Lavoro

Il porto è quasi fermo e i 300 ex Tct non vedono ancora prospettive

06 Nov 2025

di Silvano Trevisani

Il mondo del lavoro lancia continui segnali di fibrillazione, particolarmente evidenti nel nostro territorio che è alle prese con “la madre di tutte le vertenze”, ovvero la questione Ilva. In attesa dell’incontro con il governo a Palazzo Chigi, slittato all’11 novembre, si acuiscono le tensioni tra rappresentanti politici e sindacali, mentre ormai la produzione è ridotta ai minimi termini anche per le fermate per lavori di manutenzione dell’unico altoforno ancora in funzione.

Ma in questi giorni altre vertenze tengono banco, a partire dalla allarmante situazione del porto, con gli oltre 300 lavoratori in cassa integrazione ancora oggi privi prospettive. Ma numerose altre vertenze tengono banco a dimostrare come il mondo del lavoro stia vivendo un momento molto difficile: sono 600 gli esuberi denunciati dalla Natuzzi che, all’ultimo momento, è riuscita a sospendere i licenziamenti grazie alla cassa integrazione ottenuta come “azienda di interesse nazionale. Ma oggi 6 ottobre scioperano i farmacisti dipendenti da farmacie private, per lamentare l’inadeguatezza dei loro trattamenti salariali, fermi da molti anni e che rientrano nel comparto del commercio. Ma a protestare sono, tra gli altri, anche gli agenti della Polizia stradale, il cui numero in Puglia è ormai esiguo, a anche la polizia municipale di Leporano, che lamenta la mancata corresponsione delle spettanze maturate.

Ma veniamo alla dicente degli ex dipendenti del Tct, da anni in attesa di riqualificazione e ricollocazione. Il porto è quasi fermo e l’unica certezza è il segno meno del traffico merci container quasi azzerati. Continua la caduta libera del terminal in concessione al gruppo turco Ilport che, a sua volta, dà la colpa al mancato completamento delle opere di dragaggio dei fondali, troppo bassi per le grandi navi.

Resta, così, in un limbo il destino degli oltre 300 lavoratori ex terminal in cassa integrazione, in attesa di essere riqualificati per essere ricollocati. Diverse le possibilità sfumate negli ultimi anni. Dai cantieri degli yacht del gruppo Ferretti alla società Renexia, che avrebbe dovuto realizzare una fabbrica di turbine eoliche ma ha poi optato per Vasto. La speranza di rilancio è ora legata alla realizzazione dell’hub per la costruzione di piattaforme offshore galleggianti. Il ministero dell’Ambiente assegna a Taranto 28 milioni di euro per l’adeguamento del molo polisettoriale. Non c’è però ancora un soggetto attuatore né un bando per la sua individuazione. Incertezza che non consente l’avvio dei corsi di formazione per i quali la Regione Puglia ha stanziato 15 milioni di euro.

Il segretario della Uil Sasso, in particolare, denuncia che la mancata attuazione del decreto MASE sull’eolico offshore, con la conseguente assenza di linee guida operative, sta di fatto bloccando i corsi di riqualificazione. “I finanziamenti ci sono – denuncia Sasso – ma non ci è dato sapere quali competenze occorrerà sviluppare, a chi saranno destinati i futuri lavori sull’eolico portuale e quali saranno i soggetti coinvolti. Senza una visione definita perdiamo solo tempo e rischiamo di lasciare i lavoratori in unlimbo senza via d’uscita”.

“Non è solo la questione eolica a generare stallo: la logistica Vestas, che ha preso possesso della piazza portuale da oltre due mesi, ancora non fornisce piani occupazionali chiari. Rimangono oscure, inoltre, le intese raggiunte tra Ministero e Porto sulle ricadute reali in termini di lavoro, e l’incertezza regna anche sulla compatibilità tra i diversi progetti che insistono sul molo polisettoriale – dall’eolico al terminal container, fino al rigassificatore onshore – senza una regia politica che faccia ordine”.

Pesa soprattutto la grande incognita dell’acciaieria che ad oggi detiene circa l’ottanta per 100 delle banchine. Servono risposte dal governo dicono i sindacati e soprattutto si attende la proroga della cassa integrazione in scadenza.

