Tu che sempre mi proteggi
come mia vera Madre,
fa’ che mi benedica il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.

Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata mondiale del malato.

 

[1] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 63.

[2] Cfr ibid., 80-82.

[3] Cfr S. Agostino, Discorsi, 171, 2; 179 A, 7.

[4] Cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Deus charitas est (25 dicembre 2005), 34; S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Salvifici doloris (11 febbraio 1984), 28

[5] S. Francesco d’Assisi, Testamento, 2: Fonti Francescane, 110.

[6] S. Ambrogio, Trattato sul Vangelo di San Luca, VII, 84.

[7] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 78.

[8] S. Cipriano, De mortalitate, 16.

[9] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Salvifici doloris (11 febbraio 1984), 24.

[10] Cfr ibid., 31.

[11] Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 26.

[12] Cfr ibid.

[13] Cfr Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 79.

[14] Cfr ibid., 101.

[15] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 53.

[16] Francesco, Messaggio ai partecipanti al 33° Festival internazionale dei giovani (MladiFest), Medjugorje, 1-6 agosto 2022 (16 luglio 2022).

Tracce

Ribelle per amore

(Avvenire)
09 Feb 2026

di Emanuele Carrieri

Il primo incontro non fu granché. Aveva appena terminato il suo recital di poesie. Decine di poesie, una dietro l’altra, commentate a una a una. L’ultima fu “Frei Tito”. Gli si parò davanti un ragazzo, di circa venti anni, e gli domandò: “A padre Tito de Alencar Lima è dedicata l’ultima poesia?”. Gli occhi severi di padre David Maria Turoldo puntarono gli occhi di quel ragazzo. “Chi sei tu? Cosa sai tu di quel domenicano?”. Sono passate diverse decine di anni da quel primo incontro, sono passate molte estati e sono finiti molti inverni da quel freddissimo 6 febbraio del 1992 in cui padre David Maria Turoldo morì. Il drago – così chiamava il cancro al pancreas che lo aveva colpito nell’estate del 1988 – smise di incutere paura perché definitivamente sconfitto. Da quella estate del 1988 padre David fece di quel suo dolore, e dei dolori dell’umanità, un canto divino fra terra e cielo. Continuò imperterrito, senza un momento di sospensione, a scrivere, a parlare, a urlare il dolore del mondo. Urlò lo scandalo della guerra nell’arena di Verona, nel settembre del ’91, durante la manifestazione di Beati i costruttori di pace: “O l’uomo è uomo di pace o non è uomo!”. Ha vissuto fino all’ultimo respiro, chiamando amico e fratello il drago che si era introdotto come un re sul trono proprio nel centro esatto del suo ventre. Ma è sempre più complicato, anche a distanza di molti anni, cercare e trovare un ambito, un luogo, un territorio per circoscrivere una figura come quella di padre David: frate, poeta, scrittore, esegeta, predicatore, regista. Dovunque si tenti di collocarlo, l’uomo David scompare. Quello che a tutti gli esseri umani appare eccezionale, per lui era normale, era conseguenza ovvia e naturale di una vita smerigliata, scartavetrata, spianata, smussata dalla Parola di Dio. Come si fa a dare forma poetica alla Parola di Dio senza rimanere abbagliati, conquistati e scandalizzati da quel monito perentorio, da quell’annuncio di nuovi cieli e nuove terre? “Non ho mai avuto il bisogno di scegliere – rispose in una intervista rilasciata diversi mesi prima di morire al vaticanista di Repubblica Luigi Accattoli – per me poetare e pregare è la stessa cosa. La mia poesia viene dalla Bibbia e dai Salmi”. Ecco perché non c’è disgiunzione in lui, fra l’uomo, il poeta e il religioso. Scrivere era come sentire la voce degli abissi che si manifestava per mezzo del rombo inquietante della storia, che, di volta in volta, egli trascinava a giudizio. Padre David sapeva bene che la Parola di Dio abita nelle periferie delle città, luoghi in cui si accampano i poveri, gli oppressi, i miserabili, gli esuberi e i rigettati dal mondo. Sotto quella linea di orizzonte, aveva conosciuto e imparato a guardare le cose, fin dall’infanzia. Quella dei bisognosi, infatti, era la sua casa, era la sua famiglia in quel paesino del Friuli, Coderno di Sedegliano, dove era possibile condividere perfino la miseria. Quella condivisione era il simbolo di una gioia semplice, costruita sull’essenziale, una gioia che oggi viene scompigliata dal caos del superfluo. Una deriva umana che padre David considerava una specie di guerra sul retroscena del mondo, in cui la morte, addirittura la morte, diventa un oggetto riproducibile in serie. E, poi stava sempre al fianco degli sconfitti, degli oppressi, dei dannati. Ai piccoli, agli ultimi, agli emarginati, ai derelitti di qualunque latitudine, padre David è rimasto fedele sempre e ha cantato gli abbandonati, gli anonimi, gli ultimi degli ultimi, che non possono neanche far conoscere al mondo la loro esistenza, come i barboni, i clochard, i senza nessuna dimora, che dormono all’addiaccio, nei cartoni nel cuore di Milano, la città più mitteleuropea di Italia. In questa civiltà delle guerre, degli eccidi, degli assassini e degli stermini armati, l’uomo della Parola di Dio non poteva rinunciare a dire, a cantare lo scandalo della violenza. La morte orribile delle guerre, Turoldo l’ha sempre denunciata e così ha cantato le vittime sacrificali dell’odio umano. Significativi e di grande spessore spirituale sono i versi della poesia scritta per ricordare padre Tito, giovane domenicano suicida, nel boschetto di un convento di Lione, perché distrutto dalle torture del regime militare e dittatoriale brasiliano: “Che Dio ci perdoni / ci perdoni di esistere / ci perdoni di dirci cristiani / ci perdoni di questi anni / santo Frei Tito / ancora pendente all’albero / (della vita nel nuovo giardino) / davanti al convento di Lione”. Parole che sbocciano da un cammino spirituale di grande spessore e di elevata statura. E sono le parole di un uomo, un poeta, un credente, che insieme a Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, Giovanni Barbareschi, Dino Del Bo, Mario Apollonio, si definivano “ribelli per amore”. E fino all’ultimo respiro padre David è rimasto un ribelle “per amore”. Per questo ha amato fino all’ultimo soffio di vita, per questo è stato amato. E per questo, a distanza di oltre trenta anni dalla scomparsa, viene ancora amato e ricordato.

