Sport

L’anno d’oro del re d’Arabia, Jannik Sinner

foto Instagram riyadhseason
21 Ott 2024

di Paolo Arrivo

È lui il numero uno al mondo. E da quella posizione, dalla vetta del ranking, non si schioda, almeno sino all’anno prossimo: Jannik Sinner ha dato l’ennesima prova di maturità al “Six Kings Slam”, dapprima demolendo nel quarto di finale il russo Daniil Medvedev, poi lottando e prevalendo su Novak Djokovic, sconfitto per due volte in pochi giorni. Il torneo andato in scena a Riyadh, in Arabia Saudita, è stato più di una esibizione per i migliori tennisti di ieri e di oggi – Djokovic e Nadal sono due mostri sacri sulla via del tramonto. I sei re non si sono risparmiati sul campo di gioco. Lo hanno fatto per il pubblico, per la nazione che rappresentano, e per loro stessi, in considerazione del montepremi vertiginoso. Ad aggiudicarselo è stato il campione altoatesino. Che ha battuto Carlos Alcaraz in una bellissima finale, prendendosi la rivincita su chi lo aveva superato, in tre set, all’Atp 500 di Pechino.

I due Grandi del tennis contemporaneo

La nuova sfida tra Alcaraz e Sinner ha avuto scampoli di altissima intensità. Rispetto all’irruenza del suo avversario, giocatore altrettanto fenomenale, Jannik dimostra di avere più continuità, e una forza mentale straordinaria. All’interno dello stesso incontro i momenti di difficoltà non sono mancati. Il numero uno, infatti, ha avuto un piccolo passaggio a vuoto nel secondo set, quando è stato contro brekkato a zero; ma il campione ha reagito rovesciando il risultato. Adesso il confronto diretto tra i due è di 6-5 in favore di Alcaraz.

Troppi soldi

La polemica ha fondamento. Sappiamo bene che la maggior parte dei tennisti (e ce ne sono di talento che non hanno visibilità) guadagna cifre irrisorie: il milione e mezzo di dollari dato a ogni tennista del Six Kings Slam, per la sola partecipazione, è semplicemente scandaloso. Al netto dell’uso, privato o pubblico, che si possa fare di questo danaro. L’indecenza è accresciuta dalla fonte di guadagno. Ovvero dal fatto che l’offerta provenga dallo Stato dove i diritti umani, e in particolare della donna, vengono garantiti ben poco. Ma il denaro tutto compra. Così i sauditi si stanno accaparrando sempre più spazio nel mondo dello sport, dal tennis al calcio. Si pensi, tornando al torneo appena disputato, che al vincitore è andato quasi il doppio di quanto ha intascato lo stesso Sinner gli Us Open (3,6 milioni di dollari).

Il 2024 di Sinner

A Shangai l’azzurro si è aggiudicato il settimo trofeo di una stagione straordinaria. Mister Djokovic si era dovuto inchinare ammettendo che Sinner ha la capacità di “soffocare in un certo senso gli avversari”. Nella sua morsa sono finiti anche i sei Grandi ritrovatisi in Arabia Saudita. Vincente tutto l’anno, già a gennaio Jannik, aggiudicandosi gli Australian Open, aveva lanciato il guanto di sfida ai top five. Ha poi vinto, nell’ordine: Rotterdam, Miami, Halle, Cincinnati, Us Open e Shangai. Il Six Kings Slam è stato la ciliegina sulla torta condita, già il dieci giugno, con il raggiungimento del vertice della classifica mondiale. La vicenda Clostebol (non ancora chiusa, per il ricorso della Wada) gli ha tolto serenità. Ma non la cattiveria agonistica dimostra in campo.