Teatro

La stagione 2025-26 de ‘La scena dei ragazzi’ al Tatà di Taranto

06 Nov 2025

Si è tenuta mercoledì 5 novembre, alle ore 10.30 nella biblioteca Acclavio di Taranto, la conferenza di presentazione della nuova stagione La scena dei ragazzi 2025-26. Alla presenza dell’assessora alla Pubblica istruzione del Comune di Taranto, sono intervenute Adriana Marchitelli, dell’Ufficio Teatro Ragazzi di Puglia Culture, e Cinzia Sartini, responsabile Ufficio scuola del Crest.
“La scena dei ragazzi” è una rassegna dedicata al pubblico scolastico, dalle scuole dell’infanzia fino alla secondaria di primo grado. Sostenuta dal Comune di Taranto, è organizzata da Puglia Culture e curata dalla compagnia Crest.  
Da anni punto di riferimento nel panorama del teatro ragazzi, la rassegna è molto apprezzata dal pubblico delle scuole e si è consolidata per la qualità e la varietà delle proposte. Nella passata edizione ha ospitato 13 spettacoli di importanti compagnie regionali e nazionali specializzate nel settore, per un totale di 5.300 alunni partecipanti.
La rassegna, rivolta alle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, si terrà all’auditorium Tatà di Taranto.
Quindici spettacoli alle 10.30 dal 1 dicembre, le compagnie coinvolte sono Teatro Verde, Crest, Teatro Gioco Vita, I Teatrini, I Nuovi Scalzi, Teatro dell’Argine, Ruotalibera, Burambo, Fontemaggiore, Koreja, Catalyst e Kuziba.
Ogni lavoro è dedicato a una diversa fascia d’età, accompagnando i piccoli spettatori nel loro percorso di crescita, dai 3 ai 14 anni.
Si comincia il 1° e 2 dicembre con il Teatro Verde e lo spettacolo “1,2,3… Cantate con me! Canzoni, storie, rime, pupazzi ed altre stramberie”, dedicato ai più piccoli dai 3 ai 7 anni: un appuntamento allegro e musicale, dove il canto diventa gioco e scoperta, con ascolto della musica, narrazione vivace, umorismo e personaggi stravaganti. A seguire, il 10 e 11 dicembre, la compagnia Crest porta in scena “Viva Garibaldi!”, rivolto ai ragazzi dagli 11 ai 14 anni, per raccontare la storia di un eroe nazionale con ironia, passione giovanile collegando il passato al presente.
Il viaggio prosegue il 15 e 16 dicembre ancora con il Crest, che presenta “Arianna nel labirinto”, una suggestiva rivisitazione del mito greco pensata per i bambini dai 6 ai 10 anni, dove coraggio e curiosità si intrecciano in un racconto pieno di poesia. Qui il mito diventa un gioco, con un messaggio profondo e attuale. Dopo la pausa natalizia, il 21 e 22 gennaio torna il Crest con “Le Tragicomiche – Vita da Eroi”, uno spettacolo dedicato ai ragazzi dagli 11 ai 14 anni che alterna comicità e riflessione, mettendo in scena le piccole grandi sfide della crescita. Una importante occasione didattica per conoscere il teatro fliacico, una forma d’arte quasi dimenticata. 
Il mese di febbraio si apre con “Tutto cambia!” del Teatro Gioco Vita, in programma il 2 e 3, una delicata esplorazione del tema della trasformazione, dove si intreccia mito e realtà, pensata per i bambini dai 4 agli 8 anni. 
Il 10 e 11 febbraio arriva la compagnia I Teatrini con “Pietro Saltatempo”, un viaggio magico e visionario nel tempo e nei ricordi, nel valore del tempo, la pazienza e l’attesa, rivolto ai bambini dai 6 ai 12 anni. A seguire, il 19 e 20 febbraio, I Nuovi Scalzi presentano “L’Arte delle Maschere”, uno spettacolo vivace e divertente dedicato ai ragazzi dagli 11 ai 14 anni, che esplora con energia e fantasia il mondo della commedia dell’arte, una lezione insolita di storia e cultura italiana.
Il 26 e 27 febbraio, il Teatro dell’Argine con “Ricordi?”, una produzione intensa e poetica per ragazzi dagli 8 ai 14 anni, che invita a guardare dentro se stessi e a riscoprire la bellezza delle emozioni condivise. Dal linguaggio artistico originale, qui si usa il teatro circo per raccontare una storia complessa.
Il 3 e 4 marzo apre il ‘Pìnolo’, uno spettacolo di teatro-danza dedicato ai bambini dai 7 ai 10 anni che parla di sogni, desideri e del coraggio di essere se stessi. Il 9 e 10 marzo è la volta di Burambò con “Cenerentola 301”, una rivisitazione ironica e moderna della celebre fiaba, pensata per i bambini dai 5 ai 10 anni, spettacolo di marionette da tavolo, pupazzi in gommapiuma e attori. Una Cenerentola diversa, che non aspetta il principe per essere salvata. Un modello attuale che incoraggia l’empowerment femminile e l’autodeterminazione.
Il 19 e 20 marzo Fontemaggiore porta in scena “Tuttatesta”, da Perugia una produzione intensa e divertente rivolta ai ragazzi dagli 8 ai 14 anni, una performance di videoteatro che affronta con leggerezza i temi come le diversità, il pregiudizio, il bullismo. A seguire, il 25 e 26 marzo, la compagnia Koreja presenta “Paladini di Francia”, spettacolo tra i più amati da pubblico e critica con la tradizione dell’Opera dei Pupi. Per i ragazzi dagli 11 ai 14 anni, è un approccio all’epica, offrendo un modo originale e coinvolgente per avvicinare gli studenti all’opera di Ludovico Ariosto, l’Orlando Furioso.
Il 30 e 31 marzo torna il Crest con “Ninì e la balena”, una delicata storia di mare e immaginazione dedicata ai bambini dai 6 agli 11 anni raccontata dal punto di vista della balena.
La stagione continua il 14 e 15 aprile con Catalyst: “Pelle d’Asino”, teatro-danza,una rilettura poetica della fiaba tradizionale, destinata ai bambini dai 7 ai 12 anni, che invita a riflettere sul valore dell’identità e della libertà personale.
A chiudere il percorso teatrale, il 22 e 23 aprile, la compagnia Kuziba che porta in scena “Barbablù”, spettacolo per bambini dai 7 ai 12 anni che affronta con sensibilità e suggestione i temi della paura, della curiosità e del coraggio di conoscere ciò che ci spaventa, disobbedire e chiedere aiuto.

 

biglietto intero 5 euro, ridotto 4 euro.
info: 099 4725780 (int.3)

Diocesi

Appuntamenti in diocesi

foto G. Leva
06 Nov 2025

Nel corso dell’assemblea diocesana sono stati dati alcuni avvisi relativi ad alcuni importanti appuntamenti. 
La Settimana della fede sui temi della pace avrà luogo nei giorni 23, 24 e 25 febbraio 2026.
Invece il pellegrinaggio diocesano a Pompei si terrà il 25 giugno 2026.
Inoltre il 23 novembre 2025  sarà celebrata la giornata giubilare dei musicisti e delle corali, a cura di don Fabio Massimillo, mentre il 5 dicembre se apre di quest’anno ci sarà la giornata giubilare degli amministratori pubblici a cura di don Antonio Panico.

Udienza generale

Leone XIV: “Pregare per quanti sono provati dai conflitti armati”

ph Vatican media-Sir
06 Nov 2025

“Ogni giorno è Pasqua”: lo ha detto Leone XIV, che nella catechesi pronunciata in una piazza San Pietro ancora una volta affollata di fedeli, riprendendo il tema delle catechesi giubilari su “Gesù Cristo, nostra speranza”, dedicando l’udienza di mercoledì 5 al rapporto tra la Risurrezione e la nostra vita. Al termine, durante i saluti ai fedeli di lingua italiana, l’appello a pregare “per quanti sono provati dai conflitti armati in diverse parti del mondo”.

