Metropolia

Incontri con suor Sabine Kima, referente Shalom in Burkina Faso

27 Mag 2026

Il Movimento Shalom Odv – sezione Puglia di Taranto terrà incontri con suor Sabine Kima, referente Shalom in Burkina Faso per il sostegno a distanza e i progetti di cooperazione.  Tre giorni, tre iniziative per parlare anche dei piccoli grandi frutti che produce il miracolo della solidarietà e della cooperazione internazionale e dell’importanza del sostegno a distanza grazie al quale i bambini hanno la possibilità di crescere sani, di frequentare la scuola e di essere curati in caso di malattia.

Ad accompagnare la religiosa, per la prima volta in Puglia, anche Elisabeth Simporè, sua collaboratrice nella Missione di Tampouy.

La religiosa parlerà del suo Paese – martoriato dal terrorismo e da una crisi umanitaria senza precedenti -,  delle adozioni a distanza, delle condizioni dei bimbi sostenuti e dei progressi generati dai progetti strutturali di cooperazione allo sviluppo realizzati dalla Puglia, con il coordinamento della sezione di Taranto.

Il primo incontro con suor Sabine Kima si terrà mercoledì 27 maggio  nellauditorium della San Pio X alle ore 19,15 (dopo la santa messa delle ore 18,30), coordinato dalla responsabile regionale di Shalom Lucia Parente De Cataldis, con i saluti del parroco don Francesco Curlacci. L’iniziativa, dal titolo ‘Crescere insieme col sostegno a distanza: Il sostegno a distanza come strumento per sradicare la povertà educativa e far crescere i diritti dei bambini’, si colloca nell’ambito del progetto nazionale ‘Coltiva il futuro’ cui ha aderito il Movimento Shalom, promosso in rete da varie associazioni con il sostegno del Ministero del lavoro e delle politiche sociali nel Fondo per il finanziamento di iniziative e progetti di rilevanza nazionale. L’intento è promuovere l’educazione esperienziale come strumento per accompagnare la crescita, con l’obiettivo di combattere la povertà educativa rafforzando le comunità educanti affinché possano promuovere  il protagonismo nelle nuove generazioni, educando alla partecipazione attiva, alla cura del bene comune, alla solidarietà, in un’ottica di cittadinanza globale e giustizia sociale.

Martedì 26 maggio, invece, la religiosa sarà nella chiesa del Sacro Cuore di Massafra: alle ore 18.30 interverrà durante la santa messa ed incontrerà sostenitori e cittadini delle sezioni Shalom di Massafra e Mottola.

Infine, giovedì 28 maggio alle ore 10  le ospiti  incontreranno le quarte classi elementari della scuola tarantina ‘Renato Moro – Livatino’, grazie alla disponibilità della dirigente d.ssa Loredana Bucci e delle docenti. È un ritorno quello all’i.c. Renato Moro, che ha già collaborato in passato col Movimento Shalom ionico, sostenendo la mensa di Tampouy, accogliendo incontri didattici sulla pace e realizzando una omonima scuola a Dorì nel deserto del Sahel, che offre il diritto all’istruzione a tanti piccoli burkinabé in una zona ad oggi martoriata dal terrorismo. Anche questo momento si inquadra negli obiettivi del progetto ‘Coltiva il futuro’ affinché la testimonianza e quindi l’educazione esperienziale permetta di fare esperienza diretta di incontro tra punti di vista diversi, di sviluppare ascolto ed empatia e di costruire relazioni inclusive.

Shalom aspetta numerosi tutti coloro che vorranno saperne di più sulle condizioni di vita in questo poverissimo paese dell’Africa sub-sahariana e vogliano riflettere sul ruolo dell’educazione per le nuove generazioni e della cooperazione internazionale come strumento educativo e di contrasto alla povertà in contesti di estrema fragilità, dove i diritti fondamentali dei bambini sono violati.

Diocesi

La comunità di Sant’Egidio si appresta a festeggiare il 30º anniversario della canonizzazione

27 Mag 2026

Riceviamo una testimonianza del priore della confraternita di Sant’Egidio Maria di San Giuseppe, Pino Lippo:

Nel dicastero delle Cause dei santi leggiamo che un beato, per arrivare ad essere dichiarato santo, gli si deve attribuire un secondo miracolo avvenuto successivamente alla sua beatificazione. 
Bene: frate Egidio venne beatificato il 5 febbraio 1888 da papa Leone XIII e santificato il 2 giugno 1996 da papa Giovanni Paolo II che riconobbe come vero miracolo la guarigione da ” coriocarcinoma uterino ” della signora Angela Mignogna, tarantina, avvenuta nel 1937 per sua intercessione. 
La sua vita, si legge nei processi canonici e nei libri, fu povera, ma lieta e gioiosa. 
Una vita ricoperta di amore e attenzione per gli ultimi, per gli esclusi, per i carcerati, per i nobili decaduti, per i commercianti in difficoltà, per gli ammalati……
Amore per il Signore, per la Vergine Maria sotto il titolo di Madonna del pozzo, per i suoi Santi ‘prediletti’: San Pasquale, San Pietro D’Alcantara, San Giuseppe.
Amore per tutto il Creato. 
Un Creato come lo intendeva San Francesco d’Assisi, ovvero un grande specchio ed un riflesso di Dio, una sua manifestazione visibile da amare, rispettare e lodare. 
Il suo è un modello di vita contemplativa.
Difatti assidua era la sua preghiera dinanzi alla Eucarestia, al Santissimo Crocifisso come al volto della Vergine .
A ragione di ciò festeggiare il 30° anniversario di canonizzazione di Sant’Egidio Maria di San Giuseppe serve a tutti noi per rinnovare l’attualità del suo messaggio spirituale e per continuare a celebrare la sua opera nel tempo: Amate Dio, amate Dio!
Il priore ribadisce con entusiasmo che “Sant’Egidio Maria è il Santo della porta accanto, è nostro amico, è colui che ci ha protetti nel periodo del Covid. 
È una finestra che si affaccia dinanzi al cuore di Cristo intercedendo insieme alla Vergine Madre per le nostre preghiere, per le nostre suppliche”.
Quante pagine particolari della nostra vita, non sempre facili da comprendere, mostriamo alla sua lettura, alla sua attenzione, alla sua comprensione. 
La vita di Sant’Egidio, il suo messaggio spirituale, il suo esempio diventa sempre più attuale ed indispensabile nei nostri giorni. 
E molto della sua santità la ritroviamo anche in un santo nostro contemporaneo: San Carlo Acutis. 
Questi due santi difatti dividevano in gioventù tra i loro coetanei bisognosi tutto ciò che avevano, erano pronti a soccorrere lo straniero, il mendicante, pronti a scambiare una parola buona con tutti senza distinzione. Conoscevano bene il Vangelo e lo mettevano in pratica.
Quest’anno, martedì 2 giugno 2026 sarà il suo 30° anniversario di canonizzazione. 
Nella nostra parrocchia a Tramontone, a lui intitolata, lo ricorderemo con devozione con un semplice programma:
Domenica 31 maggio ore 20, Spettacolo di recita e musica.
Lunedì 1 giugno ore 20,00 veglia di preghiera 
Martedì 2 giugno ore 18, messa solenne presieduta dall’arcivescovo emerito, mons.Filippo Santoro.
• Subito dopo, processione del simulacro per le vie del quartiere. 
La confraternita ed il padre spirituale don Carmine Agresta hanno voluto che il Simulacro in questa occasione venisse portato a spalla da pescatori devoti e questa volta sarà la Cooperativa commercio prodotti ittici Sant’Egidio da Taranto ad averne il privilegio. 
Questa modalità è attinente con il lavoro che svolgeva papà Cataldo e lo stesso Ciccio (Sant’Egidio), funai entrambi, artigiani specializzati nella trasformazione della canapa grezza per la produzione manuale di funi, corde e spaghi impiegati in quel tempo nella pesca, nella coltivazione di mitili, nella agricoltura come nell’allevamento di bestiame. 
Oggi lavoro superato con l’impiego di acciaio e fibre sintetiche.
Il priore Pino Lippo prosegue nella sua testimonianza: Il funaio era un lavoro umile. Un lavoro che Sant’Egidio aveva imparato alla perfezione seguendo l’esempio di papà Cataldo e dell’amico di famiglia Ciccio Martucci. 
Ancora oggi, pur essendo le reti e le corde di materiali diverso, molti pescatori invocano Sant’Egidio per avere protezione dai pericoli del mare, per chiedere una pesca abbondante, per benedire le loro famiglie e le loro imbarcazioni. 
Nei suoi 53 anni di permanenza a Napoli, Sant’Egidio ogni mattina era solito percorrere la riviera di Chiaia, salutava i pescatori e benediva le loro sporte. Aveva con loro e con tutta la marineria un legame, un’attenzione particolare. Ed il suo pensiero correva alle banchine, ai pontili di Taranto nei pressi della Discesa Vasto, proprio vicino alla sua casa natale sul Pendio La Riccia, all’odore salmastro, ai venti di scirocco, alle temperature miti, alle voci amiche e familiari di un tempo. 
Auspico che Taranto tutta si risvegli dal torpore e riconosca finalmente senza tentennamenti in Sant’Egidio il proprio compatrono e ne segua il suo esempio. 
Conclude il Priore Pino Lippo: mi sembra di vedere fra Egidio tra la folla sulla riviera a Chiaia mostrare la sua esperienza nell’intrecciare delle corde e nello sgusciare con la sua ” grammedda ” una zoca di buone cozze. 
Dimostrazione di sua umanità, semplicità e vicinanza ai mitilicoltori e pescatori.
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Qualità della vita

I giovani: la difficoltà di vivere a Taranto e la scarsa offerta formativa

26 Mag 2026

di Silvano Trevisani

Che Taranto non sia un territorio per i giovani lo si sa da sempre. Non fa tanto meraviglia, quindi, constatare che la nostra città e la sua provincia siano in fondo alla classifica del benessere giovanile del “Sole 24 Ore”, laddove l’avevamo lasciata l’anno scorso. Assoluta mancanza di lavoro, offerta limitata di studi universitari e quasi totale assenza di servizi sono le cause principali che, nei commenti degli esperti, vengono soprattutto ricondotti alla chiusura della stagione dell’acciaio che, nel bene e nel male, assorbiva, direttamente o indirettamente, manodopera locale. Se nella classifica per l’occupazione giovanile Taranto è all’ultimo posto con la disoccupazione che raggiunge quasi il 44%, oltre dieci punti in più di Agrigento, che è penultima nella classifica, mentre è quasi pari a zero in province come Bergamo, Bolzano e Lodi, non si può immaginare che i nostri giovani siano contenti di vivere qui. Almeno i pochi che restano, visto che la stragrande maggioranza scappa via.