Teatro

Il teatro, lo sguardo sul presente: parte la stagione «Periferie» 2024-25

In programma dal 16 novembre al 5 aprile all’auditorium TaTÀ, a cura del Crest

21 Ott 2024

Il teatro che fotografa l’oggi, la sua complessità e le sue contraddizioni. A Taranto lo propone la compagnia Crest con la stagione «Periferie» 2024-2025 in programma dal 16 novembre al 5 aprile all’auditorium TaTÀ con alcune tra le migliori proposte della drammaturgia contemporanea, tutte affidate ad artisti di grande valore. «Undici titoli per affrontare temi cruciali della nostra contemporaneità e quotidianità, oltre a diritti e valori non molto diversi da quelli racchiusi nel motto Liberté, Égalité, Fraternité di una rivoluzione avvenuta più di 200 anni fa e che, sbagliandoci, credevamo certi», dice la presidente Clara Cottino presentando il progetto di questa edizione, che si aprirà il 16 novembre con il manifesto graffiante e incendiario della Generazione Z, vale a dire «La sparanoia» allestito per Teatro di Sardegna/Agidi dai pluripremiati Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri, autori, attori e registi tra i più apprezzati della nuova scena italiana, come dimostrano i riconoscimenti ricevuti con il premio In-Box, quello della critica al Nolo Fringe Festival e delle giurie unite a Direction Under 30.
Le inquietudini delle nuove generazioni, la diversità e la disabilità, l’amore e la morte, la violenza di genere e l’ipocrisia, le dipendenze e la deriva dell’umanità, la mafia e il «caso Taranto», vengono esplorati in questo cartellone con gli occhi sulla realtà. «Continuiamo a proporre il teatro come luogo di incontro e confronto – dice Cottino – per provare a comprendere insieme un presente così diverso da come lo avevamo immaginato, sicuramente con meno violenza e guerre e meno solitudine, più solidale e libero, come l’Italia crocevia delle culture del Mediterraneo ci ha insegnato a desiderare».
Un manifesto sulla disabilità si presenta il «Pinocchio» prodotto da Interno 5 con Teatro Nazionali di Napoli che Davide Iodice, figura di punta della ricerca teatrale in Italia, presenta il 30 novembre per celebrare la diversità con la sua carica anarchica e dirompente. Seguirà, il 14 dicembre, una nuova coproduzione tra Crest e Malalingua dal titolo «A me m’ha rovinato la guera» nella quale gli interpreti Michele Cipriani e Arianna Gambaccini, che è anche autrice e regista del lavoro, celebrano il mondo dell’avanspettacolo tra macchiette, sketch e canzoni d’autore.
Non diranno neanche una parola gli artisti della Compagnia Marie de Jongh, ma il 4 gennaio daranno comunque voce al più puro dei sentimenti con lo spettacolo «Amour» del basco Jokin Oregi, un teatro d’adulti per bambini, ma anche da bambini per adulti. «D’altronde, senza alcuna presunzione – sottolinea Cottino – pensiamo che il TaTÀ sia un luogo unico nella nostra città per il suo spirito plurale ed inclusivo, capace di favorire l’esercizio di cittadinanza attiva per un allenamento al sogno e alla bellezza, senza distinzioni di età».
L’11 febbraio si toccherà un tema tabù con il lieve, toccante e ironico spettacolo di Mariano Dammacco «La morte ovvero il pranzo della domenica» prodotto dalla compagnia Diaghilev e affidato all’interpretazione del premio Ubu Serena Balivo, mentre l’1 febbraio la violenza di genere sarà al centro dello spettacolo «Vedi alla voce alma» per il quale le milanesi Nina Drag’s Queens si sono ispirate a «La voce umana» di Jean Cocteau.
Il TaTÀ, teatro sotto le ciminiere, ospiterà l’8 febbraio «Ilva Football Club» in cui il collettivo Usine Baug, con il suo teatro fisico e visivo, racconta il «caso Taranto» con una storia di calcio di periferia tratta dall’omonimo libro di Fulvio Colucci e Lorenzo D’Alò.
Marco Sgrosso, altra voce autorevole del teatro d’oggi, ha invece ridotto per Le Belle Bandiere «A colpi d’ascia» di Thomas Bernhard, una tagliente rappresentazione delle ipocrisie e delle miserie nella Vienna di quel tempo in scena l’1 marzo.
Il 15 marzo toccherà al dolore dell’anima in una storia di dipendenza dalle droghe nel pieno degli anni Ottanta, raccontata in «Stasera sono in vena» da Oscar De Summa, con le musiche suonate dal vivo da un trio capitanato da Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò.
Il 29 marzo i riflettori si accenderanno sulla lotta alla mafia con l’elegia per Falcone e Borsellino «Nel tempo che ci resta» di César Brie, l’attore, regista e drammaturgo argentino fondatore nella Milano degli anni Settanta del collettivo teatrale Tupac Amaru e in seguito protagonista dell’avventura civile e culturale della Comuna Baires.
Si chiuderà il 5 aprile con «Fratellina», una riflessione in stile beckettiano sulla capitolazione dell’umanità della premiata coppia Scimone-Sframeli, già vincitori del premio Ubu per ben cinque volte e destinatari del premio Le maschere del teatro italiano per questo spettacolo ritenuto la migliore novità italiana dello scorso anno.
Info e prenotazioni 333.2694897. Biglietti acquistabili anche online su Vivaticket attraverso il sito www.teatrocrest.it.

Inizio anno pastorale

“Insieme, segno di speranza”, inaugurazione dell’anno pastorale alla Sant’Antonio di Martina Franca

21 Ott 2024

di Angelo Diofano

“Insieme, segno di speranza” è il titolo delle iniziative per l’inaugurazione dell’anno pastorale della parrocchia di Sant’Antonio, a Martina Franca. Il parroco don Mimmo Sergio, domenica 20, in occasione della Giornata missionaria mondiale, ha fatto distribuire il Vangelo di Luca in piazza Umberto I, piazza Sant’Eligio e Villa Garibaldi.

Lunedì 21 il parroco visiterà le famiglie, i professionisti e i lavoratori delle imprese nel territorio parrocchiale.

Mercoledì 23, alle ore 19, mons. Giovani Ancona terrà una catechesi dal titolo ‘Sperare: una scommessa di libertà’.

Domenica 27,al termine della santa messa delle ore 11, si terrà un momento di festa per il nuovo anno catechistico e di quello dell’Acr.

Martedì 29, per i martedì culturali, alle ore 19.30 incontro su ‘Laudate et benedicete, Francesco d’Assisi cantore di speranza’. Dopo l’introduzione di don Mimmo Sergio, interverranno padre Paolo Lomartire (dell’Ordine dei francescani minori) e Marcella Caroli; voce narrante, Maria Cristina Gioiello con Giampaolo Colucci che curerà l’intermezzo musicale.

Mercoledì 30, dalle ore 17 alle 19, sarà attivo il centro di ascolto a cura del Volontariato vincenziano; alle ore 19.30, adorazione eucaristica con possibilità di confessarsi.

Giovedì 31, a conclusione del mese missionario, alle ore 19, santa messa presieduta da padre Pio Callegari, dei missionari della Consolata.

 

Angelus

La domenica del Papa – Il servizio, stile di vita cristiano

foto Vatican media-Sir
21 Ott 2024

di Fabio Zavattaro

Per la seconda volta Gesù deve ripetere ai discepoli la differenza tra il servizio e il potere, tentazione, quest’ultima, che anima da sempre il tempo dell’uomo e che troviamo nella richiesta dei due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, quando chiedono a Gesù di essere scelti per sedere uno alla sua destra l’altro alla sua sinistra nel Regno di Dio. Quel posto dice papa Francesco nella messa che celebra in piazza San Pietro, presente il capo dello Stato Sergio Mattarella, spetta ai due ladroni “appesi come lui alla croce e non accomodati nei posti di potere; due ladroni inchiodati con Cristo nel dolore e non seduti nella gloria”.

