Tracce

Ritorno a mani vuote

Afp/Ansa/Avvenire
18 Mag 2026

di Emanuele Carrieri

È una locuzione latina, tratta dall’Epistola ai Pisoni di Orazio, che, tradotta, significa “la montagna ha partorito un topolino”. Ma lui, Trump, aveva già preparato la sua versione del viaggio. Una visita “incredibile”, un rapporto “molto solido” con Xi Jinping, “fantastici accordi commerciali”, “molti problemi risolti” che, a suo dire, altri “non sarebbero stati capaci di risolvere”. Ma dietro la scenografia, il bilancio appare assai più modesto. I nodi principali sono rimasti lì, intatti. L’Iran, che era al centro della missione di Trump, non ha trovato una via di uscita. Taiwan, che per Xi è il tema esistenziale, non ha ricevuto alcuna rassicurazione definitiva. E il commercio, più che delle alleanze, ha soltanto prodotto una serie di proclami statunitensi, tuttora carenti di conferme e di dichiarazioni cinesi. Trump ha trasformato il viaggio in Cina in una autocelebrazione della sua forza diplomatica. Sull’Air Force One ha annunciato che Pechino avrebbe accettato di acquistare duecento aerei Boeing, con la possibilità di raggiungere settecento, se “faranno un buon lavoro”. E ha parlato di miliardi di dollari di soia, di nuovi acquisti energetici, di navi cinesi dirette verso Texas, Louisiana e Alaska e di motori General Electric, di licenze riaperte per la carne bovina americana, di una relazione economica pronta a ripartire. Il vero problema è che Pechino non ha appunto confermato nulla. Non lo ha fatto sui Boeing, non lo ha fatto sugli acquisti agricoli e non lo ha fatto sugli impegni energetici nei termini trionfali adoperati da Trump. La Cina, invece, si è limitata a parlare di “stabilità” delle catene di approvvigionamento, di sicurezza energetica globale e di una relazione costruttiva con Washington. È la differenza, non secondaria, fra la politica spettacolo di Trump e la diplomazia più gelida di Xi, che, come è noto, è un leader silenzioso, enigmatico, che non lascia trasparire alcunché. La visita ha soltanto ridotto il rumore, ma non ha cancellato la rivalità. Il vero obiettivo politico di Trump era l’Iran. La guerra “non dichiarata” con Teheran pesa sull’amministrazione statunitense, sui rapporti economici e sulle operazioni commerciali, sul prezzo del petrolio e sulla percezione di un presidente che minaccia bombardamenti, ma senza avere ancora una via di uscita credibile. Trump ha detto che Stati Uniti e Cina concordano sull’esigenza che lo Stretto di Hormuz seguiti a essere aperto, sull’urgenza di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e sull’impegno di non inviare equipaggiamenti militari a Teheran. Ma anche su questo, Pechino ha evitato di abbracciare pubblicamente la narrazione trumpiana. Su Taiwan, Xi Jinping è stato esplicito: ha avvertito Trump che una cattiva gestione della questione potrebbe far arrivare a una “situazione estremamente pericolosa”. Pechino vorrebbe che Washington cambiasse anche il proprio linguaggio, passando dal non sostenere l’indipendenza di Taiwan a una opposizione esplicita. Ma su ciò occorre un passo indietro. Prima del viaggio, Trump ha detto che avrebbe discusso con Xi Jinping della vendita di armi statunitensi a Taiwan. Allora, per quale scopo parlare con il numero uno cinese di una materia che i suoi predecessori si sono rifiutati di trattare nel dialogo con Pechino? È cambiato qualcosa? E cosa è cambiato? La risposta è evidente: nella diplomazia transazionale di Trump qualsiasi cosa può finire al centro di una trattativa. Compresa Taiwan? Davvero gli Stati Uniti potrebbero abbandonare Taiwan? Se non fosse per la imprevedibilità di Trump, la risposta sarebbe certo no. I motivi per difendere Taiwan sono vari, dal suo dominio dell’industria dei semiconduttori fino all’analisi strategica: Taiwan è un avamposto cruciale verso il Pacifico. Un abbandono di Taiwan segnerebbe la fine del ruolo Usa nella sicurezza nell’Indopacifico e l’ammissione dell’egemonia di Pechino sull’Asia. Fino a questo momento quasi tutti i paesi asiatici si sono accontentati di un equilibrio che gli ha permesso di ottenere vantaggi dal commercio con la Cina e dalla garanzia di sicurezza Usa, senza dover scegliere con chi stare. Ma Trump ha rimescolato le carte con la sua voglia di concludere un affare, e nessuno può dire di sapere con certezza cosa frulli nella testa del presidente statunitense a proposito di Taiwan. Il dubbio è molto più che giustificato: lo Stretto di Hormuz in cambio dello Stretto di Taiwan? Baratto, questo, che potrebbe tentare Trump, che ha bisogno di ottenere l’aiuto di Pechino per uscire dal fango in cui si è cacciato in Iran. Significativa una frase: Trump ha detto di non essersi impegnato “in un senso o nell’altro” sulla difesa di Taiwan. E poi: “Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza e che gli Usa debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra”. La Cina è un pachiderma economico e commerciale che opera delle scelte strategiche assai mirate, soprattutto in campo internazionale. Ebbene, quali sono stata le scelte strategiche che hanno operato i due più grandi statisti della storia, ossia Trump e Netanyahu? La risposta è banale: provocare un conflitto nel Golfo che ha avuto, come risposta iraniana, la chiusura di Hormuz (mai avvenuta in mezzo secolo) e dei contraccolpi a livello globale che rendono sempre più tenebrosa e insopportabile la persecuzione del petrolio su tutto e su tutti. In questo momento, gli Stati Uniti di Trump, spinti dal delirante progetto di Grande Israele pensato da Netanyahu, si sono impantanati, o meglio si sono sprofondati, in un conflitto vitale che sta assorbendo miliardi di risorse militari e fornisce a Pechino nuovi vantaggi. Il viaggio in Cina ha soltanto abbassato, per il momento, i toni delle divergenze, ma non le ha, per niente, modificate. Figurarsi se ha modificato l’atavica rivalità fra Cina e Stati Uniti.

