La palla che scotta. Come in una finale lunga 360 minuti: il Taranto ha affrontato la semifinale d’andata della fase nazionale dei playoff di Eccellenza con la consapevolezza di dover prestare la massima attenzione, al cospetto di un avversario che nella stagione regolare aveva fatto molto bene, chiudendola nel girone B Campania in seconda posizione – a un solo punto dall’Ebolitana. Quattro finali per tagliare il traguardo della promozione in serie D. La prima, andata in scena allo stadio “Italia” di Massafra era stata introdotta dalle rassicurazioni di Nicola Loiodice, sul proposito di far sognare la tifoseria ionica, meritevole di coltivare quest’ambizione. Le aspettative non sono state tradite. Gli ionici, infatti, hanno superato l’Apice per 3-1 grazie alle reti realizzate da Nicola Loiodice, Pablo Aguilera e Francesco Losavio, che hanno rimediato allo svantaggio iniziale – gli ospiti avevano sbloccato l’incontro con Antonio Pesce. La svolta nel secondo tempo, quando si è vista una sola squadra in campo.
Il match Taranto – Apice
Partita bloccata nei primi minuti di gioco. La prima occasione la crea Loiodice all’8’ con un colpo di testa. Dopo un minuto Emanuele Mastrangelo fa correre un brivido lungo la schiena della nutrita tifoseria ionica: l’estremo difensore smanaccia male mettendo il pallone in calcio d’angolo, ovvero sfiorando l’autorete. All’11’ l’Apice va in vantaggio, a sorpresa, con il tiro beffardo di Pesce che va in rete. I padroni di casa reagiscono con Dramane Konate che al 16’ in area colpisce di testa ma il portiere Antonino Fusco para agevolmente. Occasionissima al 25’: conclusione di Davide Incerti ribattuta dal portiere biancorosso, il tap-in di Loiodice potrebbe essere vincente, ma la palla va alle stelle, nonostante la posizione favorevole. Il cronometro scorre verso la conclusione del primo tempo. La fortuna sorride ai rossoblu, nel momento migliore: al 43’ il cross di Loiodice trova il braccio di Marco Colarusso. È calcio di rigore. Con una esecuzione magistrale, lo stesso Loiodice spiazza Fusco. Sulle ali dell’entusiasmo il Taranto si riversa in avanti e in due occasioni sfiora il raddoppio. Trova il goal, ancora con Loiodice, ma l’arbitro annulla per sospetto fuorigioco.
Dominio ionico
Gli uomini di mister Danucci aumentano la pressione in avvio di ripresa. Al 52’ il colpo di testa di Aguilera va sul fondo. Al minuto 57 il diagonale di Loiodice impegna Fusco, che si distende in calcio d’angolo. Ancora Loiodice ci prova da fuori area al 64’. È il preludio al goal che arriva tre minuti dopo: conclusione di Losavio, servito sulla sinistra da Davide Derosa, respinta da Fusco, Aguilera è in agguato e con la spalla destra gonfia la rete. All’85’ numero di Losavio che si invola sulla destra e con un pallonetto supera il portiere mettendo il risultato in cassaforte. Dopo quattro minuti di recupero il triplice fischio.
Taranto – Apice nel racconto fotografico di Giuseppe Leva
Si è svolto nella sede della Camera di Commercio di Brindisi-Taranto l’incontro sul tema ‘La complessità secondo Guardini e Florenskji’, proposto dal Centro di cultura G. Lazzati in collaborazione con la Camera di Commercio di Brindisi-Taranto e con l’Istituto superiore di Scienze religiose metropolitano ‘Giovanni Paolo II’ di Taranto.
L’incontro seminariale è stato aperto dai saluti della segretaria generale della Camera, Claudia Sanesi, che ha sottolineato come, nel lungo percorso che accomuna la Camera al Centro di cultura, il tema della complessità sia un punto di grande interesse per comprendere le antinomie del nostro territorio e leggerle con uno sguardo aperto all’allargamento della ragione. Il prof. Mario Castellana, filosofo della scienza, ha introdotto il libro di Domenico Burzo ‘Guardare alla totalità: polarità e antinomia tra Romano Guardini e Pavlev Floreskji’ mettendo a fuoco i punti centrali che caratterizzano questi ‘giganti del pensiero’, ritenuti “tra le più grandi e limpide personalità del panorama filosofico e teologico del Novecento”.