Il potere, la scelta del dominio. Domenica scorsa il giovane ricco che chiedeva come avere in eredità la vita eterna: aveva i soldi e, forse, pensava di poter acquistare tutto anche la vita eterna. Questa domenica sono Giacomo e Giovanni e la loro richiesta non può che far pensare alla categoria degli arrivisti, di coloro che per far carriera sono disposti a passare sulla testa degli altri. A questa tentazione si oppone la logica del servizio che anima in profondità la vita di Gesù, così come dovrebbe animare la sequela del discepolo. Lungo la strada che porta a Gerusalemme il Signore ripete che il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire. Così ponendo la domanda “che cosa volete che io faccia per voi” Gesù, afferma il Papa, “smaschera quello che essi desiderano davvero: un Messia potente, un Messia vittorioso che dia loro un posto di onore. E a volte nella Chiesa viene questo pensiero: l’onore, il potere…”

Nella prima lettura il profeta Isaia descrive la figura del servo di Jahwé: “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia”. Non è proprio ciò che pensavano il giovane ricco e i figli di Zebedeo.

Don Tonino Bello diceva: “se noi potessimo risolvere tutti i problemi degli sfrattati, dei drogati, dei marocchini, dei terzomondiali, i problemi di tutta questa povera gente, se potessimo risolvere i problemi dei disoccupati, allora avremmo i segni del potere sulle spalle. Noi non abbiamo i segni del potere, però c’è rimasto il potere dei segni, il potere di collocare dei segni sulla strada a scorrimento veloce della società contemporanea, collocare dei segni vedendo i quali la gente deve capire verso quali traguardi stiamo andando e se non è il caso di operare qualche inversione di marcia”.

Poi c’è la seconda domanda che rivolge ai discepoli, come afferma nell’omelia il Papa, che smentisce l’immagine del Messia potente e li aiuta a “cambiare guado”, cioè a convertirsi: “potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato”. Così svela loro che “è il Dio dell’amore, che si abbassa per raggiungere chi è in basso; che si fa debole per rialzare i deboli, che opera per la pace e non per la guerra, che è venuto per servire e non per essere servito”. Pensando ai quattordici nuovi santi proclamati in piazza San Pietro – “sono stati servi fedeli, uomini e donne che hanno servito nel martirio e nella gioia” – Francesco afferma che il servizio “è lo stile di vita cristiano. Non riguarda un elenco di cose da fare, quasi che, una volta fatte, possiamo ritenere finito il nostro turno; chi serve con amore non dice: ‘adesso toccherà qualcun altro’. Questo è un pensiero da impiegati, non da testimoni”. Il servizio nasce dall’amore “non conosce confini, non fa calcoli” e non “è una prestazione occasionale, ma è qualcosa che nasce dal cuore, un cuore rinnovato dall’amore”.

All’Angelus lancia un nuovo appello per la pace “per la martoriata Palestina, Israele, il Libano”, in piazza ci sono vescovi e sacerdoti delle chiese del Medio Oriente, c’è il cardinale Patriarca di Gerusalemme dei latini, Pierbattista Pizzaballa, c’è dal Libano il Patriarca maronita Bechara Rai. Il Papa chiede di pregare per l’Ucraina, il Sudan, Myanmar, per tutte le popolazioni che soffrono a causa della guerra: “invochiamo per tutti il dono della pace”.

Eventi formativi

Pastorale giovanile: a che punto siamo? Consuntivo dell’iniziativa svoltasi in seminario

foto G. Leva
21 Ott 2024

di Angelo Diofano

Venerdì 18 ottobre al seminario arcivescovile di Poggio Galeso, l’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha presieduto un incontro di formazione per sacerdoti, consacrate ed educatori laici di ragazzi e giovani. Obiettivo primario dell’iniziativa è stato la distribuzione di un questionario ai presenti, al fine di compiere un’analisi della situazione attuale circa la pastorale giovanile delle comunità parrocchiali, dei movimenti e degli oratori. La serata, organizzata dal servizio diocesano per la pastorale giovanile, ha visto la partecipazione di numerose parrocchie e movimenti della nostra arcidiocesi, i cui delegati hanno preso parte a un momento di profonda condivisione, necessaria per poter costruire un progetto formativo comune.

Così si è espresso don Francesco Maranò, direttore dell’ufficio diocesano competente, nel suo intervento iniziale: “Abbiamo voluto denominare questa serata con il titolo di “Checkpoint giovani” perché crediamo necessario, all’inizio del nuovo anno pastorale, fermarci insieme e cercare di fare il punto della situazione sulle nostre realtà giovanili e l’accompagnamento che offriamo ai ragazzi e ai giovani delle nostre comunità. L’obiettivo che ci prefiggiamo è quello di favorire la condivisione delle esperienze per ripartire con maggiore slancio e determinazione, discernendo quali possano essere le vie più opportune per un fecondo cammino insieme. Sappiamo bene, infatti, come i processi di cura e di accompagnamento di ragazzi e giovani, per quanto luminosi e incoraggianti, nascondano anche numerose complessità dettate da vari fattori di carattere prettamente sociale e culturale”.

foto G. Leva

Dopo il momento di condivisione aperta, mons. Miniero è intervenuto incoraggiando “un cammino di pastorale giovanile vicariale che possa assumere la fisionomia di un’autentica e compiuta sinodalità, andando oltre i confini della ‘mia’ e della ‘tua’ comunità ma puntando al bene comune dei ragazzi e dei giovani accompagnati, valorizzando le risorse presenti nei nostri territori pastorali con grande creatività e audacia”.