Sport

I sapori della Puglia: Andrea Pellegrino

18 Mag 2026

di Paolo Arrivo

Il pubblico occasionale della racchetta lo ha conosciuto solamente grazie al match che lo ha contrapposto a Jannik Sinner. Un incontro dall’esito prevedibile. Ma Andrea Pellegrino non ha affatto sfigurato nel confronto diretto con il numero 1 del mondo: il pugliese, originario di Bisceglie, è stato tra le sorprese degli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, uscito agli ottavi per mano dello stesso Sinner. Precedentemente aveva ottenuto importanti successi arrivando ad eliminare lo statunitense Frances Tiafoe, ex top ten.

Il match con Sinner

Dopo un avvio difficile (sotto 0-4, ha salvato le palle che avrebbero consentito a Jannik di servire per il 6-0), Pellegrino ha preso coraggio facendosi più aggressivo. Si è messo in carreggiata e per buona parte del match ha giocato alla pari con il fuoriclasse altoatesino. Lo abbiamo visto servire bene, reggere gli scambi lunghi, e a volte vincerli, variare il suo gioco con palle corte. Poi Sinner ha premuto sull’acceleratore. E nulla ha potuto, lo sfavorito. Che ha combattuto. Nulla può rimproverarsi per aver dimostrato personalità e tenuta mentale, resistenza, solidità da fondo campo. Nonché capacità di adattamento. Perché è restato lucido cercando soluzioni. A dispetto del suo fisico molto muscoloso, il suo non è un tennis muscolare: gioca in modo ragionato e composito. Ha una mente e una mano da giocatore di costruzione. E lo ha dimostrato anche nell’ultimo incontro, salutando il torneo in modo dignitoso, e incassando i complimenti del vincitore, che lo ha sconfitto nettamente con il punteggio di 6-2 6-3. Una sconfitta comunque più dignitosa della precedente, datata al lontano 2019: la finale dell’Itf di Santa Margherita di Pula.

Chi è Andrea Pellegrino

Classe 1997, il tennista è cresciuto soprattutto nel circuito Challenger, dove ha vinto 3 titoli nel singolare, 5 in doppio. Un titolo Atp lo ha conquistato. In doppio, insieme ad Andrea Vavassori al Chile Open 2023. Andrea Pellegrino può essere considerato un tennista italiano “late bloomer”. Ovvero uno di quei giocatori che raggiungono il loro miglior livello più tardi di quanto ci si possa aspettare. Papà Mimmo lo descrive come un ragazzo tranquillo. Uno che “non esterna tanto le emozioni, e se in campo ogni tanto si perde è proprio perché, comprimendosi, il carattere prima o poi scoppia”. Questo è il suo limite e il suo punto di forza. Mentre l’allenatore Andrea Trono, che negli ultimi tempi lo ha in cura al Salento Tennis Center, ha sottolineato come l’aria della Puglia gli faccia bene. In effetti, l’atleta è in forma. E sembra incarnare proprio gli umori cangianti della regione in cui è nato. Una terra piena di risorse, di potenzialità inespresse, luci e ombre; che non vuole passare per eterna promessa, come lui stesso veniva considerato, fino a poco tempo fa. Il pugliese può mirare al Roland Garros. Considerando che la terra battuta è la sua superficie migliore, la sfida è capire se il livello visto a Roma è replicabile, giocando al meglio dei cinque set, nel grande Slam: tutt’altra storia da raccontare.