ph G. Leva
Il prof. Burzo, con la sua ricchezza di argomentazioni, ha spiegato come i due grandi pensatori del Novecento siano collegati al tema della complessità. “Il livello di invadenza e di sviluppo delle tecno-scienze, la crisi climatica ed ecologica, l’informatizzazione avanzata in ogni ambito lavorativo ed esistenziale, gli entusiasmi e i timori generati dalla crescita e dal potere dell’intelligenza artificiale, rendono ormai evidente un livello sempre più generalizzato di interconnessione globale, tra i singoli, i popoli e le nazioni. Tutto questo – ha affermato Burzo – ci pone dinanzi a sfide da affrontare e a compiti urgenti da portare a termine, dove la posta in gioco si fa sempre più alta, e dove i modelli cognitivi e comporta-mentali che ancora dominano la mentalità comune risultano antiquati e fallimentari. Veniamo da alcuni secoli in cui lo scientismo ci ha insegnato a ritenere che sia vero solo ciò che è esperibile empiricamente e dimostrabile attraverso una formulazione logico-matematica. Occorre allora una rivoluzione dell’intelligenza, un allargamento della ragione, uno sguardo che risulti nuovo. Insegnamenti importanti per il nostro presente e per il futuro ci possono venire da Pavel Florenskij e Romano Guardini, che fin dall’inizio del secolo scorso, cogliendo i segni di un’epoca che terminava e desiderosi di costruire ed educare in vista del futuro, hanno saputo sviluppare visioni del mondo già caratterizzate da un approccio transdisciplinare e già volte alla comprensione dell’intero, desiderose di cogliere il senso della totalità e di fondare su di esso l’esistenza”. E, a proposito del rieducarsi a questo nuovo approccio, Burzo ha sottolineato il possibile effetto in ambito politico. “ Lo scenario geopolitico mondiale ci mostra in maniera generalizzata una mentalità politica determinata dall’uso della forza e dalla volontà di predominio, dove realtà umane fondamentali come la relazione e il dialogo, l’ascolto e il rispetto dell’altro non sembrano avere più alcun senso. E le cose non pare vadano diversamente a livelli inferiori. L’interesse della parte o del singolo è, ovunque, l’unica cosa che conta. Questo ovviamente crea da un lato fratture, separazioni che diventano insanabili perché in realtà non si ha voglia di sanarle, mentre dall’altro genera disillusione in coloro che subiscono le conseguenze di siffatta politica. Accettare la fatica di recuperare il senso sinottico della complessità – tanto quella che riguarda l’uomo, in senso prettamente antropologico, quanto quella riguardante le conseguenti dina-miche sociali e culturali – non può che avere effetti benefici sull’esercizio e la gestione del potere, ma anche sulla stessa concezione e percezione della politica in tutti coloro che la vivono, pur se in posizioni diverse”. Da questa visione il territorio, la parte di mondo che ci tocca più da vicino, personalmente e nella sfera della nostra socialità immediata, lo specchio e l’ingrandimento dell’anima di coloro che lo vivono, cosa può evincere? “Se per territorio intendiamo; se è il mondo per come noi lo incontriamo e lo viviamo quotidianamente, allora è subito chiaro che il territorio – come a un livello inferiore la nostra casa – è lo specchio degli uomini che lo vivono e che lo fanno. Non esiste infatti il mondo come una somma di realtà che stanno lì, inerti, fuori di noi. Romano Guardini diceva infatti che il mondo è esso stesso una totalità, una realtà integrale che sorge nell’incontro vivo tra l’uomo e il reale, nella relazione complessa e polare tra l’io e le cose, secondo tutti i livelli di significato che in questa relazione si aprono e si esperiscono. In chiave politica, Platone diceva che lo Stato è lo specchio e l’ingrandimento dell’anima, ma declinando la medesima affermazione in termini sociologici possiamo dire che anche il territorio (come la casa) è lo specchio e l’ingrandimento dell’anima di coloro che lo vivono. È infatti la dimensione culturale e spirituale a determinare la dimensione economica, politica e sociale, così come è l’interiorità a determinare in fondo la bellezza esteriore di ogni cosa. Un uomo e una società educati a tenere conto di tutti i fattori in gioco nell’esistenza, e di tutti i livelli del reale, non potranno quindi che rispecchiarsi in un territorio più armonico e meno lacerato da contraddizioni insolubili”. E, a proposito del ruolo dei cristiani, dei cattolici nel mondo di oggi, Burzo ha affermato: “Nelle pagine finali del Manifesto della Transdisciplinarità, il fisico quantistico Basarb Nicolescu scrive: «Tutto ciò che possiamo fare è testimoniare». Credo che questo riassuma perfettamente quale sia il compito del cristiano, oggi come sempre, qualunque sia l’epoca in cui si è trovato e si troverà a vivere, e qualunque sia il grado di complessità che ha dovuto o dovrà affrontare. In forza della fede professata, e dell’esperienza vissuta che da tale fede dovrebbe generarsi, il cristiano ha – o dovrebbe avere – tra le sue mani una chiave ermeneutica fondamentale per comprendere e vivere la complessità che oggi ci affronta, ci mette in discussione e ci fa temere. Se infatti Dio è padre e madre (Giovanni Paolo I, 1978) – mentre noi ancora fatichiamo a ricucire la frattura tra mascolinità e femminilità –, se Dio è al contempo Uno e Trino, una Sostanza in Tre Persone – mentre noi ci dibattiamo sempre in rapporti drammatici e malriusciti –, allora vuol dire che tutto ciò che per noi è contraddizione – politica, sociale, economica, culturale, psicologica o esistenziale –, in Dio è abbracciato e riconciliato, ad un livello superiore rispetto a quello semplicemente umano, al quale dobbiamo tuttavia guardare e che dobbiamo incarnare. È di questo che, in qualche misura dovremmo dar testimonianza, della possibilità concreta di una pacificazione delle contraddizioni in un’armonia superiore. Ma non in modo fideistico e meramente confessionale, bensì con un’intelligenza – generata dalla fede – adeguata ai nostri tempi e capace di parlare di tutto con tutti; con una solidità di coscienza e un atteggiamento aperto consapevole e responsabile. Solo questa intelligenza e questa postura potranno infatti esser capaci di dar conto della speranza che è in noi (1Pt 3,15) e che deve essere offerta al mondo; ricordando che l’aggettivo katholikos, per come veniva utilizzato soprattutto nei primi mille anni della Chiesa indivisa, esprime proprio l’apertura all’universalità, tanto l’universalità umana quanto quella del convergere di tutte le traiettorie del cosmo e della storia nell’unico Centro vivificante, fonte e foce di ogni cosa.
Il prof. Domenico Maria Amalfitano, presidente del Centro di cultura Lazzati, ha concluso i lavori sottolineando come il concetto di complessità sia il fil rouge che sta caratterizzando tutti gli incontri del Centro, declinandoli nelle diverse sfaccettature del reale. Guardini e Florenskji suggeriscono un nuovo cammino perché fuori dalla totalità, fuori dall’intero. Il loro è un pensiero che orienta, dischiude orizzonti fecondi e creativi, includente e liberante, che propone un nuovo pensiero una nuova visione, un nuovo connettere. Un pensiero rifondante, come ritroviamo nella nostra Assemblea costituente.