L’iniziativa del 18 ottobre è propedeutica a una serie di incontri che avverranno, secondo un calendario già condiviso, nelle singole vicarie della diocesi e che vedranno coinvolti i ragazzi, i giovani e i rispettivi educatori in un momento di formazione e condivisione che possa avviare processi di collaborazione e progettazione comune a servizio dei nostri ragazzi e giovani. Si partirà venerdì 25 ottobre a Leporano con la vicaria di San Giorgio.

Libano sotto assedio

Libano, Padre Makari (maronita): “Vogliono far esplodere una nuova guerra civile”

Una testimonianza dal villaggio cristiano di Aitou colpito da Israele

foto Afp-Sir
18 Ott 2024

di Daniele Rocchi

“Le vittime sono salite a 24: l’ultima è una bambina ritrovata dentro un’auto. Era talmente piccola che all’inizio si pensava fosse una bambola e invece, ad una verifica, ci si è accorti che era un’altra vittima innocente”. Padre William Makari aggiorna al Sir il tragico bilancio dei morti del raid israeliano del 14 ottobre scorso su una palazzina nel villaggio di Aitou, vicino a Zgharta, nel nord del Libano, un’area a maggioranza cristiana fino all’altro giorno risparmiata dalla furia dei combattimenti tra Israele ed Hezbollah.

foto Afp-Sir

“Il nostro è un villaggio a larga maggioranza cristiana, che è stato tra i primi ad accogliere i rifugiati provenienti da sud, dal confine con Israele, dove si combatte con più violenza – racconta il sacerdote maronita, sposato e con due figli, che fa parte del Vicariato di Ehden-Zgharta –

Tutti qui hanno aperto le porte delle proprie abitazioni, hanno dato in affitto le case, sono state messe a disposizione anche le scuole per dare rifugio a quante più persone possibile. La Chiesa locale ha fatto la sua parte mettendo a disposizione locali e ambienti necessari a immagazzinare aiuti e a preparare la consegna”.

Da segnalare, in questo frangente, anche la riapertura del “North Autism Center”, che fa parte della “National Autism Community” libanese che si propone di supportare i bambini autistici e le loro famiglie. Un’iniziativa intrapresa dalla moglie del sacerdote, direttrice del centro, che girando tra i vari rifugi della zona ha trovato molti bambini autistici e li ha portati nel centro riaperto per l’occasione. “Tante famiglie hanno donato cibo, vestiti, materassi e tante coperte – dice padre Makari – Aitou si trova ad una altezza di quasi 900 metri sul livello del mare e la notte fa freddo”. Il villaggio fa parte della provincia di Zgharta-Ehden che è, con i suoi quasi 50mila abitanti, la seconda città più grande del nord del Libano dopo Tripoli. “Ad Aitou vivono circa mille persone, molte delle quali lavorano a Zgharta. Attualmente si stimano in 15 mila i rifugiati interni libanesi accolti nella nostra provincia. Si tratta in larga parte di famiglie, donne, bambini, anziani, giovani. Oltre a prestare aiuto, la popolazione locale è impegnata anche a garantire la sicurezza verificando tra i rifugiati la presenza o meno di persone armate. Al momento, tra gli sciiti provenienti dal sud, non si registra nessun caso”. Ad Aitou e nelle zone circostanti, denuncia padre Makari “cominciano a scarseggiare medicine e altri presidi medici. Ma non dobbiamo mollare e cercare di reperire il necessario”.

foto Afp-Sir

Il raid israeliano. Padre Makari prova a ricostruire l’attacco israeliano del 14 ottobre: “la persona che aveva affittato la palazzina di tre piani, distrutta nel raid, poco prima era stato a visitare i rifugiati alloggiati, in larga parte tutti donne e bambini rimasti poi uccisi dalle bombe. Nei paraggi c’era anche una persona legata ad Hezbollah, non armata, che stava consegnando degli aiuti in denaro alle persone che erano all’interno. Quando questa persona è entrata nel palazzo è avvenuto l’attacco”. Secondo notizie raccolte dall’Agenzia Fides da fonti locali, l’edificio colpito era probabilmente già noto agli israeliani perché era stato affittato fin dal 2006, al tempo della precedente guerra tra Israele ed Hezbollah, alla televisione Al-Manar, legata al movimento sciita filo iraniano. Una conferma in tal senso arriva anche dal sacerdote maronita: “quella del 14 ottobre non è stata la prima volta che Israele attaccava il villaggio di Aitou. Era già accaduto nel 2006 ma quella volta l’obiettivo era una sede di comunicazione dove c’era una radio e altri media e non un palazzo abitato da rifugiati. Oggi bombardano le case e i palazzi”.

Paura per il futuro del Libano. Poi una riflessione che rivela anche una paura per il futuro: “seguendo i notiziari abbiamo modo di ascoltare quanto dicono tanti politici e ministri di Israele e le loro intenzioni di conquistare il territorio libanese per costruire altre colonie. Sentiamo dire che attaccano il Libano per la presenza di attivisti e leader di Hezbollah e che vogliono fare esplodere una guerra civile nel nostro Paese. Israele vuole spargere la paura tra i libanesi per minarne l’unità. Crede che il terreno sia già pronto per le divisioni politiche interne al Libano. Il premier israeliano Bibi Netanyahu dice che vuole liberare il popolo libanese dai terroristi. Ma con un atto terroristico non si elimina il terrorismo”.

La risposta a Israele. “La nostra risposta, come popolo, come Chiesa, a questi tentativi di sovvertire il Libano è la solidarietà e l’unità – ribadisce padre Makari – Le porte delle chiese sono aperte a tutti, non solo ai cristiani. Aitou è un villaggio prima di tutto libanese e abitato da cristiani. Ci sono cristiani anche nel sud del Paese. La nostra è una popolazione abituata a convivere, nel rispetto delle convinzioni politiche e religiose di ciascuno. Siamo tutti libanesi e ci teniamo alla nostra sovranità”. Un modo chiaro per dire che il Libano non può essere solo cristiano o solo musulmano, perché non sarebbe il Libano.