La situazione drammatica del nostro territorio richiederebbe soluzioni molto più consistenti e impattanti, richiederebbe scelte politiche che né il governo centrale né i governi locali sono stati in grado di proporre o favorire. Ed è soltanto congiunturalmente dovuto alla crisi dell’acciaio che di fatto ha aggravato negli ultimi anni, una condizione antica e sempre presente nel nostro territorio.

Voglio ricordare soltanto che all’inizi del nuovo millennio, quasi trent’anni fa, il nostro giornale, allora settimanale “Nuovo Dialogo”, realizzò un’inchiesta tra tutti i giovani maturandi della città e chiese loro, in particolare, dove immaginavano la loro vita negli anni a venire. Ebbene, mentre solo il 5% rispose di non aver ancora le idee chiare, ben il 66% rispose che immaginava il proprio futuro lontano da Taranto. Una percentuale che, forse, si rivelerà nei fatti anche superata dalla realtà, ma che si spiega soprattutto con l’idea che solo lasciando il territorio si potrà costruire un futuro migliore.

Se poi consideriamo la crescente diminuzione del numero degli abitanti, con le famiglie che molto spesso seguono i figli nelle nuove residente, il forte decremento delle nascite, la mancanza quasi assoluta di occupazione e la crisi delle poche realtà esistenti, e ancora: l’assoluta insufficienza dell’offerta universitaria, dovremo guardare con una certa preoccupazioni i dati previsionali dell’Istat che prevedono, dopo il 2050, una popolazione cittadina vicina ai 150.000 abitanti.

In questi giorni, il Comune di Taranto ha voluto promuovere un grande dibattito sulla cultura dal quale è scaturito un documento programmatico: “Taranto 2030: La Cultura che Unisce”, che si propone di “accompagnare la città in una fase storica di profonda trasformazione economica, sociale, urbana e identitaria”. Si è alla fase ideativa, caratterizzata da una visione forse troppo ampia e onnicomprensiva e non è possibile fare previsioni né tanto meno immaginare bilanci preventivi.

Ma se un risultato tangibile e indiscutibile l’assemblea conclusiva svoltasi al teatro Fusco l’ha portato è quello di chiarire, in maniera assoluta e inequivocabile, che Taranto, pur avendo una sede e alcuni corsi universitari, non è affatto una città universitaria. Lo hanno chiarito gli studenti che hanno preso la parola e che hanno evidenziato che: l’offerta formativa è limitata e tutt’altro che esauriente; manca una mensa universitaria; mancano strutture, punti di incontro e impianti sportivi dedicati. Mancano residenze specifiche e persino biblioteche universitarie. In parole povere, possiamo dedurre che a Taranto studiano quasi solo i giovani che sono obbligati a farlo, o per la situazione economica della famiglia o perché non vi sono alternativa (è un po’ così il caso di medicina, dove manca e continuerà a mancare per molto tempo, il policlinico). E che il ruolo dell’università in un territorio sia importante lo dice, tra l’altro, il risultato riscosso da Lecce che proprio nel polo universitario ha il suo elemento più qualificante.

In questi giorni i sindacati hanno lanciato una nuova Vertenza Taranto, forse augurandosi che non si concluda in un fallimento come fu la precedente. Ma occorrerebbe, forse, una Vertenza Giovani per evitare che la città decresca e possa coltivare l’unica ambizione di diventare luna park per crocieristi.

I martedì culturali in parrocchia

La lettera di San Francesco a Sant’Antonio

26 Mag 2026

Per ‘I martedì culturali a Sant’Antonio’, martedì 26 maggio alle ore 19.30 nella chiesa parrocchiale della Sant’Antonio, a Martina Franca, si parlerà di ‘Quando la cultura entrò nell’Ordine: la lettera di Francesco ad Antonio’.
La serata sarà introdotta dal parroco, don Mimmo Sergio, con l’intervento del sac. prof. Alessandro Grande, docente dell’istituto superiore di scienze religiose di Lecce; prevista la consegna di riconoscimenti a nome della comuntà parrocchiale.

Enciclica

Magnifica Humanitas, prima enciclica sull’intelligenza artificiale: “L’Ai va disarmata”

ph Vatican media-Sir
26 Mag 2026

di Riccardo Benotti

Non era mai successo: un Papa seduto al tavolo con i relatori, ad ascoltare, e poi a prendere la parola in prima persona per presentare la propria enciclica. Leone XIV lo ha fatto oggi all’Aula nuova del Sinodo, per lanciare Magnifica Humanitas, la lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, firmata il 15 maggio nel 135° anniversario della Rerum novarum. Al suo fianco, tra gli altri, Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, che è intervenuto con una premessa spiazzante: “Ogni frontiera dell’Ai opera dentro incentivi e vincoli che possono entrare in conflitto con il fare la cosa giusta”. Non le parole di un critico esterno, ma di chi quella frontiera la abita ogni giorno. “Come Leone XIII – ha risposto il papa – mi sento chiamato a guardare un’enorme trasformazione con occhi di fede, con lucidità di ragione, con apertura al mistero e con i clamori dei poveri e della terra che risuonano nel mio cuore”. Cinque relatori, cinque prospettive, un unico filo conduttore: l’Ai non è un destino, è una scelta.