Don Francesco Nigro, teologo e direttore dell’Issrm, ha moderato i lavori, spiegando lo spirito dell’incontro.
Riportiamo una sintesi della ricchezza di contenuti dell’intero incontro attraverso alcune suggestioni che don Francesco Nigro, direttore dell’Issrm, ha messo in evidenza nella sua introduzione cogliendo appieno lo spirito del convegno.
ph G. Leva
“Il filosofo, teologo e letterato italo-tedesco Romano Guardini (1885-1968) e il matematico, scienziato e teologo russo Pavel Florenskji (1882-1937) rappresentano due fari nello scenario intellettuale della prima metà del ‘900, entrambi preti, entrambi docenti universitari. La loro formazione è decisamente diversa, in quanto Guardini risente della cultura cattolica e mitteleuropea, con un taglio squisitamente umanista, filosofico e teologico, ma anche pedagogico. L’altro, invece, è un ortodosso convinto, considerato il “Leonardo da Vinci russo” per la sua genialità, essendo laureato in matematica e fisica con competenze storico-artistiche e linguistiche di taglio mistico. Entrambi, però, vivono il tempo delle grandi trasformazioni politiche dell’Europa e dei loro paesi, segnati dal nazifascismo e dalla rivoluzione di ottobre con la nascita del marxismo politico leninista.
La riflessione sulla complessità in Romano Guardini e Pavel Florenskji rileva una comune critica alla riduzione moderna della realtà a schemi puramente razionali, tecnici o ideologici. Il loro approccio potremmo definirlo trans-disciplinare poiché mira all’unità del sapere, superando l’approccio specialistico e riduttivo che non ne illumina la complessità. Se Guardini propende per una visione filosofica della opposizione polare, ossia della tensione costruttiva tra immanenza e trascendenza, tra forma e contenuto, Florenskij predilige la “Sofiologia”, ossia una “Sapienza divina organizzatrice del mondo” di tipo simbolico e antinomica, compresa a partire dall’eccedenza dei misteri della fede, in primis la Trinità, come verità che va al di là della logica del mondo, ma in senso fondativo e non oppositivo. ….
Per Guardini la persona umana non è una macchina né una coscienza isolata, ma è un essere in relazione, situato nella storia, col corpo e lo spirito, in un rapporto dinamico tra interiorità e trascendenza, con Dio e con il mondo circostante. Se scienza e tecnica sono utili, lo specifico del sapere umano è la ricerca del “senso” del “perché”, che va esplorato in ciò che siamo e facciamo, con uno sguardo estatico-contemplativo, come avviene nel mistero celebrato. La liturgia è infatti lo spazio simbolico-reale in cui mistero e concretezza reale si incontrano e si trasfigurano, dove la complessità del reale si ascolta, si vive, si fa azione/rito, si contempla e ti trasporta in una dimensione eccedente….
Florenskji utilizza il linguaggio simbolico, ad esempio dell’arte iconografica, della liturgia, ma anche della matematica che ci offrono uno sguardo sulla realtà della verità che è eccedente e complesso, pertanto riguarda la filosofia come la teologia, la matematica o le scienze esatte come la mistica, offrendo così una conoscenza integrale….
Con prospettive differenti, entrambi gli autori prendono le distanze da un approccio positivista e materialista della realtà, invitando a vigilare sulla deriva tecnocratica che già allora prendeva piede. Guardini e Florenskji ci aiutano a superare la semplificazione algoritmica della cultura digitale e dell’Intelligenza artificiale che riduce tutto a dati e calcoli. Entrambi pongono al centro l’essere umano personale, quindi relazionale, formato da spirito, anima e corpo. Il loro sguardo di fede, di tipo mistico, li conduce per vie diverse a contemplare la realtà come mistero, quindi carica di un senso profondo che non è conoscibile solo con un sapere scientifico-tecnico, ma anche filosofico e religioso, spirituale. Recuperare lo spirituale o la spiritualità, nel momento di crisi che vive l’attuale fase di modernità, significa ricercare il senso e valore dell’esistere e dell’esistente. Essi riaprono la via al dialogo tra le due ali del sapere, la ragione e la fede che elevano l’uomo alla conoscenza-esperienza della verità. A fronte di una cultura delle opinioni e relativistica, l’interiorità e il mondo simbolico offertoci da entrambi ci permette di scrutare con occhi diversi il reale. L’autore russo con una lettura mistica, il professore tedesco scrutando la coscienza umana.
Questa duplice proposta ci permette di esercitarci nell’arte di cercare la realtà nella sua ricchezza e complessità, senza la presunzione di “definire” o dare “confini” a ciò che va al di là delle nostre possibilità di comprensione. Questo vale non solo per lo studio, ma anche per la vita sociale, politica, per l’etica. In sostanza recuperare l’unitarietà del sapere e la possibilità di mettere in dialogo i vari approcci, secondo la logica dell’ “et-et” e non dell’aut-aut, secondo quella proposta che papa Francesco aveva rilanciato in Veritatis Gaudium, ossia di promuovere non solo l’inter-disciplinarietà del sapere, ma anche la trans-disciplinarietà”.
A margine del convegno, abbiamo fatto alcune domande al prof. Domenico Burzo:
Prof. Burzo, lei parla di una nuova proposta culturale per l’idea di complessità. Come questa visione della totalità può far cambiare la governance, la politica?