L’appello e il monito. Da qui l’appello alla comunità internazionale e un monito al mondo della politica libanese: “Chiediamo aiuto per tutto il Libano, e non solo per i cristiani. Il mondo si adoperi per un cessate il fuoco in Libano e Gaza. Subito. Siamo critici verso chiunque tenti di insidiare l’unità del Libano per interessi di parte” sottolinea il sacerdote, facendo sue posizioni analoghe espresse più volte in passato dal patriarca maronita, card. Boutros Bechara Rai. Nell’ultima loro assemblea, presieduta dallo stesso patriarca, i vescovi maroniti hanno insistito sull’urgente necessità che il Parlamento libanese “faccia il proprio dovere affinché, dopo una lunga attesa e tanta sofferenza, venga eletto un nuovo Presidente della Repubblica che completi il quadro delle istituzioni costituzionali”. Presidente la cui priorità sarà quella di mantenere unito il popolo libanese.

Festa del cinema di Roma

Storie di riscatto con ‘Paradiso in vendita’ e ‘U.s. Palmese’

Paradiso in vendita - foto F. Di Carlo
18 Ott 2024

di Sergio Perugini

Secondo giorno alla 19a Festa del Cinema di Roma, in cartellone due titoli italiani che giocano sullo scontro culturale Italia-Francia, ma soprattutto sulla metafora dello smarrimento di sé e del riscatto. Anzitutto “Paradiso in vendita” di Luca Barbareschi, con Bruno Todeschini, Donatella Finocchiaro e Domenico Centamore, una favola contemporanea su un influente politico francese inviato dal governo a negoziare l’acquisto di un’isola delle Eolie. Uno squalo abituato a vincere ogni causa, che questa volta deve fronteggiare gli agguerriti isolani, una terra da sogno, una maestra-sindaco fascinosa e un inaspettato risveglio di coscienza. Una commedia esistenziale che brilla per il paesaggio siciliano e per i validi attori, ma soffre un po’ per un eccesso di cliché e dinamiche già viste. Non si discosta da questo tracciato neanche il film dei Manetti Bros. “U.S. Palmese”, con Rocco Papaleo, Blaise Afonso e Claudia Gerini, la storia di un calciatore francese, una stella della serie A, che viene ingaggiato per una stagione da una squadra amatoriale calabrese. Una trasferta che parte su note tragicomiche per rivelarsi l’occasione per riscoprire se stesso e l’amore per la propria professione. Un film di riscatto declinato alla maniera dei Manetti Bros.

Paradiso in vendita
Luca Barbareschi ha avuto l’idea di questo film quasi una decina d’anni fa, nel 2015, sentendo la notizia di una possibile vendita da parte del governo greco di alcune sue isole per ripianare i conti. Da lì è nato il progetto di un film che mettesse a tema, in verità, la cura di sé e delle proprie radici da una società sempre più vorticosa e corrosiva. È nato così “Paradiso in vendita” diretto da Barbareschi su copione di Damiano Bruè e Lisa Riccardi, una coproduzione Italia-Francia targata Èliseo Entertainment, Rai Cinema e Leon Film. Protagonista l’attore svizzero Bruno Todeschini, affiancato da Donatella Finocchiaro e Domenico Centamore (Piccionello in “Màkari”).

La storia. Parigi oggi. François è un politico che sta facendo di tutto per guadagnarsi la guida di un Ministero. Il governo gli chiede, come ultimo sforzo, di risolvere una questione spinosa: l’acquisto dall’Italia di un’isola delle Eolie, convincendo i suoi abitanti a cedere le proprietà. Sicuro delle sue capacità e disposto a tutto per la gloria, François, soprannominato Richelieu, sbarca sull’isola con l’intento di farsi amici gli abitanti e poi convincerli alla vendita. Ben presto, però, si accorge che la partita non è così semplice e un ostacolo sul suo cammino è la determinata maestra di scuola, nonché sindaco, Marianna Torre. Lei è fortemente contraria, decisa a preservare il patrimonio naturale e culturale del piccolo atollo siciliano…

Paradiso in vendita – ph F Di Carlo


“Con questo film – ha spiegato Barbareschi – voglio mettere in scena una storia di caduta e redenzione, di rivalsa e di rispetto, andando a toccare tutta una serie di cliché comici collaudati senza però eccedere nell’utilizzo della retorica. Il film deve riuscire a realizzare il difficile compito di raccontare una storia sulla paura del diverso focalizzandosi sulle numerose sfumature dietro la dicotomia bene/male”.

“Paradiso in vendita” è una commedia esistenziale che si muove su un terrendo collaudato, visto in tanto cinema hollywoodiano, ma anche tra Francia e Italia nelle commedie campione di incassi “Giù al Nord” (2008) e “Benvenuti al Sud” (2010). Uno scontro socio-culturale tra due realtà, che rapidamente si risolve in un incontro riparatore, in un viaggio di “redenzione” e pacificazione.È proprio la parabola dello spregiudicato tecnico di governo François, divenuto “uno squalo senz’anima”, che però grazie all’isola siciliana, alle sue bellezze nonché alla vita dai ritmi dolci e ricca di prossimità umana, riesce a curare le proprie ferite interiori e a ritrovare la bussola etico-valoriale. L’isola diventa non un luogo da colonizzare, bensì un posto dove ripartire, da cui ricominciare a vivere. Barbareschi dirige una commedia brillante, che si giova molto delle atmosfere naturali e gastronomiche siciliane, forte anche di un cast ben amalgamato, un’opera che però sconta un po’ troppi cliché e soluzioni narrative “telefonate”. Buone dunque le intenzioni, discreto il risultato.