“Il mistero pasquale costituisce il cardine della vita del cristiano, attorno a cui ruotano tutti gli altri eventi”, ha ribadito il Papa: “La Pasqua di Gesù è un evento che non appartiene a un lontano passato, ormai sedimentato nella tradizione come tanti altri episodi della storia umana. La Chiesa ci insegna a fare memoria attualizzante della Risurrezione ogni anno nella domenica di Pasqua e ogni giorno nella celebrazione eucaristica, durante la quale si realizza nel modo più pieno la promessa del Signore risorto: ‘Ecco, io sono voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’”.

“Sperimentiamo ora per ora tante esperienze diverse: dolore, sofferenza, tristezza, intrecciate con gioia, stupore, serenità”, l’analisi del pontefice: “Ma attraverso ogni situazione il cuore umano brama la pienezza, una felicità profonda”. A questo proposito, il Papa ha menzionato “una grande filosofa del Novecento, Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, che ha tanto scavato nel mistero della persona umana, ci ricorda questo dinamismo di costante ricerca del compimento”.
“L’essere umano – la citazione di Leone XIV – anela sempre ad avere di nuovo in dono l’essere, per poter attingere ciò che l’attimo gli dà e al tempo stesso gli toglie”. “Siamo immersi nel limite, ma siamo anche protesi a superarlo”, il commento del pontefice.

“L’annuncio pasquale è la notizia più bella, gioiosa e sconvolgente che sia mai risuonata nel corso della storia”, ha garantito il Papa, definendo l’annuncio della Pasqua “il Vangelo per eccellenza, che attesta la vittoria dell’amore sul peccato e della vita sulla morte, e per questo è l’unica in grado di saziare la domanda di senso che inquieta la nostra mente e il nostro cuore”. “L’essere umano è animato da un movimento interiore, proteso verso un oltre che costantemente lo attrae”, il ritratto di Leone XIV: “Nessuna realtà contingente lo soddisfa. Tendiamo all’infinito e all’eterno. Ciò contrasta con l’esperienza della morte, anticipata dalle sofferenze, dalle perdite, dai fallimenti. Dalla morte ‘nullu homo vivente po skampare’, la citazione di San Francesco e del suo Cantico di Frate Sole.

“Meditando il mistero della Risurrezione, troviamo risposta alla nostra sete di significato”, il riferimento al rapporto tra la nostra vita e l’evento pasquale: in Gesù “abbiamo la sicurezza di poter trovare sempre la stella polare verso cui indirizzare la nostra vita di apparente caos, segnata da fatti che spesso ci appaiono confusi, inaccettabili, incomprensibili: il male, nelle sue molteplici sfaccettature, la sofferenza, la morte, eventi che riguardano tutti e ciascuno”.

“Tutto cambia grazie a quel mattino in cui le donne, recatesi al sepolcro per ungere il corpo del Signore, lo trovarono vuoto, il racconto di Leone: “La domanda rivolta dai Magi giunti dall’oriente a Gerusalemme: ‘Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?’, trova la sua risposta definitiva nelle parole del misterioso giovane vestito di bianco che parla alle donne nell’alba pasquale: ‘Voi cercate Gesù
Nazareno, il crocifisso. Non è qui. È risuscitato’. Da quel mattino fino a oggi, ogni giorno, Gesù avrà anche questo titolo: il Vivente, come Lui stesso si presenta nell’Apocalisse: ‘Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre’”.

“Anche il nostro tempo, segnato da tante croci, invoca l’alba della speranza pasquale”, ha attualizzato il Papa: “la Pasqua non elimina la croce, ma la vince nel duello prodigioso che ha cambiato la storia umana”. “Davanti alla nostra umanità fragile, l’annuncio pasquale si fa cura e guarigione, alimenta la speranza di fronte alle sfide spaventose che la vita ci mette davanti ogni giorno a livello personale e planetario”, ha assicurato Leone XIV: “Nella prospettiva della Pasqua, la Via Crucis si trasfigura in Via Lucis.
Abbiamo bisogno di assaporare e meditare la gioia dopo il dolore, di riattraversare nella nuova luce tutte le tappe che hanno preceduto la Risurrezione”. “La Risurrezione di Cristo non è un’idea, una teoria, ma l’Avvenimento che sta a fondamento della fede”, ha spiegato Leone: “Egli, il Risorto, mediante lo Spirito Santo continua a ricordarcelo, perché possiamo essere suoi testimoni anche dove la storia umana non vede luce all’orizzonte. La speranza pasquale non delude. Credere veramente nella Pasqua attraverso il cammino quotidiano significa rivoluzionare la nostra vita, essere trasformati per trasformare il mondo con la forza mite e coraggiosa della speranza cristiana”.

Diocesi

Assemblea diocesana, le esortazioni dell’arcivescovo Miniero

ph G. Leva
06 Nov 2025

di Angelo Diofano

Alla presenza di delegazioni di parrocchia e realtà ecclesiali, martedì 4 ha avuto luogo in Concattedrale l’assemblea diocesana guidata dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero.
Dopo la preghiera iniziale e il canto eseguito dal coro di Comunione e Liberazione, è stato proclamato il Vangelo secondo Luca sui discepoli di Emmaus, con una lectio divina a cura di don Marco Salustri, docente all’istituto di scienze religiose nonché parroco al Corpus Domini al quartiere Paolo VI. Il sacerdote si è soffermato sul passo stanco dei due discepoli e su come loro parlassero di Gesù con cuore spento, come spesso accade oggi. Ma il Signore è stato accanto a loro, ascoltandoli pazientemente e poi rinfrancandoli con la sua parola, proprio come dovrebbe fare ogni cristiano con chi rallenta nel cammino di fede. L’invito di don Marco è stato quello di sporcarsi le mani, sforzandosi di portare il Signore in ogni ambito di vita senza timidezze, realizzando così la missione di ogni cristiano.

Dopo un altro momento di preghiera, mons. Gino Romanazzi ha svolto la relazione sulle sintesi dei contributi vicariali relativi ai seguenti quesiti posti dall’arcivescovo all’inizio dell’anno pastorale, di cui riferiamo a parte e il cui stampato è stato distribuito ai presenti.