 

Eventi culturali in città

Mercoledì 20, al MuDi, Elogio della leggerezza

Giornata di studio, ultimo capitolo di una trilogia di eventi culturali promossi dall’ufficio diocesano per la Cultura

18 Mag 2026

“Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio” (Italo Calvino).

Mercoledì 20 maggio alle ore 16,30, appuntamento al MuDi – Museo diocesano di Taranto con la giornata di studio dal titolo “Elogio della Leggerezza”, ultimo capitolo di una trilogia di eventi culturali promossi dall’ufficio diocesano per la Cultura, ispirati alle opere della collezione museale e dedicati ai temi ‘silenzio – cielo – leggerezza’, letti e interpretati da molteplici punti di vista, dalla psicanalisi, alla letteratura, alla storia dell’arte, all’architettura, al cinema e al teatro.

Il tema dell’incontro contrapporrà al peso dell’esistenza il desiderio di leggerezza, che non è superficialità o volersi girare dall’altra parte, ma vuol dire cambiare prospettiva per una visione del mondo meno pessimistica e più fiduciosa nelle energie positive dell’umanità, è un esercizio al quale non possiamo sottrarci per guardare con fiducia al presente e al futuro. Ed è un esercizio e una modalità dell’esistenza che ha sempre accompagnato la storia dell’essere umano nelle sue diverse espressioni, e che è entrato a far parte della moderna prassi psicoanalitica.

“La bellezza salverà il mondo”, espressione attribuita al principe Myskin, e l’elogio della leggerezza ci invitano a coltivare la bellezza in tutte le sue forme, a cercare l’armonia interiore ed esteriore, e ad affrontare la vita con uno spirito positivo e aperto, trovando conforto e ispirazione nella bellezza che ci circonda.

Di seguito il programma della giornata di studio dedicata al tema della leggerezza:

Saluti affidati a don Francesco Simone, direttore del MuDi, e a Patrizia De Luca, presidente amici dei Musei Taranto

Interventi:
La leggerezza o il segreto della felicità – l’interpretazione in chiave psicologica e sociale a cura di Pietro Bonanno, medico e psicoterapeuta;
La leggerezza nelle arti e nel mito a cura di Augusto Ressa, architetto;
Gravità Zero. Poetica della leggerezza in scena a cura di Barbara Gizzi, regista, e Massimo Cimaglia, attore;
La leggerezza della giovinezza e dell’amicizia in Dante. a cura di Josè Minervini, scrittrice e giornalista;
La leggerezza al cinema – Da ‘La vita è bella’ a ‘Le avventure di Peter Pan’ a cura di Gemma Lanzo, critico cinematografico;
coordina Ida Russo, presidente della società Filosofica italiana di Taranto.

Il progetto è ideato dall’architetto Augusto Ressa e coordinato da don Francesco Simone, direttore del MuDi, in collaborazione con l’associazione ‘Amici dei Musei’ di Taranto. L’organizzazione è affidata a Museion soc. coop. nell’ambito dell’attività di gestione e valorizzazione del Museo diocesano di Taranto.

Per info, scrivere a museodiocesanotaranto@gmail.com o telefonare al 338.5009239

 

Diocesi

La posa della prima pietra della nuova chiesa San Giuseppe Moscati

ph G. Leva
18 Mag 2026

di Angelo Diofano

In un clima di grande festa, domenica pomeriggio ha avuto luogo la cerimonia della posa della prima pietra della nuova chiesa intitolata a San Giuseppe Moscati e delle relative opere parrocchiali, in via Angelo Latartara (rione Paolo VI), su un’area di circa cinquemila metri quadri, già recintata.

Oltre all’arcivescovo mons. Ciro Miniero e all’arcivescovo emerito mons. Filippo Santoro, all’importante momento della vita del quartiere molte sono state le autorità intervenute, fra le quali il sindaco Piero Bitetti, il vicesindaco Mattia Giorno e altri consiglieri comunali, gli onorevoli Dario Iaia e Francesca Viggiano, il viceprefetto aggiunto Andrea Serra, l’ammiraglio di divisione, Andrea Petroni, alcuni degli ex parroci della San Giuseppe Moscati, parroci del quartiere e tanti, tanti fedeli.