 

U.S. Palmese
Dopo la trilogia dedicata a Diabolik, che li ha tenuti impegnati negli ultimi tre anni (2021-23), i Manetti Bros. – Marco e Antonio Manetti – hanno deciso di cambiare genere e cimentarsi con un copione che si gioca tra sport e senso della vita. Un film fatto di nuovi inizi, sia per un calciatore di talento con problemi di comportamento sia per un paesino calabrese in cerca di nuove possibilità.Alla 19a Festa del Cinema di Roma presentano “U.S. Palmese”, da loro diretto e scritto (firmano la sceneggiatura con Emiliano Rubbi e Luna Gualano), con protagonisti Rocco Papaleo, Blaise Afonso, Giulia Maenza, Massimo De Lorenzo, Gianfelice Imparato e Claudia Gerini. Prodotto da Mompracem e Rai Cinema, il film sarà nelle sale il prossimo 20 marzo.

La storia. Palmi, oggi. Vincenzo è un agricoltore in pensione con una passione per il calcio, per la sua squadra locale che milita a livello amatoriale. Leggendo sul giornale del talento francese Etienne Morville che vale un ingaggio da 5 milioni di euro, si lancia in un’impresa audace: chiede a ogni suo concittadino di mettere a disposizione 300 euro per arrivare alla somma e dare una stella alla squadra. Contro ogni probabilità l’affare va in porto e il campione della serie A si trasferisce in Calabria. Un approdo all’inizio sottotono, con poco slancio, che ben presto si rivelerà catartico per tutti…

Us Palmese – cop. 01Distribution

“Abbiamo sempre avuto il desiderio – hanno dichiarato i registi – di affrontare la difficile sfida del ‘film sportivo’, ovvero un film dove lo sport non è solo uno sfondo o un pretesto per parlare d’altro, ma l’anima stessa della narrazione. (…) E attraverso il calcio siamo finiti a raccontare Palmi, un paese del Sud Italia che diventa l’affresco che fa da contorno, da ambientazione e da anima di questa vicenda sportiva e umana. Palmi è il paese di nostra madre”.
I due registi chiariscono bene il perimetro del loro film, una storia che corre sul binario della commedia fatta di cadute e risalite,quelle di campioni dal talento smagliante ma dal temperamento “bollito”, che ripartono da zero per (ri)scoprire il senso del gioco e della vita. E ancora, una vicenda di riscatto per la comunità di Palmi, che attraverso la squadra di calcio, prova ad abbattere il muro di gomma di indifferenza, guadagnando notiziabilità a livello nazionale.
Un film corale, dall’andamento scorrevole ma di certo abbastanza prevedibile nello sviluppo, tra dinamiche sportive e relazionali dei protagonisti. Un “feel-good movie” che vuole abbracciare fin troppi temi (sport, denaro, corruzione del successo, reputation, dialogo in famiglia, identità sessuale, amicizia, ecc.), dentro e fuori dal campo, rischiando l’accumulo e un po’ la superficialità. Anche qui, buone le intenzioni, discreto il risultato.

Ecclesia

Un milione di bambini oggi, venerdì 18, reciterà il Rosario per la pace nel mondo

foto Siciliani Gennari-Sir
18 Ott 2024

All’angelus dello scorso 13 ottobre, papa Francesco ha detto: “Venerdì prossimo, 18 ottobre, la fondazione ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’ promuove l’iniziativa ‘Un milione di bambini recita il Rosario per la pace nel mondo’. Grazie a tutti i bambini e le bambine che partecipano! Ci uniamo a loro e affidiamo all’intercessione della Madonna – della quale oggi ricorre l’anniversario dell’ultima apparizione a Fatima – all’intercessione della Madonna affidiamo la martoriata Ucraina, il Myanmar, il Sudan e le altre popolazioni che soffrono per la guerra e ogni forma di violenza e di miseria”.
La preghiera e, in modo particolare, la preghiera di intercessione, richiede un’elevata consapevolezza di sé e di quanto accade nel mondo, con l’annessa capacità di fare le debite distinzioni che permettano di comprendere i nodi problematici da cui si generano le violenze e di affidarli, in maniera conseguente, alla potenza misericordiosa della Trinità, perché proprio lì vi eserciti la sua “provvidenza” a favore degli innocenti; e tutto questo senza che ci sia bisogno di particolari “avvocati” incaricati di “convincere” la Trinità stessa ad agire in simile direzione o, addirittura, a “cambiare” l’azione originariamente prevista, soprattutto se diversa nelle premesse e negli esiti. Pensare poi che la preghiera di intercessione venga esaudita se al posto degli adulti – gli unici in grado di raggiungere la consapevolezza richiesta – ci sono i bambini in quanto gruppo “privilegiato” davanti alla Trinità perché meno “peccatore” rispetto agli altri, ecco, questo sì che allontana da una fede adulta, matura e responsabile, e fa cadere nel devozionismo sterile e inutile.
Con simili premesse, l’iniziativa promossa dalla fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre” non sarebbe nient’altro che nostalgico folklore, volto di un cattolicesimo passato che non parla al presente né può aprirsi al futuro: una Chiesa che si affida a due “protagonisti” (i bambini e Maria) che in realtà tali non sono (i primi per “incapacità”, la seconda per “inutilità”).
Se, invece, nella ricerca del futuro e della pace, i bambini che pregano e Maria, fossero realmente due “protagonisti della storia” a pieno titolo, come il Papa suppone?
In che cosa un bambino che prega diventa “protagonista della storia”? Lo diventa nell’apprendere che il mondo non si ferma solo a coloro che vede e che fanno parte della sua famiglia di sangue o del gruppo di conoscenti: ci sono anche gli altri e perciò non ci si può fermare solamente al bene di coloro che si vedono e si conoscono. Occorre cercare e trovare il bene di tutti, aspetto fondamentale dell’agape trinitaria e vero desiderio che lo Spirito è in grado di suscitare anche nei più piccoli, senza per questo trasformarli in “adulti in miniatura”. Fermarsi al bene di un gruppo ed assolutizzarlo è, invece, la radice di ogni violenza e di ogni guerra.
Attraverso la preghiera a lei rivolta, Maria riceve dallo Spirito il dono di diventare “compagna di viaggio” degli oranti, condividendo con loro, nel medesimo Spirito, quel che è la sua più grande ricchezza: un cuore libero dalla giustizia misurata sulla vendetta e perciò sintonizzato sulla “giustizia superiore” che la Trinità desidera porre a fondamento della convivenza umana, superando il paradigma di Caino. Questo è il suo protagonismo nella storia, non un suo magico potere o il far cambiare idea a Dio.
E se fosse questo il lascito di Fatima, con i bambini santi Francisco e Giacinta e la preghiera mariana del rosario?