Ha fatto seguito un momento di condivisione fra piccoli gruppi e la presentazione di alcune proposte da parte dei rappresentanti delle varie espressioni della comunità diocesana.

Quindi, le conclusioni dell’arcivescovo: “Ho ascoltato con interesse le reazioni che avete espresso a fronte dei quesiti contenuti nella lettera inviata a voi e alla diocesi. Voglio innanzitutto ricordare che i consigli pastorali sono il luogo dove si esprime realmente la partecipazione, dove si pensa, si progetta, si cerca insieme una via per realizzare quelle che sono state le vostre proposte. Non diciamo niente di nuovo rispetto a qualche anno fa. Ma il problema è come stiamo reagendo a questo input che ci viene dato oggi, in questo contesto che è profondamente cambiato rispetto ad allora”.

Mons. Miniero si è soffermato sugli organismi di comunione. “Da soli – ha detto – non andiamo da nessuna arte ma insieme costruiamo la famiglia, ci ritroviamo famiglia dei figli di Dio. Quindi lavoreremo per la maggiore centralità degli organismi di comunione, che sono luoghi dove si esprime la partecipazione di tutte le componenti della comunità, dove riflettere, pregare, agire per costruire ‘mattone su mattone’ (espressione non mia ma che sento mia) fondamento”.

L’arcivescovo ha parlato anche della cura delle nostre relazioni che vanno costruite in Cristo, la nostra pietra angolare: “In Lui ci uniamo e ci relazioniamo e con Lui continuiamo a intessere relazioni. È Lui la sorgente che dà vita e linfa nuova alle nostre esperienze”.

Relativamente ai consigli pastorali, che vanno intesi non come piccoli parlamenti dove ognuno decide e realizza ma come organismi collegati con quello vicariale e diocesano, egli ha spiegato che li auspica “come laboratori di fraternità dove ogni azione è pensata insieme per la crescita della comunità e di tutti i battezzati, nell’impegno per l’Annuncio a chi ha smarrito la fede o non l’ha mai avuta. E allora il consiglio e gli organismi di comunione sono il luogo dove ciò che si programma è in funzione della missione della Chiesa, della crescita fraterna. Quindi tutte le iniziative proposte devono diventare programma, azioni collegate l’una all’altra, non solo all’interno ma insieme con le parrocchie vicine.
Quindi penso per questi motivi – ha continuato a tal proposito – che sia il caso di insistere ancora di più sul lavoro di commissioni collegate agli uffici diocesani, non con i direttori che si inventano le cose o devono eseguire degli ordini, ma che promuovono e sussidiano. Invece chi deve agire sono le comunità con iniziative che abbracciano tutto l’anno. Chiaramente ciò non significa che la parrocchia deve fare tutto quanto si propone, sarebbe impossibile, ma le cose fondamentali sì. La centralità consiste quindi nelle relazioni e nella corresponsabilità differenziate. Non tutti siamo uguali o facciamo le stesse cose e a tal proposito ricordo il documento di sintesi del cammino sinodale al numero 16 dove si dichiara che «la Chiesa è chiamata a essere segno del Regno di Dio e che quindi implica relazioni autentiche, capaci di generare comunione nell’accoglienza reciproca. Sono belle parole, ma che poi si devono concretizzare». Ma siamo abituati a farlo? Pensiamo per esempio a quando dobbiamo programmare delle iniziative in parrocchia per un evento particolare. Allora ci poniamo delle scadenze, distribuiamo gli incarichi, programmando e tenendo ben presente gli obiettivi da raggiungere. Ma dopo che succede? Spesso non si fa più la verifica e tutto va nel dimenticatoio, facendo sì che chi arriva pensa che non sia stato fatto niente. E invece no: andando a rileggere quello che è stato fatto nell’esperienza precedente, ci si rende conto delle relazioni provocate e maturate, anche con persone che non conoscevamo prima”.

Relativamente ad alcuni aspetti relativi alla vocazione di ciascuno, così ha riferito mons. Miniero: “Il nostro vivere la Chiesa testimonia quella fraternità che noi radichiamo in Cristo e nella Santissima Trinità e che si esprime nella comunione dei Santi. Quindi dobbiamo sempre tenerlo presente nelle nostre azioni. Questo significa necessità di formazione, preghiera e tutto quello che serve a darci forza per crescere in questo senso di vita, di amore, di appartenenza. Ma ancora, penso che sia necessario riporre al centro delle nostre relazioni la qualità del nostro stare insieme nella logica della condivisione e della sincerità. Siamo famiglia dei figli di Dio. E vorrei che il Vangelo non fosse solo un messaggio da trasmettere agli altri ma uno stile di vita, dunque anche forza della missione. Ma, attenzione,quale strumento abbiamo per essere missionari? Dobbiamo aprire il nostro cuore all’altro annunciando il fondamento di ogni valore che è Gesù Cristo. La missione è anche uno stile, un metodo, un modo di porsi in un determinato contesto e tutto questo deve essere sempre frutto di riflessione. E vorrei ancora suggerire quello che il cammino sinodale ci ha insegnato: ognuno ha una sua vocazione che non è un valore assoluto e che va vissuta insieme a quella degli altri, nella Chiesa, nella società senza escludere nessuno, collaborando con gli altri.