Sport

Prisma La Cascina, vittoria della maturità sul Brescia

ph G. Leva
09 Feb 2026

di Paolo Arrivo

Cattiva e cinica. Spietata nel sovvertire il pronostico che la vedeva ingiustamente sfavorita: sconfiggendo nettamente il Gruppo Consoli Sferc Brescia per 3-0 (25-22, 26-24, 25-20) al Palafiom, nella quinta giornata di ritorno della serie A2 maschile, la Prisma ha dato conferma della qualità del suo roster, per mezzo di una performance impeccabile sul piano della personalità e della continuità di gioco. Efficaci al servizio e al muro, in particolare grazie al centrale Gabriele Sanfilippo, eletto mvp, gli ionici sono stati affidabili sia in attacco che in difesa. E capaci di gestire al meglio i momenti chiave della partita. Proprio come aveva chiesto il loro allenatore alla vigilia.

Il match Taranto – Brescia

Avvio sul filo dell’equilibrio. L’ace di Sanfilippo porta avanti la Prisma (8-6). Brescia reagisce e piazza un break di quattro punti costringendo al timeout Pino Lorizio. Continua l’equilibrio a metà parziale (12-12) con gli ospiti che sono insolitamente fallosi al servizio. Gli ionici invece ritrovano fiducia, conducono 15-12 e allungano con la battuta vincente di Marco Pierotti: stavolta, sul 18-14, è Roberto Zambonardi a chiedere la sospensione del gioco. La Cascina resiste alla rincorsa degli avversari e si aggiudica il set (25-22). Nel secondo parziale i lombardi spingono sull’acceleratore (1-4), ma Taranto non sta a guardare e pareggia. Brescia è avanti nel finale (18-20). Il muro di Sanfilippo su Oreste Cavuto e l’ace di Andrea Zanotti tengono accese le speranze degli ionici (22-23) che possono contare anche sul contributo di capitan Antonov. Ancora un monster block di Sanfilippo sullo stesso Cavuto rimette tutto in discussione. Si va ai vantaggi, Taranto la spunta con la spinta del pubblico (26-24).