“Se guardiamo al mondo di oggi e a tutto ciò che in varia misura determina le nostre vite, il termine complessità è quello che certamente risulta più pregnante e meglio descrittivo. Il livello di invadenza e di sviluppo delle tecno-scienze, la crisi climatica ed ecologica, l’informatizzazione avanzata in ogni ambito lavorativo ed esistenziale, gli entusiasmi e i timori generati dalla crescita e dal potere dell’intelligenza artificiale, rendono ormai evidente un livello sempre più generalizzato di interconnessione globale, tra i singoli, i popoli e le nazioni. Tutto questo ci pone dinanzi a sfide da affrontare e a compiti urgenti da portare a termine, dove la posta in gioco si fa sempre più alta, e dove i modelli cognitivi e comportamentali che ancora dominano la mentalità comune risultano antiquati e fallimentari. Veniamo da alcuni secoli in cui il dominio di una mentalità razionalista ci ha educati ad accettare ogni tipo di riduzionismo e semplificazione; secoli nei quali lo scientismo ci ha insegnato a ritenere che sia vero solo ciò che è esperibile empiricamente e dimostrabile attraverso una formulazione logico-matematica. L’ampiezza del nostro sguardo e della nostra ragionevolezza, come la profondità delle nostre percezioni, ne risultano fortemente ridotte, ritrovandosi non più capaci di cogliere, comprendere e affrontare la realtà pluridimensionale e complessa in cui viviamo, per natura e secondo determinate dinamiche storiche.
Occorre allora una rivoluzione dell’intelligenza, un allargamento della ragione, uno sguardo che risulti nuovo, ma che sia in realtà capace di tornare a sviluppare tanti livelli di percezione e comprensione quanti sono i livelli di realtà che abbiamo davanti, senza censurarne alcuno.
Di questa esigenza di rinnovamento si occupano con attenzione e impegno, da alcuni decenni, coloro che, a partire da esperienze e settori di ricerca differenti, sono interessati a sviluppare una visione sinottica. Penso, ad esempio, agli studi sulla transdisciplinarità, o sul pensiero complesso. Ma insegnamenti importanti per il nostro presente e per il futuro ci possono venire in tal senso anche da coloro che hanno anticipato, in modo profetico, questi nuovi approcci, come ad esempio Pavel Florenskij e Romano Guardini. Fin dall’inizio del secolo scorso, cogliendo i segni di un’epoca che terminava e desiderosi di costruire ed educare in vista del futuro, essi hanno saputo sviluppare visioni del mondo già caratterizzate da un approccio transdisciplinare e già volte alla comprensione dell’intero, desiderose di cogliere il senso della totalità e di fondare su di esso l’esistenza.
Tra i tanti effetti che oggi può avere il ri-educarsi ad un approccio e ad una mentalità del genere, di non poca importanza sono indubbiamente gli effetti in ambito politico. Lo scenario geopolitico mondiale ci mostra in maniera generalizzata una mentalità politica determinata dall’uso della forza e dalla volontà di predominio, dove realtà umane fondamentali come la relazione e il dialogo, l’ascolto e il rispetto dell’altro non sembrano avere più alcun senso. E le cose non pare vadano diversamente a livelli inferiori. L’interesse della parte o del singolo è, ovunque, l’unica cosa che conta. Questo ovviamente crea da un lato fratture, separazioni che diventano insanabili perché in realtà non si ha voglia di sanarle, mentre dall’altro genera disillusione in coloro che subiscono le conseguenze di siffatta politica. Accettare la fatica di recuperare il senso sinottico della complessità – tanto quella che riguarda l’uomo, in senso prettamente antropologico, quanto quella riguardante le conseguenti dinamiche sociali e culturali – non può che avere effetti benefici sull’esercizio e la gestione del potere, ma anche sulla stessa concezione e percezione della politica in tutti coloro che la vivono, pur se in posizioni diverse”.
E il territorio cosa può evincere dalla sua riflessione?
“Se per territorio intendiamo la parte di mondo che ci tocca più da vicino, personalmente e nella sfera della nostra socialità immediata; se è il mondo per come noi lo incontriamo e lo viviamo quotidianamente, allora è subito chiaro che il territorio – come a un livello inferiore la nostra casa – è lo specchio degli uomini che lo vivono e che lo fanno. Non esiste infatti il mondo come una somma di realtà che stanno lì, inerti, fuori di noi. Romano Guardini diceva infatti che il mondo è esso stesso una totalità, una realtà integrale che sorge nell’incontro vivo tra l’uomo e il reale, nella relazione complessa e polare tra l’io e le cose, secondo tutti i livelli di significato che in questa relazione si aprono e si esperiscono. In chiave politica, Platone diceva che lo Stato è lo specchio e l’ingrandimento dell’anima, ma declinando la medesima affermazione in termini sociologici possiamo dire che anche il territorio (come la casa) è lo specchio e l’ingrandimento dell’anima di coloro che lo vivono. È infatti la dimensione culturale e spirituale a determinare la dimensione economica, politica e sociale, così come è l’interiorità a determinare in fondo la bellezza esteriore di ogni cosa. Un uomo e una società educati a tenere conto di tutti i fattori in gioco nell’esistenza, e di tutti i livelli del reale, non potranno quindi che rispecchiarsi in un territorio più armonico e meno lacerato da contraddizioni insolubili”.
Che devono fare i cristiani, i cattolici, nel mondo di oggi?