In questa logica – ha continuato l’arcivescovo – ho voluto proporre un nuovo riassetto della curia con tre macro-aree affidate ai vicari episcopali che mi rappresentano e mi aiutano nella missione pastorale. Mi rendo conto che lo schema può essere discutibile ma l’intento è di iniziare insieme un cammino di rinnovamento che potrà essere perfezionato. Vorrei che facessimo rete fra di noi e che i vari uffici avvertissero il senso della connessione tra di loro, in modo che il coordinamento possa essere reale e concreto, senza correre il rischio di camminare da soli, mettendosi d’accordo sulle iniziative non solo per non interferire tra di loro ma per sostenere con più efficacia le attività delle comunità. Quindi bisogna lavorare insieme, pensare insieme, progettare insieme, per comprendere ciò che il Signore vuole da noi. Ricordiamo tutti l’esperienza degli apostoli quando si ritrovarono di fronte alle prime difficoltà, quando sembrava che ognuno predicasse un Vangelo diverso. Allora si riunirono fino a trovare una decisione comune: fu così il Concilio di Gerusalemme e fu l’inizio. Rammentiamo anche il cammino della Chiesa sinodale in Italia, conseguenza del sinodo proposto dal Santo Padre Francesco per la Chiesa universale. Sono fatti collegati, certo, perché la Chiesa o cammina insieme o non cammina oppure si creeranno tante chiese dove ognuno pensa di aver ragione”. A tal proposito egli ha fatto riferimento a quanto accaduto nella parrocchia della Madonna delle Grazie di Grottaglie per la perdita improvvisa del parroco, don Emidio Dellisanti, per cui le comunità di quella vicaria si sono messe insieme, adoperandosi fattivamente, per far fronte alla situazione di emergenza.

Mons. Ciro Miniero si è anche soffermato sulla provocazione posta dalla Chiesa italiana con il cammino sinodale in cui, accogliendo l’invito di papa Leone XIV rivolto ai vescovi italiani, si è chiesto che ogni comunità diventasse casa della pace, imparando a disinnescare ogni ostilità attraverso il dialogo e praticando la giustizia. “La pace – ha detto – non è un’utopia spirituale, ma una via comune fatta di gesti quotidiani, pazienza e coraggio, ascolto e azione e che richiede oggi più che mai la nostra presenza vigile e generativa. Come diocesi ci dedicheremo particolarmente al tema della pace attraverso la prossima Settimana della fede. Vorrei che tutti noi fossimo ‘facitori di pace’, come diceva don Tonino Bello, e promotori di una convivialità. Se non si parte da qui diventa tutto non dico inutile ma difficile. Quindi chiedo a voi, alle vostre comunità, scuole e centri culturali di poter riflettere insieme e promuovere uno stile di pace come processo educativo”.

L’arcivescovo ha parlato anche della necessaria maggiore attenzione alle famiglie e ai giovani. “Oggi – ha riferito – sentiamo ancora di più il problema dei giovani perché la maggior parte di noi qui presenti in chiesa proviene da una vita familiare dove con fatica i nostri genitori hanno portato avanti il loro impegno di matrimonio. E noi siamo cresciuti in quel clima familiare, ma che oggi non esiste più. E quindi dobbiamo affrontare contemporaneamente la problematica di giovani e famiglia soprattutto con la prossimità. Oggi i giovani sposi sono disorientati perché non sanno più a chi riferirsi per poter capire il modello da incarnare, perché tutto è molto confuso da lasciare sconcertati ognuno di noi, ma soprattutto loro. Quindi dovremmo avere maggiore attenzione all’interno dei nostri consigli pastorali verso le giovani coppie”.

L’arcivescovo ha anche affrontato la questione dell’accompagnamento spirituale delle persone, che va attuato diventando accoglienti. “Dobbiamo sforzarci di esserlo sempre di più perché l’altro non si senta diverso, fuori dal recinto, perché non ci sono recinti. Non dobbiamo più far sentire sole le persone; e nel caso lo volessero, devono sapere che nel bisogno c’è sempre qualcuno disposto ad ascoltarle. Se manca questa specifica missione di sostegno fatta di incontro,ascolto, condivisione, sacramenti, momenti di fraternità, le nostre comunità si impoveriscono”

Si è parlato anche di come avvicinare le famiglie delle nostre parrocchie attraverso un piccolo gruppo di persone delegate a tale scopo. Questo, per esempio, attuando un’informazione capillare in ogni casa del territorio parrocchiale delle iniziative in corso. “Dobbiamo pensare alla grande, non per strafare ma perché dobbiamo coinvolgere tutti, anche se costa. La Chiesa Cattolica è grande e il Signore ci ha dato un cuore altrettanto grande che racchiude nel nostro cuore tutto Lui,perché ci ha fatti figli suoi. E se siamo così grandi perché dobbiamo pensare in piccolo? Gli avvisi dobbiamo portarli abitazione per abitazione , nei luoghi di incontro della gente. Voglio svegliarvi da una Chiesa chiusa in se stessa”.

Infine, la questione dell’Ottoxmille, piuttosto trascurata nei contributi vicariali. “Noi stiamo qui grazie all’otto per mille – ha detto -.  Nel consiglio pastorale deve esserci anche quest’attenzione, al pari di quella per i giovani, la famiglia ecc. e dobbiamo lavorare per questo”.

Al termine, la recita della preghiera a Maria e del “Padre Nostro”, tenendosi tutti per mano.

Uniti nel dono

Avvento: un cammino di volti, storie e luoghi per scoprire il significato dell’attesa

Il Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, nell’ambito di Uniti nel dono, propone quest’anno un modo nuovo di vivere il tempo di preparazione al Natale

05 Nov 2025

Un villaggio contemporaneo per attendere il Natale, un percorso quotidiano fatto di personaggi, parole, storie e condivisione che accompagna i fedeli fino al 25 dicembre.
Attraverso due strumenti complementari, uno cartaceo e uno digitale, l’iniziativa invita a riscoprire l’attesa come cammino concreto e attivo verso il Natale.

Il calendario cartaceo, proposto quest’anno in una modalità del tutto inedita, riprende la tradizione del calendario dell’Avvento per trasformarla in un racconto contemporaneo: un villaggio illustrato che prende vita giorno dopo giorno, popolato da persone e storie di oggi.
Ogni personaggio rivela un volto, un gesto, una parola, collegandosi attraverso qr-code alle testimonianze reali di sacerdoti e comunità, segni vivi della Chiesa che cammina nel mondo.

Accanto alla versione cartacea, il calendario digitale propone ogni giorno una nuova pagina da scoprire: un personaggio del presepe contemporaneo, la storia di un sacerdote, il Vangelo del giorno e, ogni domenica, un dono speciale per rilanciare il cammino di attesa condividendo un particolare momento di riflessione. Un appuntamento quotidiano che accompagna il credente nel ritmo dell’Avvento, ricordando che “attendere è andare verso”.