 

ph Vatican media-Sir

Disarmare e ricostruire: la parola del Papa
Il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano e moderatore dell’evento, ha fissato la posta in gioco: la sfida più profonda dell’enciclica è “l’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale”, poiché la velocità con cui si accumula la potenza tecnologica rischia di superare “la capacità delle istituzioni – e persino della coscienza individuale – di orientarla”. È stato però Leone XIV a dare il peso definitivo all’incontro: l’intelligenza artificiale “deve essere disarmata, liberata dalle logiche che la trasformano in strumento di dominio, esclusione o morte”. Ripercorrendo i suoi anni di missione in Perù e le alluvioni del 2017, ha aggiunto: “Ricostruire non significa semplicemente sostituire ciò che è stato distrutto. Significa riparare i legami, restituire la fiducia, ridestare la speranza nel futuro”. Il card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, ha strutturato il suo intervento attorno a tre parole: ingegno, coscienza, cura. “Il futuro dell’intelligenza artificiale – ha precisato – non è scritto nella tecnologia stessa. Dipende dalle nostre scelte, dalle istituzioni che le accolgono e dalla nostra capacità di governare responsabilmente l’innovazione”. Ha allargato lo sguardo anche all’ecologia: i sistemi di IA più avanzati richiedono infrastrutture energetiche enormi, e “la transizione digitale è anche una questione ecologica”.

Anna Rowlands, ordinaria di Pensiero sociale cattolico all’Università di Durham, ha messo a fuoco la continuità tra Laudato si’ e il nuovo documento: superare il paradigma tecnocratico richiede “custodire con urgenza l’umano”. Ha citato Romano Guardini, ripreso dall’enciclica: “L’uomo contemporaneo non è stato formato a usare bene il potere”.

 

ph Vatican media-Sir

Dal Sud del mondo, la voce di chi paga il prezzo più alto
Il contributo più diretto sulle ingiustizie concrete è venuto da Leocadie Lushombo, dell’Istituzione teresiana e della Jesuit School of Theology della Santa Clara University, originaria della Repubblica Democratica del Congo. Ha articolato quattro avvertimenti del documento: salvaguardia della verità, preservazione della libertà interiore, tutela della coscienza relazionale, protezione dei lavoratori vulnerabili. Su quest’ultimo punto è stata esplicita: “In alcune regioni del mondo, bambini e adolescenti lavorano in condizioni pericolose nei processi di estrazione dei materiali da cui dipendono le infrastrutture del calcolo”. L’Ai rischia di essere coloniale: “Non domina più solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili”. La filosofia ubuntu dell’Africa – “sono umano perché appartengo, partecipo, condivido” – ha proposto come antidoto culturale a un apprendimento che l’Ai tende a rendere isolato e transazionale. Il card. Víctor Manuel Fernández, prefetto del dicastero per la Dottrina della fede, ha spiegato perché Leone XIV non si vergogni di chiamare “magnifica” un’umanità capace anche di “assassinare migliaia di bambini in guerre contrarie persino al diritto internazionale”: la risposta sta nella grazia, poiché “ogni essere umano ha una dignità infinita e non perde mai quella sublime capacità di amare”. Per Fernández il transumanesimo è “una falsa mistica”: “chi ama sempre soffre, e per sopprimere totalmente il dolore bisognerebbe spegnere anche l’amore”. Olah, infine, ha svelato ciò che la ricerca sull’interpretabilità sta trovando dentro i modelli di Ai: strutture che rispecchiano risultati delle neuroscienze umane, prove di introspezione, stati interni che funzionalmente rispecchiano gioia, soddisfazione, paura, dolore e disagio. “Non so cosa significhi – ha concluso – ma penso meriti un discernimento continuo”. Per questo la voce della Chiesa è necessaria: “Abbiamo bisogno di critici informati che dicano ai laboratori quando stiamo fallendo. Abbiamo bisogno di voci morali che gli incentivi non possano piegare”.

Diocesi

Antonietta Casavola: una ‘luce gentile’ nell’Azione Cattolica del Mezzogiorno

26 Mag 2026

Mercoledì 27 maggio nella chiesa del Carmine di Martina Franca alle ore 19.30 sarà presentato il libro del prof. Vittorio De Marco dal titolo “Antonietta Casavola: una ‘luce gentile’ nell’Azione Cattolica del Mezzogiorno (1920-1960)”.

Dopo i saluti del parroco del Carmine, don Francesco Imperiale, e di Letizia Cristiano, presidente dell’Azione Cattolica diocesana, interverranno l’autore e il parroco della Sant’Antonio di Martina Franca, don Mimmo Sergio, con un ricordo di Adelina Casavola. La serata sarà moderata da mons. Carmine Agresta, assistente ecclesiastico dell’Azione Cattolica diocesana, che organizza l’iniziativa assieme alla parrocchia del Carmine.