L’allungo

A spezzare l’equilibrio nel terzo set ci pensa ancora una volta Pierotti al servizio (6-4). Padroni di casa avanti a metà parziale (12-9), sono carichi a molla, mentre gli ospiti appaiono demoralizzati. Nella fase centrale il gap aumenta (22-14). I bresciani rosicchiano appena due punti, e dopo aver annullato due match point capitolano, 25-20. Il Palafiom può festeggiare la seconda vittoria interna consecutiva. Per Brescia si tratta di una dura lezione, figlia certamente anche della stanchezza, per aver giocato la semifinale di Coppa Italia, vinta da Prata.

Il campionato

Domenica prossima quindici febbraio la Prisma è attesa in casa della Campi Reale Cantù. Per il ritorno al Palafiom bisognerà attendere il 4 marzo, quando arriverà la Rinascita Lagonegro: tre giorni prima un’altra trasferta, a Siena, per i ragazzi di coach Lorizio. La lontananza dal palazzetto amico deve ricaricare ulteriormente l’ambiente, la tifoseria. Altre quattro intense battaglie sportive andranno in scena al Palafiom sino al termine della regular season. Intanto, la sfida con Cantù sarà un’altra partita da vincere, per rilanciarsi ancora in classifica: grazie al successo sul Brescia la Prisma ha lasciato il terz’ultimo posto. E la zona playoff dista quattro lunghezze.

 

Taranto – Brescia nel racconto fotografico di Giuseppe Leva

Eventi in diocesi

Cristo Re: il senso del pudore nella società contemporanea

09 Feb 2026

Lunedì sera, 9 febbraio, alle ore 19.45 la comunità parrocchiale di Cristo Re, a Martina Franca, invita i fedeli a vivere nella ‘Sala del Cantico’ un nuovo momento di ascolto, riflessione e crescita condivisa nel cammino della catechesi comunitaria: “Si tratta di uno spazio prezioso – dice il parroco padre Paolo Lomartire – in cui lasciarsi interrogare dalle domande profonde del nostro tempo alla luce del Vangelo”.
Il tema che guiderà questo secondo incontro sarà ‘II senso del pudore nella società contemporanea: il corpo, le emozioni, le dinamiche relazionali’. Interverranno il dott. Marzia, psicoterapeuta, e la dott.ssa Colomba, psicologa, che aiuteranno a leggere questo tema con competenza umana e sensibilità spirituale. “In un tempo in cui tutto sembra essere esposto e mostrato – conclude padre Lomartire – riscoprire il valore del pudore significa ritrovare la bellezza del rispetto, della profondità e della verità nelle relazioni. Sarà un’occasione per confrontarsi, lasciarsi provocare e crescere insieme come comunità credente”.

 

Angelus

La domenica del Papa – Essere sale e luce

ph Vatican media-Sir
09 Feb 2026

di Fabio Zavattaro

Sono persone semplici, umili, pescatori. A loro ha parlato delle beatitudini su quel monte che degrada verso il mare di Galilea. In questa domenica si rivolge loro non con un invito, ma per dire: voi siete il sale della terra e la luce del mondo. Proprio coloro la cui vita è umile, povera, mite, piccola, quasi insignificante rispetto alle grandi cose del mondo, sono i destinati a portare sapore e luce. Cose insignificanti ma delle quali il mondo non può farne a meno, non solo al tempo di Gesù.