Sin dal 1° novembre è possibile iscriversi alla piattaforma dedicata – unitineldono.it/calendarioavvento – per accedere al calendario e ricevere, a partire dal 30 novembre, una newsletter che guiderà giorno dopo giorno nel cammino di attesa.
Sulla pagina sarà inoltre possibile seguire il percorso, scaricare i materiali (mappa e personaggi da stampare) e condividere l’esperienza con l’hashtag #andareverso.

Massimo Monzio Compagnoni – ph Marco Bergamaschi

Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, sottolinea: “Il Calendario dell’Avvento fa ormai parte della tradizione di molte famiglie, ma noi abbiamo voluto proporlo in una veste nuova per invitare i fedeli a interrogarsi sul significato più profondo dell’attesa. Il nostro Calendario propone la riscoperta di un cammino, quel volgere l’animo verso ‘Colui che viene ad abitare in mezzo a noi’. Un’esperienza che unisce fede, creatività e partecipazione. In cui ogni giorno, nell’attendere, possiamo scoprire che il Natale accade proprio lì dove l’incontro diventa dono.”

Il progetto, concepito e realizzato con Bea – Be a Media Company, agenzia specializzata in progetti di comunicazione strategica e narrazione d’impresa, nasce all’interno di Uniti nel dono, che promuove la vicinanza e il sostegno ai sacerdoti. Sostenere il calendario significa contribuire alla missione di coloro che ogni giorno animano la vita delle comunità: l’attesa del Natale diventa un cammino di corresponsabilità, fatto di piccoli gesti, preghiera e attenzione agli altri.

Eventi culturali in città

Nell’epoca della complessità: incontro organizzato dal Centro di cultura per lo sviluppo G. Lazzati

ph Paolo F. Occhinegro
05 Nov 2025

Venerdì 7 novembre al Dipartimento jonico, in via Duomo 259, un’intera giornata sarà dedicata alla conoscenza della complessità. Protagonisti due nomi illustri nell’esperienza e nella ricerca; Alberto Felice De Toni, già rettore dell’Università di Udine, città di cui oggi è sindaco, e Pierluigi Fagan, imprenditore ed organizzatore del Festival della complessità.

Il mondo e la realtà si rivelano decisamente interconnessi e interdipendenti. Quale visione e azione di una e per una realtà irrevocabilmente complessa? Il seminario, organizzato dal Centro di cultura per lo sviluppo ‘G. Lazzati’ aps ets Taranto, insieme all’Università degli studi di Bari Aldo Moro – dipartimento jonico sistemi giuridici ed economici del Mediterraneo società, ambiente, culture, vuole sollecitare una riflessione sull’era complessa che caratterizza il nostro tempo.

I problemi cruciali della nostra epoca: ecologici, sociali, politici, economici non possono essere studiati, osservati, impostati e capiti separatamente – sottolinea il presidente del Centro Domenico Amalfitano – sono problemi sistemici, interdipendenti: aspetti di una unica realtà. Forse non lo percepiamo ancora, ma è in atto un radicale cambiamento di come concepire il mondo: non più composto di cose e di oggetti, di singoli elementi, ma da legami,  punti da connettere”.

Il direttore Djsga, Paolo Pardolesi, porterà il saluto iniziale della giornata.

Dalle ore 10  i professori Alberto De Toni e Mario Castellana dialogheranno con Pierluigi Fagan a partire dal testo di cui è autore: Benvenuti nell’era complessa. Un faro acceso su mappe e strumenti del pensiero per esplorare il mondo nuovo in formazione’,  ossia sulle relazioni che sono il perno di un sistema non più frammentario ma inclusivo,  il cui senso è nel mettere insieme pezzi diversi piuttosto che isolarli.

Nel pomeriggio a partire dalle 16:00 al centro dell’incontro La varietà necessaria del potere cooperazione e corresponsabilità come chiavi di successo delle organizzazioni’, il libro di Alberto Felice De Toni –  Eugenio Bastianon; interverranno Antonio Messeni Petruzzelli, Francesco Moliterni, Davide Tabarelli, Valentina Lenoci. Introduce e modera Mario Castellana. Un dialogo su come cooperazione e corresponsabilità consentono quell’equilibrio dei poteri che permette di fronteggiare la complessità di un mondo in continua e veloce evoluzione.

Un appuntamento da non perdere per comprendere le nuove strade della conoscenza e della governance.

Mondo

Zohran Mamdani, sindaco di New York: è la nuova voce del sogno americano

ph Ansa-Sir
05 Nov 2025

La notte elettorale del 4 novembre ha riscritto la geografia politica americana. A New York, nel New Jersey, in Virginia e persino nel cuore repubblicano dell’Ohio, i democratici hanno vinto. Hanno vinto in modo diverso, con volti nuovi e motivazioni differenti, ma hanno vinto ovunque. E lo hanno fatto in una notte in cui Donald Trump ha scelto il silenzio e l’azione, convocando alla Casa Bianca i senatori repubblicani per negoziare la riapertura del governo e concludere lo shutdown che gli è costato la sconfitta. A New York, la vittoria di Zohran Mamdani segna un passaggio d’epoca. Trentaquattro anni, figlio di immigrati ugandesi di origine indiana, musulmano, socialista democratico, attivista nel Queens, Mamdani è riuscito a trasformare un discorso che sembrava confinato ai margini della politica cittadina in una proposta di governo convincente, soprattutto tra i giovani, gli operai e anche tra i giovani ebrei, nonostante alcune delle sue posizioni su Israele fossero sfociate in accuse superficiali di antisemitismo. Zohran ha parlato dei problemi reali della Grande Mela: dal costo della vita, agli affitti insostenibili, al sentimento di una classe media schiacciata tra i guadagni miliardari di Wall Street e la soglia di povertà sempre più minacciosamente vicina. Mamdani, durante la sua campagna, ha ascoltato molto e ha bussato porta a porta, quartiere per quartiere, soprattutto tra giovani, precari, immigrati e quella parte ormai vasta della città che non si riconosce più nel racconto ufficiale del glamour.