 

Enciclica

Magnifica Humanitas, Card. Zuppi: “È un dono prezioso”

ph Marco Calvarese-Sir
26 Mag 2026

“Un dono prezioso, un faro di luce nel buio di pensiero e di violenza che talvolta avvertiamo intorno a noi”. Così il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha definito la prima enciclica di papa Leone, Magnifica Humanitas, presentata oggi. ha proseguito il cardinale aprendo i lavori dell’Assemblea della Cei, in corso in Vaticano fino al 28 maggio. “Ci sentiamo interpellati di fronte alle guerre, alle diseguaglianze sociali, allo sfruttamento del lavoro, al modello tecnocratico e agli egoismi verso le migrazioni dei popoli, alla cosiddetta teologia della prosperità”, ha detto Zuppi aprendo i lavori dell’Assemblea generale della Cei, in corso in Vaticano fino al 28 maggio.

“Viviamo in un mondo attraversato da guerre, paure, solitudini, diffidenze”, l’analisi del cardinale: “la guerra è cambiata, anche con un utilizzo sempre più largo della tecnologia, ed è sempre più lunga per le armi temibili – tecnologiche – messe in campo. Non è vero che può essere pulita, evitando un gran numero di vittime. E poi a livello globale, con le sue conseguenze, la guerra colpisce anche i Paesi che non sono direttamente coinvolti. Vediamo persino svilupparsi le agenzie di mercenari che fanno della guerra il loro modo di vivere: un vero regresso di civiltà.
Vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle nazioni. A loro gridiamo: fermatevi!”, il primo appello del presidente della Cei: “È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte. È importante rilanciare l’azione degli Organismi internazionali per porre fine alla spirale della violenza, che stringe sempre più forte la sua morsa in tanti contesti del mondo, spesso noti come l’Ucraina e il Medio Oriente, la Terra Santa, spesso meno noti e, per questo, colpevolmente dimenticati.

Il nostro Paese conosce tante solitudini”, il ritratto dell’Italia: “Ci sono anziani che non aspettano più nessuno, giovani che faticano a immaginare il futuro, famiglie appesantite da ritmi e precarietà, adulti che portano in silenzio fallimenti e paure, fragili chiusi in un mondo in cui non sono padroni di sé stessi, poveri che diventano invisibili perché disturbano poco. “Anche le nostre comunità ecclesiali possono essere attraversate da stanchezza, frammentazione, incomprensioni”. “Costruire comunità non è un’operazione di marketing pastorale”, ha spiegato citando, tra gli altri fronti di impegno, “il cammino di promozione della tutela dei minori contro ogni forma di abuso”. “Una Chiesa adulta non nasconde le proprie ombre”, ha affermato Zuppi: “La comunità cristiana non è il luogo dei perfetti.
Per le riforme che riguardano l’architettura fondamentale della vita del Paese, è necessario un clima costituente, capace di coinvolgere il più possibile le forze politiche e la società civile”, l’invito a partire dal recente referendum sulla giustizia: “quale giustizia vogliamo costruire? Una giustizia credibile ha bisogno di tempi ragionevoli, decisioni prevedibili, norme chiare, istituzioni rispettate e persone responsabili”. “Il sovraffollamento carcerario, la condizione di chi è detenuto e di chi opera negli istituti di pena, il dolore delle vittime, le attese delle famiglie, il bisogno di responsabilità e di riparazione chiedono un confronto ampio, competente e non ideologico”, il monito: “La giustizia non può essere indifferenza verso il male compiuto, ma non può nemmeno rinunciare alla possibilità di un futuro per chi ha sbagliato. Deve perseguire verità, responsabilità, sicurezza, certezza della pena, riparazione e dignità: è questo il modo migliore per rispondere anche al dolore delle vittime”.

“I giovani non possono essere descritti soltanto come violenti o smarriti. Accanto a chi si perde nella brutalità, esistono ragazzi capaci di una maturità straordinaria”, il riferimento ai recenti, tragici fatti di cronaca che hanno coinvolto il mondo giovanile.  “Occorre evitare che odio generi altro odio: la differenza, probabilmente, la fanno gli incontri, le comunità, l’annuncio incarnato della Parola e il coinvolgimento in esperienze che rendano concrete le esperienze spirituali”.

Sul piano pastorale, Zuppi ha ribadito che la sinodalità “non riguarda solo alcune procedure”: “la riforma dei nostri processi decisionali è una responsabilità ecclesiale”, per “rendere più conforme le nostre strutture al cammino che abbiamo intrapreso”, all’insegna della collegialità. Oggetto dell’Assemblea, dunque saranno alcuni “nodi decisivi”: “l’annuncio del Vangelo, l’iniziazione cristiana, l’istituzione strutturata dei Consigli pastorali, la corresponsabilità e la trasparenza nella gestione economica diocesana, un processo di verifica e revisione dello Statuto e del Regolamento della Conferenza Episcopale Italiana”. “Su alcuni il Papa ci ha indicato una direzione precisa: non si tratta di moltiplicare passaggi per rendere tutto più lento”, ha spiegato Zuppi: “Si tratta di rendere più ecclesiale ciò che facciamo”.

“È importante che le istituzioni tornino finalmente a guardare con attenzione alle tante persone e famiglie che soffrono per la mancanza di un alloggio dignitoso”, l’appello al termine dell’introduzione. Secondo il presidente della Cei, “il Piano-casa del Governo può rappresentare un passo significativo: auspichiamo che le risorse stanziate possano crescere ulteriormente e che fin da subito si promuovano – con i ministeri, gli enti locali e il Terzo settore – percorsi di accompagnamento sociale, relazionale ed educativo che aiutino i più vulnerabili a ricostruire autonomia”.  “Sulle persone e sui territori più fragili incide fortemente la crisi climatica”, ha osservato infine il cardinale: “Non possiamo limitarci a intervenire soltanto nell’emergenza: occorre educare le comunità alla prevenzione, alla cura del creato, alla responsabilità collettiva e alla custodia concreta dei luoghi”.