A tutti loro, il parroco don Marco Crispino, visibilmente commosso, ha rimarcato “quanto sia importante che  nel quartiere nascano  nuovi spazi di aggregazione, in cui la comunità possa continuare a crescere, incontrarsi e condividere valori di solidarietà e fraternità”.

Don Marco ha rivolto un ringraziamento particolare all’arcivescovo mons. Ciro Miniero, che fin dalla sua venuta ha accompagnato “con la sua paternità, la sua vicinanza e il suo incoraggiamento in questo bellissimo cammino”, iniziato con mons. Benigno Luigi Papa che dette inizio alla vita della comunità parrocchiale intitolata al ‘medico santo’, ubicata in alcuni locali commerciali del Centro Residenziale Mar Piccolo, dove risiedono tantissime giovani famiglie.

“Nonostante gli spazi limitati – ha detto – tante persone hanno incontrato Cristo; qui si celebrano i divini misteri, si vive la carità, si educano bambini e ragazzi attraverso la catechesi e l’oratorio; qui si accompagnano coppie, giovani e famiglie nel cammino della vita e della fede. Questa comunità, nata in spazi provvisori e insufficienti e cresciuta nel tempo, custodiva però un desiderio grande: poter avere, un giorno, una chiesa, una casa, un luogo stabile nel quale continuare a vivere e testimoniare la presenza del Signore. Dopo trentatré anni, grazie anche all’impegno dei sacerdoti che si sono succeduti, alla tenacia del popolo di Dio, alla vicinanza dei nostri vescovi – mons. Filippo Santoro ha accompagnato l’individuazione del terreno e l’inizio della progettazione – e al lavoro silenzioso di tante persone, siamo arrivati a questo giorno. Confesso di vivere questo momento con profonda commozione e gratitudine. Mi sento soltanto uno strumento della grazia che il Signore sta riversando su questa porzione di Chiesa. E oggi, in questo quartiere dedicato a San Paolo VI, vogliamo rendere grazie a Dio per tutto ciò che ha operato in questi anni”.

Don Marco Crispino ha ringraziato tutti coloro che hanno contribuito a rendere possibile tale realizzazione: gli uffici della Curia, i progettisti (l’arch. Benedetta Fontana e lo studio Icaro Progetti), l’impresa La Cascina Costruzioni, il consiglio pastorale, il Comitato, i tanti benefattori che con generosità e discrezione stanno sostenendo questo sogno della comunità, la Conferenza Episcopale Italiana per il contributo dell’8×1000. “Un grazie sentito – ha aggiunto – va anche all’amministrazione comunale, che sta permettendo a questo angolo del quartiere di tornare pienamente nella disponibilità dei suoi abitanti. Continueremo a collaborare perché questo luogo possa diventare sempre più fruibile, accogliente e vivibile per tutti”.

Don Marco Crispino ha ricordato quando sei anni fa l’arcivescovo mons. Filippo Santoro gli affidò questa comunità, chiedendogli anzitutto di costruire il ‘tempio vivo’ del popolo di Dio, “perché solo da una comunità viva – ha detto – può nascere anche una chiesa di pietra. La prima pietra che oggi benediciamo richiama proprio questo mistero: è la fede del popolo di Dio che rende viva la casa del Signore. Tra fatiche e segni della presenza di Dio, abbiamo compreso che non stiamo semplicemente costruendo un edificio, ma un luogo che esprime una vita già presente: la comunità cristiana, segno concreto di Cristo nella storia e punto di riferimento spirituale, educativo e sociale per tutti”.

A termine l’arcivescovo mons. Miniero ha commentato l’importante avvenimento: “Porre la prima pietra significa porre quella fede che l’apostolo Pietro ha mostrato a Gesù quando gli ha dichiarato ‘Tu sei il Cristo’, cioè Tu sei la persona venuta a stare in mezzo a noi e a donarci tutto Te stesso”.

 

Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva

Ecclesia

La domenica del Papa – L’Ascensione, via del ‘cammino di ascesa’

ph Vatican media-Sir
18 Mag 2026

di Fabio Zavattaro

Gli undici andarono in Galilea, leggiamo nel Vangelo di Marco, “sul monte che Gesù aveva loro indicato”. Sono trascorsi quaranta giorni dalla Pasqua, giorni nei quali i Vangeli ci hanno mostrato una continua presenza di Gesù accanto agli apostoli. Il sepolcro è vuoto con la pietra accostata di lato, immagine di una porta lasciata aperta come invito a entrare, a cogliere la novità di un evento che si fa storia. Con il Vangelo di Giovanni abbiamo letto la figura del buon pastore, abbiamo ascoltato le parole dei discorsi di addio rivolti da Gesù agli undici; con Luca abbiamo trovato i due discepoli di Emmaus, i quali con passo lento, segnato dallo scoraggiamento perché un sogno è venuto meno e una speranza è svanita, camminano e non si accorgono di avere accanto Gesù.