“Nelle pagine finali del Manifesto della Transdisciplinarità, il fisico quantistico Basarb Nicolescu scrive: «Tutto ciò che possiamo fare è testimoniare». Credo che questo riassuma perfettamente quale sia il compito del cristiano, oggi come sempre, qualunque sia l’epoca in cui si è trovato e si troverà a vivere, e qualunque sia il grado di complessità che ha dovuto o dovrà affrontare. In forza della fede professata, e dell’esperienza vissuta che da tale fede dovrebbe generarsi, il cristiano ha – o dovrebbe avere – tra le sue mani una chiave ermeneutica fondamentale per comprendere e vivere la complessità che oggi ci affronta, ci mette in discussione e ci fa temere. Se infatti Dio è padre e madre (Giovanni Paolo I, 1978) – mentre noi ancora fatichiamo a ricucire la frattura tra mascolinità e femminilità –, se Dio è al contempo Uno e Trino, una Sostanza in Tre Persone – mentre noi ci dibattiamo sempre in rapporti drammatici e malriusciti –, allora vuol dire che tutto ciò che per noi è contraddizione – politica, sociale, economica, culturale, psicologica o esistenziale –, in Dio è abbracciato e riconciliato, ad un livello superiore rispetto a quello semplicemente umano, al quale dobbiamo tuttavia guardare e che dobbiamo incarnare. È di questo che, in qualche misura dovremmo dar testimonianza, della possibilità concreta di una pacificazione delle contraddizioni in un’armonia superiore. Ma non in modo fideistico e meramente confessionale, bensì con un’intelligenza – generata dalla fede – adeguata ai nostri tempi e capace di parlare di tutto con tutti; con una solidità di coscienza e un atteggiamento aperto consapevole e responsabile. Solo questa intelligenza e questa postura potranno infatti esser capaci di dar conto della speranza che è in noi (1Pt 3,15) e che deve essere offerta al mondo; ricordando che l’aggettivo katholikos, per come veniva utilizzato soprattutto nei primi mille anni della Chiesa indivisa, esprime proprio l’apertura all’universalità, tanto l’universalità umana quanto quella del convergere di tutte le traiettorie del cosmo e della storia nell’unico Centro vivificante, fonte e foce di ogni cosa”.
Nella settimana dedicata alla festa di Pentecoste, nella parrocchia dello Spirito Santo mercoledì 22 maggio ha tenuto la veglia ecumenica, guidata dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero, alla presenza di rappresentanti dei movimenti cattolici e della Chiesa Valdese. L’ingresso è stato caratterizzato dalla processione con i Vangeli. Il pastore Franco Mayer ha aperto la veglia recitando le parole di Rm 15,13: «Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la potenza dello Spirito Santo». Nella sua allocuzione egli ha sottolineato come lo Spirito sia sorgente di unità e di pace tra i credenti e ha riflettuto sulla Pentecoste come momento in cui lo Spirito unisce le diversità. A seguire, l’arcivescovo ha pronunciato un’allocuzione sul contrasto tra Babele e Pentecoste: mentre a Babele l’uomo si chiude in se stesso creando divisione, lo Spirito a Pentecoste rende le differenze luogo di incontro. Ha richiamato la sete profonda dell’uomo, che cerca l’acqua viva di Dio: «Se uno ha sete, venga a me e beva» (Gv 7,37-39). Proprio lo Spirito Santo – ha sottolineato – è la sorgente che disseta e unisce. La liturgia ha dato corpo a questo tema: attraverso la lettura dei Salmi si è invocato lo Spirito Santo perché abbatta le barriere tra i popoli, e la lettura di Gioele ha annunciato: «Su tutti effonderò il mio Spirito». Il clima è stato di ascolto e preghiera, con i presenti – al di là delle differenze confessionali – immersi in un clima familiare e fraterno. Don Francesco Tenna, delegato diocesano per il dialogo ecumenico e parroco della parrocchia dello Spirito Santo, ha poi ringraziato per il cammino condiviso, sottolineando l’importanza della preghiera comune. La Veglia si è conclusa con una cena comunitaria, segno tangibile di fraternità vissuta insieme. Per la diocesi, l’appuntamento conferma la volontà di proseguire nel dialogo ecu, menico, facendo della preghiera comune il punto di partenza per l’unità.Tra i sacerdoti presenti: don Pino Calamo, don Federico Marino, don Ezio Sgobio, don Giuseppe Basile, padre Francesco Ciaccia, don Antonio Di Reda, don Marco Peluso che come cerimoniere arcivescovile ha curato la celebrazione. Tra le associazioni e i movimenti: la Comunità Gesù Risorto (che ha animato col canto), il movimento dei Focolari, il Rinnovamento nello Spirito.
Pubblichiamo le immagini di alcuni momenti della veglia ecumenica di Pentecoste alla presenza dell’arcivescovo Ciro Miniero che ha avuto luogo questa sera, venerdì 22, nella parrocchia Spirito Santo a Taranto2
Al via la sesta edizione del Festival della sostenibilità di Crispiano
22 Mag 2026
di Ottavio Cristofaro
Da giovedì sino a domenica 24 maggio, il territorio di Crispiano torna a essere il cuore della riflessione sul futuro del pianeta. Organizzato dall’associazione People Agency, alleata ASviS, in sinergia con il Comune di Crispiano – primo comune in Puglia ad aderire alla Rete dei Comuni sostenibili – prende il via la sesta edizione del “Festival della sostenibilità di Crispiano”, l’Agenda 2030 nella Puglia delle 100 masserie.
Si tratta di una delle più importanti iniziative di sensibilizzazione della regione, concepita per unire e mobilitare cittadini, istituzioni, imprese e associazioni sui diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU. Attraverso un approccio multidisciplinare e inclusivo, il festival mira a innescare un reale cambiamento politico e culturale nel territorio pugliese, ponendo l’accento sul protagonismo giovanile, la legalità, la salute, l’imprenditoria green, la parità di genere e la valorizzazione dello straordinario patrimonio paesaggistico locale. I lavori si alterneranno principalmente tra la sala consiliare del Comune e la Biblioteca Civica “C. Natale”, ospitando relatori di rilievo nazionale e un fitto programma di appuntamenti tutti a ingresso libero fino a esaurimento posti.