Enciclica

Magnifica Humanitas, Leone XIV: “Abbiamo il dovere di restare umani”

Leone XIV firma la Magnifica Humanitas - ph Vatican media-Sir
26 Mag 2026

“Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore”. Lo scrive Leone XIV, nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas – 231 pagine, suddivise in cinque capitoli – in cui afferma che “la magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”.

Punto di riferimento dell’enciclica, firmata nel 135° anniversario della Rerum Novarum, è Leone XIII, che ha dato “nuovo impulso” alla dottrina sociale della Chiesa, chiamata oggi a confrontarsi con il fatto che “la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando il mondo”. “Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo, ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto”, scrive il Papa, secondo il quale per affrontare la sfida della rivoluzione digitale, occorrono “strumenti normativi adeguati”, ma soprattutto “occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti”.

Un tempo, infatti, “erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione”: “Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. No, allora, ad “usi evidentemente antiumani” dell’ai: bisogna chiedersi “quale idea di persona e di società” ci sia dietro alle macchine.
“Non serve un’ai più morale, se questa morale è decisa da pochi”, l’appello di Leone, che denuncia come “l’ai tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati”. Di qui la “seria preoccupazione” per il fenomeno per cui “piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli”.

“Disarmare l’Ai significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva”, l’invito scandito dal verbo privilegiato dall’inizio del pontificato, in un’epoca in cui la rivoluzione digitale “sta modificando la grammatica dei conflitti”, rendendo “più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte” e il ricorso alla forza una “opzione immediata e praticabile”. Di fronte a “forme ibride” di guerra come attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche, l’ai è un “fattore di accelerazione”, alimentando “una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a danno collaterale”.

Occorre scegliere, dunque, tra “due logiche opposte”: la “cultura della potenza”, fatta di “polarizzazioni e violenze”, e la “civiltà dell’amore”, che “consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune”. No, allora, alla “normalizzazione della guerra” e alla “corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti”; sì, invece, all’impegno della “gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace.
L’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti”, la tesi del Papa, che definisce “più che mai importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto”. “Non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili”, incalza Leone XIV: “non esiste nessun algoritmo che renda la guerra moralmente accettabile.
Oggi è molto più semplice iniziare una guerra che fermarla, e quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre una deriva pericolosa”: “ciò che appare impensabile può diventare domani accettabile in base a calcoli di utilità o di sicurezza”.

Non manca, nell’enciclica, un appello a un esame di coscienza, per la Chiesa, a cominciare dal tema degli abusi. Nell’epoca della quarta rivoluzione industriale, l’innovazione “viene spesso accolta solo in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti”, denuncia il Pontefice, secondo il quale “l’accesso al lavoro per tutti deve rimanere un obiettivo prioritario delle politiche pubbliche e dei processi economici”. Ai giovani vanno garantite “scelte che rendano praticabile la stabilità” e “misure che garantiscano ritmi umani”. No, inoltre, alle “nuove schiavitù” che “si alimentano di catene economiche e infrastrutture digitali”. “Occorre opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme, quando contrasta con il bene dei minori”. Dare priorità alla “ricerca della verità”, l’imperativo per una ecologia della comunicazione e del creato. Tra gli autori citati, John Ronald Reuel Tolkien, che per bocca dei protagonisti del suo romanzo più celebre, Il Signore degli anelli, afferma: “La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione”.

Diocesi

Si è conclusa sabato 23 la festa di Santa Rita

ph G. Leva
26 Mag 2026

di Angelo Diofano

“In tempi come questi in cui il male sembra preponderante, come ci mostrano quotidianamente le cronache e come la nostra città ha fatto recentemente triste esperienza, risulta prezioso l’insegnamento e l’esempio di Santa Rita, che al male ha risposto con il bene, anche se questo talvolta ci costa davvero tanto”: così l’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha riferito venerdì sera nella santa messa solenne per la festa della Santa di Cascia, celebrata davanti a una gran folla assiepata nella piazza davanti alla chiesa.

 

ph G. Leva

Assieme a mons. Miniero hanno celebrato il segretario particolare, don Luciano Matichecchia, il vicario parrocchiale don Mattia Santomarco e il parroco di Santa Rita, mons. Gino Romanazzi, che al termine della celebrazione ha coinvolto i fedeli nei canti gioiosi di Comunione e Liberazione, su tutti ‘Mattone su mattone’. Erano presenti le maggiori autorità cittadine, fra cui il sindaco Piero Bitetti in fascia tricolore, il questore Michele Davide Sinigaglia e il comandante dei carabinieri, Basile.
Al termine si è svolta la processione per le vie del quartiere con la statua della Santa scortata da carabinieri in alta uniforme, con il gonfalone del Comune di Taranto al seguito.
Al rientro, in piazza, mons. Romanazzi ha impartito la consueta benedizione alle rose, il fiore simbolo della santa.
I festeggiamenti si sono conclusi sabato sera, 23 maggio con la grande festa all’aperto e il ‘l’autopranzo’, nella cornice delle luminarie, fra musiche e balli.