In questa domenica, in cui facciamo memoria dell’Ascensione, la vicinanza del Signore agli undici, che si erano recati sul monte, assume un aspetto nuovo: “fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi” si legge negli Atti degli apostoli. La nube che nasconde diceva Benedetto XVI nel 2009, “richiama un’antichissima immagine della teologia veterotestamentaria, ed inserisce il racconto dell’Ascensione nella storia di Dio con Israele, dalla nube del Sinai e sopra la tenda dell’alleanza del deserto, fino alla nube luminosa sul monte della Trasfigurazione”.

Su quel monte Gesù dice ai discepoli: “andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Andare, partire, fare. Verbi di movimento per una chiesa che non è statica perché oggi e non domani è il tempo di intervenire, come ha detto Papa Leone ai giovani incontrandoli all’università La Sapienza. Una chiesa che non deve avere paura perché il Signore dice: “sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, come leggiamo in Marco.

L’Ascensione “non ci parla di una promessa lontana”, afferma Papa Leone nelle parole che pronuncia al Regina caeli, “ma di un legame vivo, che attrae anche noi verso la gloria celeste, dilatando ed elevando già in questa vita il nostro orizzonte e avvicinando sempre più il nostro modo di pensare, di sentire e di agire alla misura del cuore di Dio”. Noi siamo uniti a Cristo “come membra al capo”; e con sant’Agostino spiega: “il fatto che il capo va avanti costituisce la speranza delle membra”.

Tutta la vita di Cristo, afferma ancora il vescovo di Roma, “è un moto di ascesa, che abbraccia e coinvolge, attraverso la sua umanità, l’intera scena del mondo, elevando e riscattando l’uomo dalla sua condizione di peccato, portando luce, perdono e speranza là dove c’erano tenebre, ingiustizia e disperazione, per giungere alla vittoria definitiva della Pasqua”. Con la sua Ascensione il Signore attira lo sguardo degli apostoli, e il nostro, “alle altezze del cielo – affermava Papa Francesco – per mostrarci che la meta del nostro cammino è il Padre”. Non solo, continua ad essere presente nella storia dell’uomo: “ci accompagna, ci guida, ci prende per mano e ci rialza quando cadiamo”.

Una bella poesia brasiliana racconta di un uomo che, morendo, chiede al Signore di rivivere la sua vita, e ogni giorno sono orme sulla sabbia. Da quattro diventano due: sono i giorni in cui ero disperato e avevo bisogno di te, Signore, e tu non eri con me, dice l’uomo. Gli risponde il Signore: sono i giorni in cui per aiutarti ti ho preso in braccio.

L’Ascensione, via del “cammino di ascesa”, dice Papa Leone; una via che troviamo in Gesù, come in Maria, e nelle persone sante, anche in quelle della “porta accanto” con cui viviamo le nostre giornate, papà, mamme, nonni, persone di ogni età e condizione, che con gioia e impegno si sforzano sinceramente di vivere secondo il Vangelo”. Impariamo da loro “a salire giorno per giorno verso il Cielo”.
Nelle parole che pronuncia dopo la preghiera mariana, il Papa ricorda la Settimana Laudato si’, che si concluderà domenica prossima, Pentecoste, un tempo per rinnovare l’impegno per l’ecologia integrale: c’è un legame stretto tra la pace e la cura del creato, afferma, ma purtroppo “in questi ultimi anni, a causa delle guerre, i progressi in questo campo sono stati molto rallentati … la cura per la pace è cura per la vita”.

Ricorda infine la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, dal tema “Custodire voci e volti umani”, e dice: “nell’epoca dell’intelligenza artificiale incoraggio tutti a impegnarsi nel promuovere forme di comunicazione sempre rispettose della verità dell’uomo, alla quale orientare ogni innovazione tecnologica”.