La sua vittoria contro Andrew Cuomo, ex governatore e volto dell’establishment democratico, è una sconfitta netta per la vecchia guardia. E non c’è stata interferenza presidenziale che abbia cambiato il corso delle cose.
Trump aveva appoggiato Cuomo apertamente, definendo Mamdani un ‘comunista’ e minacciando di tagliare i fondi federali alla città. Ieri aveva anche definito “stupidi” gli ebrei che avrebbero votato questo immigrato, che in altri tempi, come quelli del primo sindaco italo-americano di New York, Fiorello LaGuardia, sarebbe invece stato celebrato come il successo del sogno americano. Martedì sera, Mamdani, parlando ai suoi sostenitori a Brooklyn, ha detto: “Da quando abbiamo memoria, i ricchi e i benestanti hanno sempre detto ai lavoratori di New York che il potere non appartiene a loro. Eppure negli ultimi 12 mesi avete osato raggiungere qualcosa di più grande. Stasera, contro ogni previsione, l’abbiamo afferrato”. Con oltre il 50% dei voti, Mamdani ha battuto Cuomo e il repubblicano Curtis Sliwa, diventando il primo sindaco musulmano della città, il più giovane da oltre un secolo e il primo immigrato dagli anni ’70. La sua agenda è ambiziosa: più alloggi, asili nido accessibili, scuole di qualità, trasporti efficienti. Se riuscirà a costruire una città più equa, dove i cittadini si sentano sicuri e rispettati, potrà aspirare a essere uno dei grandi sindaci della storia di New York. Ma dovrà farlo con una squadra mista: forse pochi socialisti democratici ideologizzati e molti funzionari esperti, capaci di gestire la macchina amministrativa. La sua elezione ha scosso anche i piani alti di Manhattan.

I colossi di Wall Street, che avevano investito milioni per sostenere altri candidati, ora dovranno collaborare con un sindaco che consideravano impensabile. E sperare che le loro peggiori paure sull’impatto della sua politica economica non si avverino. Qualcuno su X si è già detto disponibile ad aiutare il nuovo primo cittadino.

Il successo di Mamdani si inserisce in una valanga democratica che ha attraversato il Paese. Abigail Spanberger in Virginia, Mikie Sherrill in New Jersey, giovani che hanno rovesciato dinastie, donne che hanno scritto una prima volta nella storia. Tutti uniti da un messaggio: “Possiamo avere tante facce diverse – ha detto Alexandria Ocasio-Cortez – ma siamo consapevoli del compito che abbiamo: giocare insieme nella stessa squadra”. La protesta del “No Kings Day” del 18 ottobre, con 8,5 milioni di partecipanti, ha trovato voce nei seggi. La deriva autoritaria di Trump ha generato una risposta politica, non solo emotiva, mostrando che la paura non è più un programma di governo. L’economia, ancora una volta, è stata il cuore di questa risposta. Secondo l’AP Voter Poll, condotto su oltre 17.000 elettori in New Jersey, Virginia, California e New York, prezzi alti, salari fermi, minori opportunità sono stati il tema dominante. A New York, il costo degli alloggi; in New Jersey, tasse e bollette; in Virginia, tagli federali e licenziamenti. Immigrazione e criminalità sono rimaste invece in secondo piano. Ironia della sorte, le stesse preoccupazioni economiche che hanno portato Trump alla Casa Bianca un anno fa ora sembrano minare le prospettive del suo partito. E potrebbero essere ancora più problematiche nelle elezioni di medio termine del 2026, che decideranno l’equilibrio di potere della sua presidenza, poiché la maggioranza al Congresso potrebbe passare ai democratici. Se il modello Mamdani avrà successo, offrirà un modello di governo democratico in un momento in cui molti americani sono scettici. La sua vittoria è un segnale: New York non è solo democratica o socialista. È ancora una volta laboratorio politico. E il sogno americano, per una notte, ha parlato con accento ugandese, cuore indiano e voce newyorker.

Editoriale

Giubileo mondo educativo, Erri De Luca: “Irrinunciabile il valore della fraternità”

ph Marco Calvarese-Sir
05 Nov 2025

di Gigliola Alfaro

La Chiesa ha celebrato il Giubileo del mondo educativo dal 27 ottobre al 1° novembre. Tanti gli appuntamenti previsti con Leone XIV: il 27 ottobre, nella basilica di San Pietro, ha celebrato l’eucaristia e l’inizio dell’anno accademico con le università e le istituzioni pontificie; il 30 ottobre, nell’aula Paolo VI in Vaticano ha incontrato gli studenti; il 31 ottobre, nell’aula Paolo VI in Vaticano ha incontrato gli educatori e al termine dell’incontro è avvenuto il passaggio della Porta santa; il 1° novembre, nella basilica di San Pietro ha celebrato l’eucaristia per tutto il mondo educativo. Altre iniziative erano previste nel Villaggio dell’educazione, come quella di giovedì 30 ottobre, nell’auditorium Conciliazione, dove si è svolto il congresso mondiale ‘Costellazioni educative – Un patto con il futuro’.
L’intento era quello di riflettere insieme sulle sfide dell’educazione: dal diritto universale ad una educazione di qualità alle nuove frontiere culturali e tecnologiche.

In occasione del Giubileo del mondo educativo abbiamo chiesto allo scrittore Erri De Luca cosa significhi per lui educazione e quali sono le principali sfide che si trova ad affrontare il mondo educativo.

Erri De Luca – ph Ansa-Sir

Per lei che cos’è l’educazione e quali ambiti riguarda?

La parola educazione riguarda l’ambito privato della famiglia.
Non sono semplicemente regole ma comportamenti, toni di voce, maniera di discutere, esempi. I miei genitori non hanno mai parlato di questioni di soldi. Avevano mezzi modesti ma non hanno accennato a ricchezze altrui o a cui aspirare. La mancanza di quell’argomento è stata la migliore lezione di economia.

Quali sono le maggiori sfide educative attualmente? Come educare oggi?