Riflettiamo per un momento su queste parole di Gesù che Matteo propone nel suo Vangelo. Il sale innanzitutto; serviva a conservare, a purificare ancor prima che a condire i cibi. In molte culture è simbolo di sapienza, di amicizia, di condivisione. La legge ebraica prescriveva di mettere un po’ di sale sopra ogni offerta come segno di alleanza con Dio.

E poi la luce. Non abbiamo bisogno di citarla perché grazie a lei possiamo esprimere meraviglia per un panorama, per un volto che, diciamo, si illumina; per un tramonto che proprio il sole, che lentamente si nasconde, ci permette di ammirare. È al buio che capiamo la sua importanza e ne cerchiamo il conforto. Ma se il sale da sapore è proprio perché, una volta aggiunto alla pietanza, non ne abbiamo più traccia, si è sciolto; cioè sappiamo della sua presenza grazie al sapore ma non riusciamo a individuarlo, a vederlo.

La luce quindi. Il riferimento ovviamente è alla candela che non può essere nascosta sotto il moggio, ovvero un piccolo recipiente utilizzato anticamente per misurare le granaglie. La luce della candela va posta, dunque, su un candelabro e quella candela farà luce consumandosi. La luce, ricordava papa Benedetto XVI, è “la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce, come proclama il salmista: lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino.”

Commentando il passo del Vangelo, Leone XIV sottolinea che “è la gioia vera a dare sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era”. È la gioia che “risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione”.

Nel citare il brano del profeta Isaia, il Papa elenca i gesti che “interrompono l’ingiustizia: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa. Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto”.

Gesù invita a non rinunciare alla gioia perché “il sale che ha perso sapore a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”. Quante persone, afferma ancora il vescovo di Roma, si sentono “da buttare, sbagliate, è come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità”. La gioia afferma ancora papa Leone è riaccesa da “gesti di apertura agli altri e di attenzione”, gesti che “nella loro semplicità ci pongono controcorrente”.

Matteo mettendo questa riflessione su sale e luce dopo il discorso della montagna sembra quasi dirci che proprio chi è mite, puro di cuore può essere quel sale e quella luce, capace di dare sapore alle cose e accendere i cuori.

Papa Leone, nelle parole che pronuncia dopo la preghiera mariana, chiede di continuare a pregare per la pace: “le strategie di potenza economica e militare, ce lo insegna la storia, non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”.

Esprime quindi “dolore e preoccupazione” per gli attacchi in Nigeria contro varie comunità nelle regioni settentrionali dove “violenza e rapimenti tengono in ostaggio” queste terre, e hanno causato gravi perdite di vite umane”. Così esprime vicinanza “a tutte le vittime della violenza e del terrorismo” e auspica che “le autorità competenti continuino ad adoperarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino”.

Ricorda infine la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Occasione, per il Papa di ringraziare “le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità”.

Diocesi

La scomparsa di fra Francesco Milillo

09 Feb 2026

di Angelo Diofano

Grande dolore ha suscitato nella parrocchia di San Lorenzo da Brindisi la notizia della scomparsa di fra Francesco Milillo, frate francescano cappuccino, 59 anni, deceduto domenica 8 febbraio nell’infermeria provinciale di Santa Fara, a Bari.

Originario di Gioia del Colle, prima di entrare fra i cappuccini, egli ha lavorato nel settore turistico, nell’accoglienza alberghiera e, soprattutto, come dj, “uno di quelli (ricorda l’amico Gregorio Stano) che sanno leggere l’anima della folla attraverso il ritmo. Celebre era il suo legame profondo con Giuliano Sangiorgi e i Negramaro”.

Fra Francesco – continua Stano – è stato vicario parrocchiale a Taranto dal  2006 al 2011, punto di riferimento per il Cammino Neocatecumenale, l’Ofs , gli Araldini e la Gifra; era molto amato in particolare dai giovani. In quel periodo ha insegnato religione nelle scuole tarantine, in particolare all’Alfieri, dove ha portato la sua forte testimonianza di fede”.