Si parte la mattina di giovedì 21 maggio nella sala consiliare, dove dalle ore 9:30 si terrà il Laboratorio di Attività Motorie e Sport curato dal Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze dell’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari. Il laboratorio farà da cornice al primo panel intitolato “Giovani e sostenibilità: capire il presente per cambiare il futuro”, un incontro aperto con gli studenti dell’istituto Don Milani Pertini Morante che vedrà la partecipazione speciale della conduttrice televisiva e divulgatrice ambientale Tessa Gelisio. Nel pomeriggio i lavori si sposteranno alla Biblioteca Civica, dove alle ore 17 il presidente di People Agency Sergio Sisto e il vicepresidente Davide Lodeserto apriranno ufficialmente il festival. A seguire, alle 17:45, la giustizia diventerà protagonista nel terzo panel con gli interventi di Bombina Santella, presidente del Tribunale per i Minorenni di Lecce, e di Renato Nitti, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani. Questo momento di riflessione sarà arricchito dalla performance live dell’artista Giusy Tamburrano, impegnata nella pittura del quadro “La ragazza che dipinge farfalle”. La prima intensa giornata si chiuderà alle 19:00 con un dibattito sulla leadership femminile intitolato “Donne che guidano il cambiamento: Territorio, Comunità e Sostenibilità”, che vedrà confrontarsi Mariella Stella di Casa Coop, la direttrice della biblioteca Arianna Mandolla, la specialista in bonifiche ambientali Tatiana Sisto, il sindaco di Massafra Giancarla Zaccaro e la giornalista e conduttrice Rai, Monica Caradonna.
La mattina di venerdì 22 maggio si aprirà nuovamente nel segno della scuola e dell’inclusione. Dalle ore 9:00 la sala consiliare ospiterà la seconda sessione del Laboratorio di Attività Motorie e Sport dell’Università di Bari, all’interno del panel promosso dall’Istituto Comprensivo Severi-Mancini intitolato “Costruiamo ponti e non muri: promuoviamo l’uguaglianza tra tutti i popoli per creare un mondo più equo”. L’appuntamento prevede un intermezzo musicale e la presentazione di un progetto scolastico dedicato alla riduzione delle disuguaglianze, per poi concludersi con un talk della scrittrice Giusi Alemanno incentrato sul Decalogo dei Giovani Custodi di Crispiano. Le sessioni pomeridiane in Biblioteca riprenderanno alle ore 17:00 con il sesto panel, “Giovani al Sud: fare impresa non è un’impresa”, incentrato sulle opportunità delle startup e dell’economia circolare nel Mezzogiorno, con gli interventi di Antonio Dell’Atti, Claudia De Leonardis, Francesco Arnese e del Direttore di Confcommercio Taranto Tullio Mancino. Subito dopo, alle 18:15, i riflettori si sposteranno sulla salute pubblica con una prestigiosa tavola rotonda medica che vedrà la partecipazione di Riccardo Memeo della LUM e dell’Ospedale Miulli, Salvatore Pisconti del reparto di Oncologia dell’Ospedale Moscati di Taranto, Simone Ventra della clinica D’Amore Hospital e della specialista in prevenzione odontoiatrica Silvia Savo. La serata si concluderà alle 19:30 con un atteso incontro sul giornalismo d’inchiesta e il racconto delle storie invisibili insieme a Francesco “Cizco” Di Roberto, noto inviato del programma televisivo Le Iene.
Il fine settimana del festival si aprirà sabato 23 maggio all’insegna dell’economia virtuosa e delle istituzioni. Alle ore 9:45 in Biblioteca si terrà il nono panel dedicato alla responsabilità d’impresa e all’innovazione territoriale curato dai partner del festival. Contemporaneamente, dalle ore 10:00 alle 12:00, con partenza dall’Infopoint comunale di via Roma, prenderà il via una sessione itinerante di cittadinanza attiva e scoperta territoriale curata da Manuela Santoro, Tonia Colucci e Angela Torzillo. Nel pomeriggio, le imprese e la transizione ecologica torneranno al centro del dibattito alle ore 17:00 nella sala consiliare, preparando il terreno per l’importante appuntamento istituzionale delle ore 18:00. In questa sede, i rappresentanti della governance locale e regionale si confronteranno sul tema “Istituzioni e Agenda 2030: Visioni e impegni per lo sviluppo sostenibile”. Al tavolo dei relatori siederanno il Sindaco di Crispiano Luca Lopomo, il Presidente della Provincia di Taranto Gianfranco Palmisano, il Segretario della Commissione Assistenza Sanitaria regionale Antonio Scalera e il Presidente del Consiglio Regionale della Puglia Toni Matarrelli.
La giornata conclusiva di domenica 24 maggio sarà interamente dedicata alla storia locale e alla cultura. La mattina, dalle ore 9:30 in Biblioteca, si celebrerà la Giornata Europea dei Parchi con un prestigioso panel scientifico-culturale organizzato in autonomia da Italia Nostra e intitolato “Il Territorio di Crispiano fra Storia, Archeologia e Paesaggio”. L’incontro, introdotto e coordinato dalla Presidente della sezione di Taranto Nella Abruzzese, vedrà gli autorevoli interventi delle archeologhe Annalisa Biffino e Assunta Cocchiaro, della già vicedirettrice dell’Archivio di Stato Mina Chirico, di Mattia Magli per il WWF e di Manuel Marra per la LIPU. Il grandissimo finale del festival è previsto per le ore 20:00 nel Piazzale della Biblioteca Civica con la Notte dell’Agenda 2030. La serata si aprirà con le note della Make Your Band dell’istituto Severi-Mancini, che lascerà poi il palco all’attesissimo spettacolo di satira e Stand-up comedy della celebre autrice e attrice nazionale Daniela Baldassarra, la quale chiuderà la sesta edizione del festival unendo ironia graffiante e profonde riflessioni sulla parità di genere e la sostenibilità sociale nella vita quotidiana.