Ecclesia

Terra Santa: viaggio nel cuore della resilienza di Betlemme

foto Sir
18 Ott 2024

Betlemme – Qualche giorno fa sono stata a Betlemme. Appena si attraversa il checkpoint che divide Gerusalemme da Betlemme, si è costretti a rallentare con l’auto, entrando molto lentamente, a passo d’uomo. Le profonde scanalature sull’asfalto rallentano drasticamente l’ingresso alla città. Ho la percezione di entrare in un altro mondo, in punta di piedi, mentre mi lascio alle spalle Gerusalemme, una città dove la vita scorre in un’apparente normalità, nonostante la guerra in corso. Il primo impatto entrando a Betlemme è il muro di separazione, che si erge all’interno della stessa città. Questo muro richiama inesorabilmente i messaggi disegnati da artisti di tutto il mondo, i cui murales, oggi sbiaditi dal tempo, raccontano la vita della città, invocano la pace e ricordano anni di occupazione, rivendicando libertà e giustizia. Una storia lunga più di settant’anni. Oggi, anche questo racconto sembra essersi fermato.

Betlemme vuota

Entrare a Betlemme significa immergersi in una realtà di resilienza, la sensazione più triste è quella di vedere negozi e alberghi chiusi, una città deserta, completamente vuota di pellegrini. La Basilica della Natività, cuore del pellegrinaggio cristiano, è completamente vuota; il silenzio ti fa percepire che qui la guerra ha fermato anche il tempo.

Betlemme, la Natività – foto A. Sigilli

La vita quotidiana è segnata dalla lotta per la sopravvivenza nei pochi negozi aperti, le scorte sono limitate a causa della guerra. Questa è una guerra di un altro tipo, una guerra che avvolge Betlemme come un serpente, proteggendola forse dai bombardamenti e dalle incursioni, ma al contempo limitando la libertà, la dignità e le opportunità di lavoro a molte persone. La resilienza degli abitanti di Betlemme è alimentata da una forte speranza, indipendentemente dalle loro fedi, siano esse cristiane o musulmane. Questa è la gente di Betlemme, la città che ha dato il Natale a Gesù, un luogo che ci ricorda le nostre origini cristiane.

 

Lotta per la sopravvivenza

Molti betlemiti sono rimasti senza lavoro dal 7 ottobre, dallo scoppio della guerra tra Hamas e Israele, e la lotta quotidiana per la sopravvivenza si fa intensa, mentre le persone cercano di resistere a un’ulteriore ingiustizia in questo conflitto senza senso, proclamato in nome della giustizia stessa. Ma dove si trova questa giustizia? Sembra essere svanita nei meandri della politica e della geopolitica. A Betlemme, le famiglie si stringono tra di loro per affrontare questa terribile situazione. Si chiudono in se stesse, condividendo ciò che hanno, senza pianificare un futuro, ma vivendo giorno dopo giorno, affrontando le difficoltà. A volte ci si chiede perché le persone non cerchino nuove opportunità lavorative, ma la verità è che non ci sono possibilità di cambiamento. La gente è bloccata in questa città, senza la possibilità di uscire, di viaggiare alla ricerca di un lavoro e di un futuro dignitoso per la propria famiglia.

Betlemme oggi è un microcosmo delle sfide e delle speranze che caratterizzano la regione più ampia del Medio Oriente, terra dalla complessità unica. In questo contesto, Betlemme emerge come un simbolo di pace e spiritualità da secoli.

Tuttavia, oggi la città si trova a fronteggiare una realtà drammatica e desolante, abbandonata a se stessa e la sua passata vivacità ora è avvolta in un inquietante silenzio.

foto Marco Calvarese-Sir

Volti tristi

Nei giorni scorsi, ciò che ho visto a Betlemme ha suscitato in me profondo dolore. È straziante osservare le persone rattristate mentre cercano di andare avanti, in attesa della fine del conflitto. Anche quando finalmente arriverà la pace, gli strascichi della distruzione nei Paesi vicini si faranno sentire a lungo. La ripresa sarà lenta, e ci sarà paura di ricominciare. Dobbiamo affrontare la sfida di superare la paura di tornare in luoghi che sono stati teatro di guerra.

Ma come possono le persone a Betlemme continuare a vivere in questo momento? Quale futuro le attende? Eppure, tutti parlano di pace, una parola spesso usata e abusata. La pace deve partire da noi; non possiamo delegare ad altri questo compito. Deve germogliare dal basso. Solo quando riusciamo a vedere la sofferenza di chi ci sta vicino, possiamo realmente costruire un tessuto di solidarietà. Betlemme oggi rappresenta un luogo di contrasti, dove la desolazione coesiste con la speranza. È un invito a tutti noi a non dimenticare la forza della comunità e della solidarietà. La storia di Betlemme è ancora da scrivere, e spetta a ciascuno di noi contribuire a un finale migliore.