Oratori

Il trentennale del comitato zonale dell’Anspi di Taranto

15 Mag 2026

Sabato 16 maggio alle ore 16 all’oratorio Madonna di Lourdes di Pulsano si darà inizio ad un momento speciale per il comitato zonale Anspi di Taranto: l’apertura del trentennale sarà celebrato con una giornata ricca di significato, condivisione e spiritualità.
L’evento si aprirà con la presentazione del sussidio estivo, arricchita da una rappresentazione teatrale curata dalla compagnia teatrale Dionise, che porterà in scena il celebre racconto ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’. A seguire Nico Paolangelo presidente del comitatozonale Anspi Matera e i ragazzi del suo oratorio arricchiranno la scena con balli e formazione spirituale. Un momento pensato non solo per intrattenere, ma anche per coinvolgere educatori, giovani e famiglie nello spirito creativo e formativo che caratterizza l’Anspi. A seguire, spazio alle testimonianze di due figure fondamentali nella storia del comitato, don Franco Damasi e don Giuseppe Cagnazzo, che ripercorreranno le tappe principali di questi trent’anni di impegno educativo e pastorale sul territorio.
La giornata vedrà inoltre la partecipazione di tutte le associazioni locali, a testimonianza della forte rete comunitaria costruita nel tempo, e la presenza del campione italiano Ubc Luigi Merico, simbolo di determinazione e passione, valori condivisi anche nel mondo degli oratori.
Momento culminante sarà la celebrazione eucaristica, che aprirà ufficialmente il trentennale alla presenza degli oratori provenienti da tutta la diocesi, sottolineando il respiro diocesano dell’evento e l’unità della grande famiglia Anspi. Il presidente Cristian Piscardi invita tutti a partecipare e a vivere questa occasione come un autentico momento di festa, da condividere ‘con amore e fede’, nel segno della gioia e della comunità.
Un anniversario importante che non guarda solo al passato, ma rilancia con entusiasmo la missione educativa e sociale dell’Anspi per il futuro.

Associazionismo cattolico

Maria Vergine, di Fragagnano, la più anziana iscritta ad Azione Cattolica diocesana

15 Mag 2026

È di Fragagnano l’iscritta più longeva di Azione Cattolica nella nostra diocesi: Maria Vergine, di 102 anni, la cui vita  continua a farsi dono, radicata in una scelta associativa che dura da quasi nove decenni.

Attraverso Maria, l’Azione Cattolica vuole celebrare e ringraziare tutti i soci ‘adultissimi’; colonne silenziose che, nelle parrocchie della diocesi, continuano a spendersi per il bene dell’associazione. Maria è oggi la ‘sentinella’ di una memoria che non è rivolta al passato, ma che serve a illuminare il futuro. 

Maria si è avvicinata all’Azione Cattolica all’età di 15 anni, in un mondo segnato da sfide e incertezze profonde, nel desiderio di formarsi all’interno di una comunità per servire meglio il Signore e i fratelli.

Fin da ragazza ella ha compreso che la fede non è un sentimento privato da custodire gelosamente, ma un impegno che richiede cura e nutrimento. Gli esercizi spirituali hanno ricoperto un ruolo fondamentale nella sua vita perché in quei momenti di silenzio e di ascolto, la sua vocazione laicale ha preso forma definitiva, facendola innamorare di un ideale che non l’avrebbe più lasciata. Quella passione, nata nell’entusiasmo dell’adolescenza, non è mai venuta meno, diventando il filo conduttore che ha legato insieme le gioie e le fatiche di oltre un secolo di vita.

Sposatasi nel 1947, in un’Italia che cercava di rialzarsi dopo le ferite del conflitto mondiale, Maria ha costruito con suo marito un focolare fondato saldamente sui valori del Vangelo, crescendo con amore e dedizione i suoi due figli. È nella quotidianità del servizio domestico, nella concretezza dei gesti e nella cura delle relazioni primarie che la sua fede si è fatta carne.

La sua è una testimonianza di ‘santità della porta accanto’,  che  dimostra come la vocazione laicale non passi necessariamente per gesti eclatanti ma per la fedeltà silenziosa e gioiosa ai propri doveri e alla propria missione nel mondo. Maria ha attraversato le grandi trasformazioni del Novecento e le sfide del Concilio Vaticano II sempre con lo stesso spirito di disponibilità di sempre. Per lei, essere di Azione Cattolica è stato un modo di abitare il mondo con responsabilità, partecipazione e una preghiera incessante per la Chiesa.

Ancora oggi, a 102 anni Maria non rinuncia alla sua appartenenza e al suo contributo. La sua ferma volontà di partecipare agli incontri del settore Adulti è una lezione di vita impagabile. La sua non è una ‘memoria storica’ da ammirare come in un museo ma una testimonianza attiva che, con la sua sola presenza e le sue brevi ma dense parole, ricorda che l’Azione Cattolica è una famiglia intergenerazionale dove ogni stagione ha una sua dignità e una sua missione specifica.

Diocesi

La comunità salesiana festeggia Maria Ausiliatrice

15 Mag 2026

di Angelo Diofano

La comunità educativa pastorale salesiana di Taranto si prepara a celebrare la festività di Maria Ausiliatrice con una serie di eventi religiosi e sociali.