Successivamente ha assunto l’incarico di parroco alla Santa Maria Immacolata in Barletta, dove ha lasciato un segno profondo grazie alla sua capacità di ascolto, alla sobrietà e alla costruzione di relazioni autentiche. Dal 2020 è stato cappellano ospedaliero a Scorrano nel tempo doloroso del coronavirus. “In quell’incarico – rammenta Stano –  è stato il volto della consolazione nei corridoi gelidi della pandemia, portando il sacramento della presenza dove regnava l’isolamento. Il suo amore per i poveri e per i ragazzi in gravi difficoltà non era fatto di proclami, ma di gesti concreti, di tempo regalato, di dignità restituita”.

Dal 2021 fra Francesco Milillo  è stato parroco all’Immacolata a Trinitapoli dove nel 2023 ha festeggiato il 25° di sacerdozio.

 

Diocesi

San Roberto Bellarmino, ingresso del nuovo parroco don Pinuccio Cagnazzo

ph G. Leva
09 Feb 2026

di Paolo Simonetti

Non ha dubbi don Pinuccio, alla domanda sul tempo vissuto in questi anni in Germania risponde deciso: “Non mi pento di aver fatto questa esperienza!”, pur riconoscendo che “all’inizio è costato una fatica enorme, lasciare l’Italia, lasciare la propria diocesi, la mia diocesi, i miei amici, la mia famiglia, andare e spostarsi di un bel po’ di chilometri, in una terra che non conoscevo, insomma questo mi ha toccato”.

Nella giornata di domenica 8 febbraio si fa festa a San Roberto, parrocchia situata nel rione Italia di Taranto, all’incrocio tra viale Liguria e corso Italia: è una domenica speciale per l’accoglienza del nuovo parroco, don Pinuccio Cagnazzo, di rientro da una missione in Germania, a servizio delle comunità di origine italiana che vivono e lavorano in quel grande Paese.

L’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha presentato il nuovo parroco ai fedeli ricordando la storia di don Pinuccio, già parroco alla Madonna delle Grazie di Grottaglie e alla Santa Famiglia alla Salinella.

Rivolgendosi al nuovo parroco, l’arcivescovo ha subito precisato l’identità della comunità parrocchiale che è luogo di incontro, luogo di preghiera. Partendo dalla ricca pagina evangelica di Matteo, proclamata in questa quinta domenica del Tempo ordinario, ha tratteggiato la missione del discepolo chiamato a essere “sale della terra”. Dalle parole dell’arcivescovo tutti hanno compreso la cura del pastore che accompagna il suo gregge e sa gioire con esso nei momenti lieti.

In una giornata così importante, all’emozione di un nuovo inizio si accompagnano i ricordi. “Quando sono arrivato in Germania – rammenta don Pinuccio – nei primi giorni mi colpiva molto l’organizzazione della società tedesca, il l grande senso civico, il rispetto per le cose comuni, l’ordine, la bellezza delle città, la cura del verde, anche se non hanno niente a che fare con la bellezza delle città italiane. Le città tedesche sono quasi un ritornello, un cliché, sono quasi tutti uguali, ma colpiscono per la cura dei dettagli”.

Non sono mancate le difficoltà legate a questa scelta, soprattutto quelle legate alla vita quotidiana: “Non conoscevo il tedesco – racconta – quindi, per ogni cosa dovevo portarmi sempre un traduttore, o una traduttrice, per il medico, per andare alle riunioni organizzate dalla diocesi e così via. Poi ho cominciato a studiare il tedesco, sono andato a scuola, ho preso i certificati e quindi ho cominciato più o meno a destreggiarmi”.