L'argomento

Maltempo, Protezione civile: “Piogge e temporali su gran parte del Paese”

In Puglia sarà allerta gialla

foto Ansa-Sir
18 Ott 2024

“Una vasta e profonda area perturbata di origine atlantica porterà, nel corso delle prossime ore, un ulteriore peggioramento delle condizioni meteorologiche, con piogge e temporali in estensione dalle Regioni di nord-ovest al resto del nord, alle Regioni centrali tirreniche e, da domani, a Campania e Sicilia centro-occidentale”. Ad annunciarlo è il dipartimento di Protezione civile in una nota nella quale spiega che “sulla base delle previsioni disponibili” e “d’intesa con le Regioni coinvolte” è stato emesso “un ulteriore avviso di condizioni meteorologiche avverse, che integra ed estende quelli diramati nei giorni precedenti”. “L’avviso – prosegue la nota – prevede dalle sera di ieri, giovedì 17 ottobre, il persistere di precipitazioni diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale, su Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna e Toscana. Attese precipitazioni da sparse a diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale, su Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Lazio, in estensione dalle prime ore di domani, alla Campania e successivamente alla Sicilia, specie settori centro-occidentali”.
“I fenomeni – precisa la Protezione civile – saranno accompagnati da rovesci di forte intensità, frequente attività elettrica, locali grandinate e forti raffiche di vento”.

Sulla base dei fenomeni previsti e in atto è stata valutata per la giornata di domani, venerdì 18 ottobre, allerta arancione in Liguria e su alcuni settori di Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana e Veneto. Valutata inoltre, allerta gialla sui restanti settori di Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, su alcune aree di Piemonte, Veneto e Friuli Venezia Giulia, sull’intero territorio di Trentino-Alto Adige, Umbria, Lazio e Molise, su parte di Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Obesità

Giornata dell’alimentazione, Fondazione Aletheia: “Boom di cibi ultra-processati spinge in alto il numero di obesi”

foto obesità.org
18 Ott 2024

L’aumento dei consumi di cibi ultra-processati incide pesantemente sull’obesità, cresciuta del 36% negli ultimi 20 anni in Italia. È quanto emerge da una ricerca condotta dalla Fondazione Aletheia, in vista della Giornata mondiale dell’Alimentazione. Presieduta da Stefano Lucchini e diretta da Riccardo Fargione, Aletheia è un think tank scientifico italiano che studia e promuove modelli nutrizionali sani e, sotto la guida del professor Antonio Gasbarrini, preside della Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e direttore del Centro Malattie Apparato Digerente (Cemad) del Policlinico Gemelli, riunisce esperti di alto profilo nei settori della medicina, dell’economia e della giurisprudenza.
Nel nostro Paese, il 14% delle calorie consumate proviene da cibi ultra-processati. Il consumo di alimenti altamente trasformati sta aumentando tra i giovani, in particolare nella fascia d’età compresa tra i 5 e i 30 anni. Si tratta di prodotti come merendine, bevande gassate, snack salati che contengono nella maggior parte dei casi una molteplicità di additivi chimici come coloranti, dolcificanti artificiali e molto altro. “Questi additivi seppur considerati sicuri non sono di certo salubri per la salute, soprattutto a causa del cosiddetto effetto cocktail, ovvero la loro assimilazione ripetuta durante la giornata. Un fenomeno che rischia di compromettere la diffusione di modelli nutrizionali sani, come la Dieta Mediterranea, che rappresenta una pietra miliare della nostra cultura alimentare”, spiega la ricerca. “È fondamentale proteggere le future generazioni da abitudini alimentari dannose e continuare a investire in politiche che promuovano la Dieta Mediterranea, non solo come modello nutrizionale, ma anche come cultura della consapevolezza alimentare – afferma Esmeralda Capristo, docente di Scienza dell’Alimentazione e delle Tecniche Dietetiche Applicate, Università Cattolica del S. Cuore e membro del Comitato scientifico della Fondazione Aletheia -. Genitori, educatori, mondo della ricerca e decisori politici devono lavorare insieme per contrastare questa tendenza preoccupante”.

Eventi culturali in città

Essere figli e genitori nell’era dei social

Venerdì 18, incontro alla biblioteca Acclavio in occasione della Giornata internazionale dell’infanzia

17 Ott 2024

di Angelo Diofano

In occasione della Giornata internazionale dell’infanzia, venerdì 18 alla biblioteca ‘Acclavio’, in piazza Dante, alle ore 17 avrà luogo un incontro sul tema ‘Crescere insieme: essere figli e genitori nell’era dei social’. L’evento si svolge a cura del consultorio familiare ‘A. Gemelli’, in via Temenide 71 a Taranto.

Introdurranno e modereranno la serata don Antonio Panico, sociologo e direttore della Lumsa, e la dott.ssa Maria Cafolla, presidente del consultorio ‘Gemelli’. Relazioneranno la prof.ssa Mariangela Tarantino, presidente dell’Associazione medici cattolici, su ‘I social nella relazione educativa: rischi o opportunità’, e la dott.ssa Francesca Pignatale, psicologa/psicoterapeuta, su ‘Passato e presente: le sfide della genitorialità’. Le conclusioni saranno affidate all’avv. Giovanni Brunetti, vice presidente della sezione tarantina dell’Osservatorio nazionale sul diritto di famiglia, che parlerà su ‘Il consultorio: un ponte di relazione tra mondi in difficoltà’.