 

Diocesi

La solenne celebrazione eucaristica dell’arcivescovo per la Pentecoste

ph studio fotografico Renato Ingenito
25 Mag 2026

di Angelo Diofano

Domenica 24 maggio, nella Solennità di Pentecoste, l’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha presieduto la santa messa con il conferimento del sacramento della Confermazione nella Concattedrale Gran Madre di Dio.
Il presule, nell’omelia rivolta in modo particolare ai circa 70 cresimandi, ha sottolineato come il Signore ancora oggi entri nella nostra vita «in punta di piedi», trasformandola dal di dentro e offrendo la possibilità di essere persone nuove nel suo amore. Da qui l’impegno di ciascuno ad accogliere con gioia l’azione dello Spirito che ci rende testimoni di speranza e di pace per tutti.

 

Il servizio fotografico è stato curato e gentilmente concesso dallo studio di Renato Ingenito

 

 

 

 

Eventi nazionali

I giovani creator di ‘Shane to Share’ protagonisti al Festival della comunicazione di Albano

25 Mag 2026

Dall’11 al 24 maggio, il Festival della Comunicazione ha fatto tappa ad Albano laziale, organizzato in sinergia dalla Società San Paolo, fondatrice della manifestazione itinerante, e dalla diocesi suburbicaria di Albano.
Il Festival si è sviluppato attorno al tema indicato da papa Leone XIV per la LX Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali: “Custodire voci e volti umani”.

Tra i protagonisti più significativi di questa edizione è spiccata la presenza dei giovani digital content creator del progetto ‘Shine to Share’, un gruppo selezionato a livello nazionale attraverso il contest promosso dai Servizi Cei per la promozione del Sostegno economico alla Chiesa cattolica (Spse), guidato da Massimo Monzio Compagnoni, e per la Pastorale giovanile (Snpg), diretto da don Riccardo Pincerato. La formazione sulle competenze di storytelling digitale è stata curata negli ultimi sei mesi dai docenti dell’Istituto universitario salesiano di Venezia (Iusve).

Già venerdì 15 maggio il Festival aveva aperto uno spazio di riflessione sul rapporto tra comunicazione, responsabilità e costruzione delle narrazioni attraverso la tavola rotonda “Parole che generano responsabilità, scelte e azioni”, moderata da Francesco Misceo, con gli interventi della giornalista Safiria Leccese, del sociologo Massimiliano Padula e di Rosanna Savoldelli, senior consulting di Eumetra. La serata si è poi conclusa con il momento di animazione missionaria “Voci, volti e storie da raccontare”, animato dai Giovani Costruttori per l’umanità, che ha offerto testimonianze ed esperienze di impegno e solidarietà internazionale.

Il momento centrale della loro partecipazione si è svolto sabato 16 maggio, quando i giovani creator, accompagnati dai referenti Spse e dai tutor Iusve, hanno visitato alcune Opere Segno della Caritas diocesana di Albano, entrando in contatto diretto con realtà sostenute anche attraverso i fondi dell’8xmille: i Centri Servizi Caritas di Albano e di Genzano con l’Emporio Solidale, le Piccole Sorelle dei Poveri di Marino dedicate all’accoglienza degli anziani fragili, il Centro Servizi Caritas di Torvaianica con i servizi di accoglienza per famiglie e persone vulnerabili, la Caritas parrocchiale di San Bonifacio a Pomezia e il centro diurno “Il Crocicchio” di Anzio per persone senza dimora.

“Oggi stiamo vivendo questa grande rivoluzione – ha spiegato il vescovo di Albano, mons. Vincenzo Viva, ai microfoni dei giovani di “Shine to Share” – che sta cambiando il nostro ecosistema di relazione, di lavoro, il mondo della scuola, ma direi anche le nostre parrocchie. Siamo tutti influenzati e anche sedotti da queste tecnologie, però è importante che custodiamo l’umano, che non perdiamo lo spessore antropologico, etico”.

Nel pomeriggio di sabato 16 i giovani hanno partecipato alla catechesi sul tema “Custodire l’irripetibile”, tenuta da padre Lucio Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. Tra gli appuntamenti più significativi del Festival anche il concerto dei The Sun ospitato presso il Borgo Laudato Si’, collocato all’interno delle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, luogo simbolo dell’ecologia integrale e della formazione ispirata all’enciclica sulla custodia della casa comune.

Il Festival si è concluso con la celebrazione eucaristica a Genzano presieduta dal cardinale Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che ha ricordato ai giovani l’importanza di mantenere Cristo al centro della comunicazione: “Per non comunicare noi stessi, mai, per non sostituirci al messaggio, alla Parola, che è molto più importante”.

Tracce

Non basta più dire “Mai più!”