Tutti i panel saranno moderati dal giornalista e conduttore televisivo Gianmarco Sansolino.
L’ingresso a tutti gli eventi in cartellone è libero e gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili. La cittadinanza, la stampa, le associazioni e il mondo imprenditoriale sono invitati a partecipare per costruire insieme il futuro sostenibile del territorio
Festa di Pentecoste del Rinnovamento nello Spirito Santo
22 Mag 2026
Domenica 24 maggio il Rinnovamento nello Spirito Santo della diocesi celebrerà la ‘Festa di Pentecoste’ nella chiesa della Madonna delle Grazie, in via Falanto, a Taranto, prendendo spunto dal passo dagli Atti degli apostoli 2, 4-11: ‘Tutti furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare delle grandi opere di Dio’.
Il programma prevede, dalle ore 15: accoglienza, preghiera di lode, celebrazione eucaristica, ‘Roveto ardente’ (adorazione eucaristica) di ringraziamento e affidamento, agape fraterna.
Nella Domenica di Pentecoste, l’arcivescovo mons. Ciro Miniero presiederà la santa messa solenne alle ore 11.30 in Concattedrale e amministrerà il sacramento della Confermazione.
C’è un prima e un dopo la Pentecoste. Prima, i discepoli sono chiusi nel cenacolo, attraversati dalla paura, incapaci di comprendere fino in fondo ciò che la Pasqua ha inaugurato; dopo, gli stessi uomini escono, parlano, testimoniano, annunciano Cristo senza più nascondersi. La Pentecoste segna questa svolta decisiva: il compimento della promessa del Risorto — «Riceverete la forza dello Spirito Santo» (At 1,8) — e l’inizio della vita della Chiesa. In quel vento impetuoso e in quelle lingue di fuoco non si manifesta soltanto la potenza di Dio, ma una nuova forma della sua presenza nella storia: il Dio che viene ad abitare l’uomo attraverso il dono dello Spirito.
Con la discesa dello Spirito Santo accade qualcosa di decisivo nel rapporto tra Dio e l’uomo. Nell’Antico Testamento Dio si rivela anzitutto come colui che accompagna il suo popolo: il Dio dell’alleanza, il Dio che guida Israele nel cammino dell’esodo, presente nella nube e nel fuoco. È il Dio che sta davanti al suo popolo, che lo custodisce, lo conduce e lo educa alla libertà. Con l’incarnazione, questa prossimità assume un’intensità nuova: il Verbo si fa carne e diventa l’Emmanuele, il “Dio con noi” (Mt 1,23). Ma nella Pentecoste il mistero raggiunge una profondità ancora più radicale: Dio non è soltanto davanti all’uomo o accanto all’uomo; Dio viene ad abitare nell’uomo. La Pentecoste è la festa dello stupore di essere divenuti dimora dello Spirito.
Il racconto degli Atti degli Apostoli esprime tale mistero attraverso immagini di straordinaria densità: il vento impetuoso, le lingue di fuoco, la parola che diventa comprensibile a uomini provenienti da popoli differenti. Non siamo davanti a una manifestazione spettacolare destinata a suscitare meraviglia esteriore, ma alla rivelazione di una nuova condizione dell’esistenza credente. Lo Spirito trasforma i discepoli: dissolve la paura, apre alla testimonianza, rende possibile una comunione che supera le barriere linguistiche, culturali e religiose.
Sant’Agostino, riflettendo sulla Pentecoste, utilizza l’immagine degli “otri nuovi”. Finché il cuore dell’uomo rimane chiuso dentro una comprensione puramente umana di Cristo, esso non può contenere la novità del Vangelo. La Pasqua rinnova il cuore dei discepoli; la Pentecoste li rende capaci di accogliere il “vino nuovo” dello Spirito.
In questa prospettiva si comprende la continuità profonda tra il Sinai e il cenacolo. Agostino legge la Pentecoste cristiana come compimento della Pentecoste ebraica: sul Sinai Israele riceve la Legge scritta dal “dito di Dio”; nel cenacolo la Chiesa riceve lo Spirito Santo, che il Vangelo identifica simbolicamente proprio con quel “dito”. La Legge antica, incisa sulla pietra, si scontrava con la durezza del cuore umano; lo Spirito, invece, scrive la legge dell’amore nel cuore rinnovato dalla grazia. Si compie così la promessa profetica di Ezechiele: «Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).
L’uomo non è più chiamato semplicemente ad obbedire a un precetto esterno, ma a lasciarsi interiormente plasmare dallo Spirito di Cristo. San Paolo lo afferma con chiarezza: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5). L’agire cristiano nasce da questa grazia preveniente. Lo Spirito non annulla la libertà dell’uomo, ma la libera dalla chiusura egoistica e la rende capace di comunione.
Per questo gli Atti degli Apostoli insistono sul miracolo delle lingue. La Pentecoste non crea uniformità, ma unità nella differenza. Lo Spirito non elimina la pluralità delle culture e delle storie; le riconcilia dentro una comunione più profonda. Là dove il peccato aveva prodotto dispersione e incomunicabilità — come nel racconto di Babele — lo Spirito rende possibile l’incontro. La Chiesa nasce così come spazio di fraternità nel quale l’altro non è più percepito come minaccia, ma riconosciuto come dono.
Questa dimensione illumina anche la missione ecclesiale. Prima di essere organizzazione o struttura, la Chiesa è comunione generata dallo Spirito. L’evangelizzazione, allora, non coincide con la trasmissione di un sistema ideologico, ma con la testimonianza di una vita trasformata dalla presenza del Risorto. «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21): la missione nasce dal dinamismo stesso dell’amore trinitario che si comunica agli uomini.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù risorto soffia sui discepoli e dice: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). Il gesto richiama il soffio creatore della Genesi. La Pentecoste appare così come una nuova creazione: l’umanità ferita dal peccato viene ricreata affinché possa vivere secondo la logica del Vangelo. La presenza dello Spirito rende possibile ciò che da soli non potremmo realizzare: amare, perdonare, custodire la vita dell’altro, abitare la storia senza lasciarsi dominare dalla paura o dalla violenza.