L’arrivo a San Roberto sicuramente sarà il modo per arricchire il ministero di parroco con quanto appreso e vissuto a contatto con le chiese tedesche. Ne è convinto don Pinuccio che per sei anni si è immerso in quella realtà ecclesiale: “Ho vissuto la Chiesa tedesca, l’organizzazione delle diocesi che è molto, molto diversa dalle nostre. Nelle parrocchie, nelle comunità, oltre alla figura del parroco o del viceparroco che loro chiamano cappellano, c’è la figura dell’assistente pastorale, che è un laico. Quindi ho dovuto anche riorganizzare la mia mente. Se in Italia c’è un’esperienza troppo clericalizzata, col prete al centro di tutto, invece in Germania c’è proprio l’esatto opposto, anzi c’è quasi uno strapotere del laicato, dove i ministri ordinati a volte sembrano figure di comparsa. Ero a servizio degli italiani provenienti da diverse regioni, soprattutto meridionali, con una lingua italiana un pochettino lasciata ai tempi che furono, non aggiornata insomma. Ho continuato a parlare l’italiano in modo preciso, perché pensavo di rendere un servizio anche ai nostri italiani, perché certi vocaboli non erano compresi risvegliando così l’interesse per la stessa lingua italiana”.

“La pastorale – prosegue – non è organizzata come in Italia. Qui da noi i parrocchiani vivono intorno alla parrocchia, nelle comunità all’estero invece le parrocchie abbracciano fino a 50 chilometri di distanza, un raggio enorme di distanza, quasi come in diaspora. Ho avuto a che fare con una pratica alla messa domenicale altalenante, proprio a causa di queste difficoltà. La pastorale è orientata al sociale, specialmente per tenere insieme gli italiani, organizzando anche delle feste. Ma non ho rinunciato alla mia presenza evangelizzatrice, per cui ho inserito incontri sulla parola di Dio a cadenza mensile e lectio divina anche con belle soddisfazioni. Non sono mai mancate le prime comunioni, ma con numeri molto ridotti, con le cresime in numeri ridottissimi”.

Don Pinuccio sa anche quali luci di posizione tenere ben accese all’inizio del nuovo servizio a San Roberto. Ce lo indica con la schiettezza che lo caratterizza. “Il rapporto con il laicato, innanzitutto, che già rispettavo molto prima di partire per la Germania; ho sempre creduto e continuo a credere nel laicato, non come una pedina alle dipendenze del parroco, ma come presenza che si esprime a partire dal Battesimo; una presenza di uomini e donne che partecipano alla missione della Chiesa, partecipazione che non è il contentino che dà il parroco, un diritto del battezzato. Certo, conservo nel cuore l’aver imparato a confrontarmi con questa esperienza tedesca dove la presenza del laicato si manifestava anche nelle stanze dove si prendono decisioni forti anche, a livello curiale”.

Non si può trascurare di chiedere a don Pinuccio come ne esce arricchita la sua fede e il suo sacerdozio. Ci risponde con un volto pensieroso: “Un prete che va all’estero resta da solo perché è difficile avere rapporti col clero della nuova diocesi. Resti pure sempre uno straniero. Anche la lingua non permette quella fluidità di comunicazione con un confratello ma anche perché le comunità di madrelingua che ho incontrato vivevano una vita a sé stante, non del tutto integrata all’interno della pastorale diocesana. La solitudine può essere pericolosa perché potrebbe venire meno la preghiera o la pratica sacramentale del sacerdote stesso. Occorre irrobustirsi, cioè avere un forte carattere spirituale per non cedere, per non cadere. Sì, credo che questa esperienza abbia irrobustito ancora di più il mio sacerdozio. Sono convinto, senza presunzione, che in Italia non abbiamo da imparare niente da nessuno, perché l’esperienza della chiesa italiana è completa: va dalla pastorale dei bambini con l’iniziazione cristiana, con gli oratori, per andare alla pastorale giovanile che è ricchissima in Italia, per non parlare poi della pastorale familiare, ancora di più. In Germania tutto questo non l’ho trovato”.