Gli appuntamenti organizzati  dalla parrocchia di San Giovanni Bosco, vedranno protagonisti sacerdoti e laici, oltre che volontari dei diversi gruppi che esprimono le loro attività catechistiche, caritatevoli, formative, artigianali e culturali.

Un ruolo particolarmente attivo avranno i giovani dell’oratorio di Don Bosco.

La Festa di Maria Ausiliatrice si svolgerà il 24 maggio con una santa messa solenne fissata per le ore 18.30 nel grande cortile dell’istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, poco distante dalla parrocchia. A presiedere la celebrazione sarà don Giuseppe Russo, delegato della pastorale giovanile dell’ispettoria meridionale. Nei precedenti giorni, 21, 22, 23 maggio, celebreranno alle 18.30 in chiesa i parroci della Concattedrale (mons. Ciro Marcello Alabrese), del Cuore Immacolato (mons. Giovanni Chiloiro) e di Santa Maria Goretti di Crispiano (don Mimmo Rizzo).

Nell’ambito delle molte altre iniziative programmate per l’intero mese mariano, assumono particolare significato comunitario due appuntamenti. Domenica 17 maggio alle ore 13 ci sarà il pranzo comunitario nel teatro dell’oratorio, momento di forte condivisione che vedrà protagonisti religiosi, parrocchiani, giovani e volontari, insieme per consumare nella fratellanza e nella solidarietà cristiana un pasto festivo.

Lunedì 18 maggio, nella sala-teatro Adamo (prospiciente il cortile dell’oratorio), l’attenzione sarà rivolta ai problemi delle donne, con un incontro-laboratorio a cura dell’associazione Alzaia sul tema ‘Donne e rinascita’, incontro che richiamerà l’attenzione sui problemi della sfera femminile, ma soprattutto sulle positive forme di prevenzione sociale.

 

Pasqua

L’Ascensione del Signore e la presenza del Risorto nella storia

«Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11)

15 Mag 2026

di Luana Comma

I discepoli fissano lo sguardo verso il cielo mentre il Signore viene sottratto ai loro occhi; ma proprio in quell’istante la parola dei due uomini in bianche vesti interrompe il rischio di una fede ripiegata sulla nostalgia: «Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11).

La domanda non corregge il desiderio dei discepoli di rimanere con Cristo, ma orienta la loro comprensione del mistero che stanno vivendo. L’Ascensione non coincide con l’assenza del Risorto, né descrive un allontanamento spaziale. Il Nuovo Testamento utilizza un linguaggio simbolico che rimanda alla glorificazione del Figlio e al suo ingresso definitivo nella comunione del Padre. Come ricordava Benedetto XVI, il verbo ‘essere elevato’ richiama il linguaggio regale dell’Antico Testamento: Cristo crocifisso e risorto viene introdotto nella signoria di Dio nella storia.

Per questo motivo il ‘cielo’ non può essere inteso semplicemente come un luogo fisico. Nella prospettiva biblica esso indica la dimensione stessa di Dio, la sua vita, la sua comunione. L’Ascensione rivela allora qualcosa di decisivo per l’antropologia cristiana: nell’umanità del Figlio, l’uomo entra definitivamente nella prossimità divina. In Cristo glorificato, l’umano non viene annullato.

Nel Vangelo di Matteo, inoltre, il mistero dell’Ascensione assume una tonalità profondamente ecclesiale e missionaria. Il Risorto incontra i discepoli sul monte di Galilea, luogo simbolico della rivelazione, e affida loro il mandato universale: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Non si tratta semplicemente di trasmettere un insegnamento, ma di introdurre ogni uomo dentro la comunione stessa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 

Matteo, tuttavia, non conclude il suo Vangelo con l’immagine di un distacco. L’ultima parola di Gesù è una promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Proprio mentre il Cristo entra nella gloria del Padre, egli inaugura una presenza nuova che accompagna il cammino della Chiesa nella storia. L’Ascensione, dunque, non chiude il tempo di Gesù, ma apre il tempo della testimonianza, sostenuta dalla certezza che il Risorto continua ad abitare la vita dei suoi.

La nube che avvolge Gesù assume, in questo contesto, un significato preciso. Nella Scrittura la nube accompagna le manifestazioni della presenza di Dio: sul Sinai, durante l’esodo, nella tenda dell’alleanza, fino alla Trasfigurazione. Anche nel racconto dell’Ascensione essa non nasconde semplicemente Cristo allo sguardo dei discepoli, ma indica il suo ingresso nella gloria del Padre. Il Risorto non scompare dal mondo; inaugura una modalità nuova della sua presenza.