La fede cristiana, pertanto, non si riduce a un’esperienza intimistica o disincarnata. Una vita abitata dallo Spirito diventa capace di rendere presente Cristo nella concretezza delle relazioni, nella carità verso i poveri, nella pazienza delle ferite quotidiane, nella custodia della comunione ecclesiale. Il credente diviene realmente “tempio dello Spirito” quando lascia trasparire, nella trama ordinaria dell’esistenza, il volto del Risorto.
Per questo la Chiesa continua incessantemente a pregare: «Vieni, Santo Spirito». Non come memoria nostalgica di un evento passato, ma come invocazione sempre attuale. Senza lo Spirito, la comunità cristiana rischia di ridursi a semplice istituzione; senza lo Spirito, la fede si impoverisce in pratica religiosa; senza lo Spirito, persino il Vangelo può trasformarsi in parola esteriore incapace di convertire il cuore.
La Pentecoste interpella allora anche il credente di oggi. Sappiamo ancora riconoscere la presenza dello Spirito dentro la nostra vita ecclesiale e personale? Le nostre comunità sono luoghi di comunione o spazi segnati dalla paura della differenza? Il Vangelo che annunciamo nasce davvero da un cuore trasformato dalla grazia, oppure rimane soltanto parola pronunciata dall’esterno? E ancora: lasciamo che lo Spirito scriva dentro di noi la legge dell’amore, oppure continuiamo a custodire cuori incapaci di accogliere la novità di Dio?
La parrocchia del Sacro Cuore di Statte terrà domenica 24 dalle ore 16 alle ore 19.30 la ‘Giornata della comunità’ sul tema “«Voi stessi date loro da mangiare» (Lc.9,14): L’eucarestia: pane spezzato e condiviso segno di unità” (1 Cor 10,17).
“La giornata della comunità – dice il parroco, don Giovanni Agrusta – è il sogno di ogni sacerdote che ama la sua parrocchia, vedendo la propria comunità insieme come una grande famiglia”.
Si apre all’insegna della meraviglia e della scoperta il nuovo sussidio estivo per i Grest 2026, presentato dall’Anspi (Associazione nazionale San Paolo Italia) per un progetto educativo che promette di accompagnare migliaia di ragazzi e giovani in tutta Italia, durante le attività estive degli oratori, con un percorso coinvolgente e ricco di significato. Il tema scelto per la prossima estate si ispira al mondo di Alice, simbolo di curiosità, stupore e capacità di guardare la realtà da prospettive nuove. Un viaggio educativo fatto di incontri, domande e avventure che inviteranno i partecipanti a mettersi in gioco, riscoprendo il valore dello stupore e dell’immaginazione come strumenti di crescita.
Il sussidio nasce all’interno del progetto ‘Reti in gioco’ (realizzato con il finanziamento del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali), che pone al centro il gioco come chiave educativa fondamentale. Attraverso attività strutturate, momenti di condivisione e momenti spirituali, l’obiettivo è quello di favorire lo sviluppo personale e relazionale dei più giovani, aiutandoli a crescere insieme in modo autentico e consapevole. Con questo nuovo progetto, l’Anspi conferma ancora una volta il proprio impegno nel mondo educativo, offrendo strumenti concreti e innovativi agli oratori e alle realtà giovanili, affinché l’estate diventi un tempo prezioso di crescita, divertimento e scoperta.
Domenica 24 maggio ricorre a Statte la festa di San Girolamo Emiliani, a cura della omonima parrocchia nell’ex zona 167, ora intitolata al santo. Sante messe in mattinata saranno celebrate alle ore 8.30 e alle ore 10.30.
Alle ore 17 uscirà la processione accompagnata dalla banda musicale ‘Domenico Bastia’ di Statte, che percorrerà via Arena di Verona, via Teatro Massimo, via Monteverdi, via Arena di Verona, via Teatro all’Opera, via Teatro Massimo, via Teatro della Scala, via Teatro San Carlo con rientro in chiesa dove alle ore 19 sarà celebrata la santa messa solenne. A termine, alle ore 20.30, esibizione del gruppo musicale ‘Senza Tempo: viaggio nella musica italiana degli anni 80-90-2000’ e degustazioni gastronomiche. Le luminarie saranno allestite dalla ditta Ciaccia di Cisternino.
Sin dalla sua istituzione, avvenuta con i padri somaschi, la parrocchia (attualmente guidata da don Giampiero Savino) si è posta come faro di legalità e fattore di integrazione per le famiglie che nel tempo sono venute ad abitare in questa zona, adeguando la pastorale ordinaria alle necessità man mano riscontrate. Molto impegno è riservato ai giovani, con attività di vario genere e pratiche sportive finalizzate alla comprensione delle regole e del rispetto dell’altro; le strutture dell’oratorio in tutto ciò sono molto d’aiuto.
Si concludono domenica 24 maggio i festeggiamenti in onore di Maria Ausiliatrice, a cura della comunità salesiana tarantina.
Alle ore 18.30, nel cortile dell’istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, santa messa solenne presieduta da don Giuseppe Russo, delegato Pg Ime; seguirà la processione per via Sardegna, via Marche, via Emilia, via Umbria, corso Italia, via Argentina, via Nettuno, via Liside, piazza Maria ausiliatrice, via Calabria, via Capitanata, via Umbria con ingresso nell’oratorio della San Giovanni Bosco dalla porta monumentale.
Quindi, ‘Festainsieme’ nel medesimo cortile con musica e stand gastronomici.