Già in questa prima settimana di permanenza nella nuova parrocchia il nuovo parroco ha potuto confrontarsi con tante persone felicissime di averlo accolto. “Mi sono chiesto – dice – quali sentimenti sto provando in queste ore mentre vengo presentato alla comunità di San Roberto. Sono dei sentimenti di forte emozione perché entro in una storia che non invento io, ma in una storia che continua; quindi, sento di dovermi muovere con grande rispetto, con grande delicatezza, con la paura di infrangere qualcosa, di rompere qualcosa. La paura di non essere accettato o di non riuscire a farmi capire mi porta a pensare che alla fine ti fidi del Signore e basta, riponi in Lui tutto te stesso. Tra l’altro, questo rientro in Italia non l’ho cercato, mi è caduto così, improvvisamente. È stato l’arcivescovo a prendere l’iniziativa, ha cominciato delicatamente a propormi il rientro in Italia. Ma non l’avevo preventivato, tant’è vero che sono stato sei anni nella regione dell’Assia e poi, quindici mesi fa, mi sono trasferito nella Foresta nera. Se avessi avuto in mente il rientro in Italia non mi sarei spostato, sarei rimasto ancora lì. E questo ha comportato ancora più fatica, a distanza di quindici mesi fare un altro trasloco. Mons. Miniero, quando mi ha contattato, non mi ha menzionato per nulla la parrocchia, anzi è stato chiaro: ‘Non ti dico niente’ e io non l’ho voluta sapere. La parrocchia l’ho saputa solo dopo che ho detto il mio sì all’arcivescovo, “Sì, io rientro in Italia”. E mi sono abbandonato, mi sono fidato. Credo che per noi l’obbedienza è una virtù e quando obbedisci non ti devi pentire, perché nell’obbedienza crediamo che ci sia anche la mano del Signore che ci guida. Spero di essere all’altezza della situazione e di poter servire non con le mie idee, ma con le idee di Dio questa comunità”.

Il clima di festosa e commossa accoglienza che la comunità parrocchiale ha riservato al nuovo pastore già è una conferma che questa nuova missione inizia nel migliore dei modi.

Buon cammino, don Pinuccio!

 

Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva

 

Incontro di preghiera

Talsano, la preghiera del cuore

09 Feb 2026

di Angelo Diofano
Stasera, lunedì 9, alle ore 19.30 continua la scuola de ‘La preghiera del cuore’ alla parrocchia della Madonna del Rosario di Talsano. “Un tempo di silenzio che parla, un ascolto che guarisce, un respiro che riconduce all’essenziale”,  dice il parroco don Armando Imperato. 

L’incontro sarà tenuto, come sempre, da suor Tiziana Sciò e dalle suore Discepole di Gesù eucaristico.

 

Diocesi

Nella basilica di San Martino si celebra la Madonna di Lourdes

ph ND
06 Feb 2026

di Angelo Diofano

Anche la basilica di San Martino, a Martina Franca, celebra la memoria della Beata Vergine di Lourdes e la 34ª Giornata mondiale del malato.

Lunedì 9, alle ore 8.30 si terrà la santa messa; alle ore 18 avrà luogo l’adorazione eucaristica durante la quale i sacerdoti saranno disponibili per le confessioni; alle ore 17.30, recita del santo rosario animato dai  ministri straordinari della comunione; alle ore 18, santa messa alla quale seguirà l’atto di affidamento alla Beata Vergine di Lourdes.

Martedì 10, alle ore 8.30 santa messa; nel corso della mattinata i sacerdoti visiteranno gli ammalati della parrocchia; alle ore 17, adorazione eucaristica con possibilità di confessarsi; alle ore 17.30, il santo rosario sarà animato dai ministri straordinari della comunione; alle ore 18, celebrazione della santa messa.

Mercoledì 11, memoria della Beata Vergine di Lourdes e 34ª Giornata mondiale del malato, alle ore 8.30 verrà celebrata la santa messa; al mattino, visita dei sacerdoti ai malati della parrocchia; alle ore 17 si terrà l’adorazione eucaristica con l’amministrazione del sacramento della confessione; alle ore 18, recita del santo rosario solenne; alle ore 19, celebrazione della santa messa con l’impartizione dell’unzione degli infermi (malati e anziani); al termine avrà luogo la processione aux flambeaux in onore della Beata Vergine Maria.