Reuters/Avvenire
25 Mag 2026

di Emanuele Carrieri

Aprire il fuoco su piccoli natanti, privi di armamenti, con a bordo solamente persone con abiti civili e senza armi, che trasportano mezzi di sussistenza, medicinali e altri articoli farmaceutici per la popolazione, sottoposta a una vera e propria mattanza, di sicuro è un crimine contro l’umanità. Farlo lontano dalle proprie acque territoriali o, meglio, farlo in acque internazionali significa che chi apre il fuoco è sicuro dell’impunità, grazie al favoreggiamento di chi dovrebbe vigilare sul tratto di mare, palcoscenico dell’azione criminale. A don Tonino Bello fu auspicato “A peste, fame et Bello libera nos, Domine”. Alla Flotilla, invece, è toccato sentirsi definire “manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico”. Grande difficoltà quella di spiegare a costoro che c’è anche chi, ai segni del potere, preferisce il potere dei segni. Aprire il fuoco su natanti con proiettili di gomma dura, che possono far molto male e provocare danni seri se colpiscono parti importanti, nel modo di ragionare criminal-mafioso, è come un avvertimento. Vuol dire: la prossima volta impiegheremo vere pallottole, proiettili da guerra. È un avvertimento che comprende anche un secondo messaggio: a noi, dei vostri governi, non ce ne frega niente o, peggio, i vostri governi stanno con noi. È una vera e propria escalation bellicista e militarista, che, come tutte quelle della stessa tendenza, mira a determinare o velocizzare la resa. In questo caso, a evitare una nuova preparazione e a scongiurare la partenza di un’altra flotilla. Ma significa altro, anzi di più, molto di più: con l’atto di brigantaggio marittimo di Israele si frantuma, in maniera irreversibile, anche quel poco che rimane del sistema di valori che l’Occidente democratico aveva posto come standard a dimostrazione di una raggiunta maturità civile e umanitaria. Era un fazzoletto sbandierato in faccia a chi protestava per qualsiasi ragione e quello standard conviveva senza problemi con un altro, differenziato, riservato agli avversari. Quello standard, in qualche maniera, limitava, senza impedirle, anche le modalità repressive interne all’Occidente democratico. Le regole erano chiare: “Non si spara sulle proteste pacifiche”, “Non si torturano gli oppositori”. Queste e altre linee rosse valevano e in diversi casi con successo, sull’impeto della indignazione generale. Era un sistema elastico e deformabile in molti e diversi sensi, ma vincolava la brutalità del potere e l’uso della forza. No, non era una agevolazione, da parte del potere, ma una conquista pagata a carissimo prezzo, sia nella evoluzione sociale interna ai singoli paesi come nelle relazioni fra le nazioni. Questo ordine mondiale, costruito su regole condivise, aveva condotto alla formazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, alla creazione della Corte internazionale di giustizia presso l’Onu, della Corte Penale Internazionale, della Corte Europea dei diritti dell’uomo del Consiglio di Europa e della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, a una apparenza di eguaglianza formale fra individui e fra stati. Questo ordine mondiale, questo sistema dei diritti, non era comunque a titolo di favore. All’interno dei paesi le proteste ammesse erano solamente quelle che facevano ricorso alla lotta non violenta, rimandando l’eventuale risultato politico o alla buona disponibilità dei governi in carica o a elezioni che non cambiavano molto, visti i filtri e i limiti, sempre crescenti, imposti alla partecipazione popolare per garantire la stabilità. Una forma di protesta con buone maniere era utile a sfogare il malumore e a scansare le rivoluzioni. Al fondo delle missioni della Flotilla c’era la fiducia nel fatto che la non violenza degli atti garantisse anche la non violenza della risposta di Israele, tuttora qualificata “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Come se la mattanza o i crimini di guerra o i crimini contro l’umanità diventassero all’improvviso accettabili se approvati “democraticamente” da un parlamento o dalla maggioranza della popolazione. C’era comunque la fiducia nel fatto che una azione violenta contro attivisti pacifici sarebbe stata inaccettabile per i governi dell’Occidente democratico. Ma quegli spari sulla Flotilla, proprio in quanto escalation rispetto al recentissimo passato, scavalcano l’ultima linea rossa, e soltanto i governi di Spagna e Irlanda hanno avuto delle reazioni degne di tale nome. Poi quella linea rossa è stata oltrepassata dal ministro della sicurezza nazionale del governo di Netanyahu, Itamar Ben-Gvir, che, bandiera israeliana in mano, ha umiliato i sequestrati e si è abbandonato a trionfanti esternazioni: “Benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa!”, “Non eroi, niente di che, ma sostenitori del terrorismo”. E neanche ora che un delinquente, un farabutto, un mascalzone, un teppista in costume da ministro schernisce e sbeffeggia donne e uomini sequestrati, nessun leader – all’infuori di piccole eccezioni – dei governi dell’Occidente democratico ha trovato il coraggio politico, morale e storico di fare mea culpa, di affermare che quella linea rossa, in realtà, è stata già spezzettata, almeno settantamila volte – come il conteggio ufficiale dei morti a Gaza – senza alcuna reazione e senza alcuna iniziativa degna di rilievo. Ormai è sotto gli occhi di tutti: l’ordine mondiale, costruito sulle regole condivise e sui diritti, non esiste più. La forza è l’unica legge; anche se non produce nessuna legge, realizza certamente una volontà aggressiva. Trump, che va a impadronirsi del petrolio del Venezuela, non adduce né pretesti di diritto, né umanitari. E Netanyahu, che vuole prendersi tutto il Medio Oriente per farne il Grande Israele, cita, nella migliore delle ipotesi, qualche versetto del Vecchio Testamento come fonte del proprio diritto. È, questo, un mondo diverso, è il mondo del “faccio ciò che mi pare”. Forse è giunto il momento di prenderne atto. Iniziando, per esempio, a convincersi che non basta più dire “Mai più!”.