Il deficit maggiore riguarda la proprietà di linguaggio. La povertà di vocabolario indebolisce la capacità del cittadino di intendere e volere. C’è analfabetismo di ritorno.
La grande missione della scuola del dopoguerra fu di far conoscere la lingua italiana alla nazione divisa dai dialetti e dalla miseria. Riuscì a istruire i poveri. Ogni taglio all’istruzione pubblica è un attentato alla coscienza civile del popolo italiano. Così come ogni taglio alla spesa sanitaria riduce l’uguaglianza tra cittadini dividendoli in chi può ricorrere a cure private e chi no. In sintesi, direi che si sta praticando una riduzione dell’uguaglianza così cara alla nostra Costituzione.

Per quale motivo, a suo avviso, c’è un’emergenza educativa attualmente? È un problema più sul fronte degli adulti che dovrebbero educare o dei ragazzi che dovrebbero essere educati?

Lo stipendio del personale scolastico è inadeguato. Ci sono insegnanti valorosi che stanno diventando missionari, spediti in istituti al limite dell’agibilità. I genitori giustificano qualunque insufficienza di studio e di comportamento dei loro figli. Così fanno perdere loro il rispetto per la scuola e anche lo scopo per il quale pagano i libri e le iscrizioni. Se in famiglia la scuola non è percepita come l’equivalente laico di un luogo di culto, è poco più di un parcheggio orario.

Oggi ci sono tanti nuovi mezzi, offerti anche dal mondo digitale, c’è l’intelligenza artificiale: ci può essere un’educazione di qualità grazie alle nuove frontiere culturali e tecnologiche? Oppure, secondo lei, possono aumentare le disuguaglianze perché non tutti hanno la stessa possibilità di accesso alla rete?

Non mi intendo di intelligenze artificiali. In ogni progresso o trovata scientifica conta l’uso che se ne fa. Di solito serve ad agevolare qualcosa, guerre incluse. Di certo si sta specializzando in usi militari. Quanto all’accesso informatico si è molto allargato all’utenza e per quello che mi riguarda, per l’uso che ne faccio, è più che sufficiente.

È cambiato il senso dell’educare nel tempo?

Come ogni aspetto della vita, oggi ci sono molti nuovi indirizzi di studio, ci si può avviare con migliore precisione all’attività che si vorrà svolgere. La strozzatura sta al termine del percorso formativo, quando per poter applicare le competenze faticosamente acquisite bisogna spostarsi all’estero. Alcuni vedono l’Italia come un Paese di immigrazione, ma è vero il contrario, sono più numerosi gli italiani emigrati iscritti all’Aire, il registro dei residenti all’estero.

In un mondo pieno di violenze, guerre, conflittualità, come quello attuale, è più difficile educare?

Ci sono sempre state guerre e noi europei abbiamo goduto di un lunghissimo periodo di pace, dopo i secoli in cui siamo stati il continente più bellicoso della storia umana. Le guerre per chi vuole capire il mondo sono un forte stimolo a conoscere storia, popoli e ragioni. La mia generazione ha approfondito la geografia del mondo partecipando a fianco di popoli che lottavano per la loro indipendenza dal dominio coloniale.

Ci sono valori irrinunciabili ai quali bisogna educare?

I valori sono sentimenti, bisogna provarli, esserne coinvolti e commossi. Li riassumerei nella fraternità.

Diocesi

Ingresso dei nuovi parroci

Alla parrocchia Gesù Divin Lavoratore e alla San Francesco di Paola

ph Mancarella-Leva
05 Nov 2025

Sabato 15 novembre alle ore 18 alla parrocchia Gesù Divin Lavoratore (affidata ai giuseppini del Murialdo) l’arcivescovo mons. Ciro Miniero presiederà la santa messa per l’inaugurazione del ministero di parroco di padre Gianni Passacantilli.

Invece domenica 16 novembre alle ore 18.30 alla parrocchia di San Francesco di Paola, dei padri minimi, durante la santa messa presieduta dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero inaugureranno il loro ministero padre Francesco Cassano (parroco moderatore) e di padre Francesco Trebisonda (parroco in solido).

Salute

Sanità: martedì 4 ha preso il via Welfair 2025

ph G. Leva
05 Nov 2025

Si è aperta ieri, martedì 4, fino al 7 novembre in Fiera Roma, Welfair 2025 ‘L’equilibrio della sanità’, organizzata da Fiera Roma e B-Sanità by Experience. L’edizione di quest’anno ribadisce e rafforza il suo format originale: l’internazionalizzazione del comparto sanitario italiano e l’incontro dal vivo tra gli attori e le attrici delle filiere verticali della sanità per scambiare buone pratiche e generare proposte concrete e mirate di miglioramento.
“I direttori generali – ha spiegato Marinella D’Innocenzo, del comitato scientifico Welfair e coordinatrice della plenaria dei dg – chiedono una modifica alla normativa ormai datata, e più libertà per attrarre e trattenere il personale. Esiste un’evidente carenza di professionisti sanitari che rallenterà l’entrata in funzione delle case di comunità. Non si possono, del resto, sguarnire gli ospedali per popolare il territorio. Le Regioni e i territori meno attrattivi hanno bisogno di offrire condizioni migliori di paga, libera professione (soprattutto per gli infermieri) e welfare aziendale per riempire i posti disponibili. Al momento il problema non è l’assenza di risorse ma di persone. Possiamo investire per attrarne di più, formarle meglio, farle lavorare in un ambiente più soddisfacente”.
Chiave di volta di Welfair 2025 è il ‘disallineamento’ nella sanità italiana: i costi sul piano economico, gestionale e di efficienza delle cure prodotti dal gap crescente tra le soluzioni disponibili – tecnologiche ed organizzative – e quelle effettivamente applicate sul territorio. Infatti, conferma Enzo Chilelli, del Comitato scientifico Welfair, “il disallineamento è il filo rosso degli incontri e del Libro Bianco 2025. A tutti i tavoli di lavoro si chiederà uno sforzo in più: evidenziare per ogni argomento il gap esistente tra pratica, legislazione ed avanzamento tecnologico in sanità”.