È in questa prospettiva che si comprende la reazione dei discepoli nel Vangelo di Luca: essi ritornano a Gerusalemme «pieni di gioia» (Lc 24,52). Una simile gioia sarebbe incomprensibile se l’Ascensione fosse stata percepita come perdita o separazione. La comunità apostolica comprende invece che il Crocifisso-Risorto continua ad accompagnare la storia dei suoi. La sua presenza non è più limitata alla visibilità corporea, ma si rende accessibile nella fede, nella Parola, nei sacramenti e nell’azione dello Spirito Santo.

L’Ascensione introduce così il tempo della Chiesa. Prima di salire al Padre, Gesù affida ai discepoli una missione: «Di me sarete testimoni» (At 1,8). La testimonianza nasce però da un dono precedente: «Riceverete la forza dello Spirito Santo». L’evangelizzazione non è anzitutto iniziativa umana, ma partecipazione all’opera stessa di Dio. È lo Spirito a rendere presente Cristo nella vita ecclesiale e a guidare il cammino dei credenti dentro la storia.

Da qui deriva anche una corretta comprensione della relazione tra fede e mondo. L’Ascensione non spinge il cristiano a disinteressarsi della realtàà terrena. Al contrario, proprio perché Cristo è entrato nella gloria del Padre portando con sé l’umanità, ogni dimensione dell’esistenza umana acquista una dignità nuova.

Sant’Agostino, riflettendo sul mistero dell’Ascensione, invitava i credenti a “salire con Cristo” anzitutto attraverso il cuore. La fede rende possibile una comunione reale con il Signore anche nell’invisibilità. «Credi in lui e lo vedrai», afferma il vescovo d’Ippona. La visione cristiana nasce infatti dalla fede e non dall’evidenza immediata.

In questa luce, l’Ascensione, da una parte proclama la piena glorificazione del Figlio; dall’altra apre il tempo della responsabilità della Chiesa, chiamata a vivere nella storia come segno della presenza del Risorto. La comunità cristiana cammina così tra il già e il non ancora: radicata nella terra, ma orientata verso il compimento definitivo della comunione con Dio.

Per questo la liturgia dell’Ascensione non invita a fuggire dal mondo, ma a guardarlo alla luce del destino inaugurato in Cristo. L’umanità del Figlio, assunta nella gloria del Padre, diventa la promessa del compimento ultimo dell’uomo.

E allora la domanda degli angeli rimane aperta anche per il credente di oggi: dove stiamo cercando il Signore? E sappiamo riconoscere la sua presenza dentro il tempo della storia, nella vita della Chiesa e nella concretezza della testimonianza evangelica?

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

Musica

Sant’Antonio: rassegna corale

15 Mag 2026

‘Maria e Francesco strumenti di pace’ è il titolo della rassegna corale che avrà luogo sabato 16 maggio alle ore 19.30 nella chiesa di Sant’Antonio, a Taranto: un evento speciale dedicato alla musica e alla spiritualità. Questi i cori partecipanti: corale Alleluja San Domenico Maggiore (direttore m° Francesco Marangi, violino m° Letizia Epifani, flautista m° Alessandra Simonetti, violoncellista, m° Davide Pasca); corale Madonna di Loreto dell’accademia musicale ‘G. Verdi’ di Monteiasi (diretto m° Giuseppe Giovanni Parabita, organista m° Daniele Dettoli), corale Vox Antiqua-parrocchia San Pio X (direttore m° don Francesco Curlacci, organisti m° Michele Rossetti e m° Antonio Andriulli); corale In Cordis Jubilo (direttore m° Ilaria Fico, organista m° Francesco Buccolieri); corale parrocchia Sant’Egidio (direttore m° Piero Giordano, organista m° Daniele Dettoli); corale SantAntonio da Padova (direttore m° Giuliana Chiarenza, organista m° Daniele Dettoli).

 

Inclusione

La città chiede giustizia e grida il suo ‘no’ all’odio e al razzismo

ph Trevisani
15 Mag 2026

di Silvano Trevisani

Rabbia e dolore. La rabbia per la mano che ha strappato una vita, spinta dalla ‘banalità del male’, nato sull’onda di un razzismo latente che attenua, nella mente degli irresponsabili, il male fatto a un diverso da noi. Il dolore per la morte senza ragione, quindi ancora più grave, di un ragazzo che era uno di noi.

É questo che si respira ancora, mentre scriviamo, in una piazza Fontana che non ricordiamo mai così palpitante e viva nella sua controversa storia. Centinaia, forse migliaia di persone, unite da quella rabbia e da quel dolore, ma anche dalla consapevolezza che solo la giustizia può riconsegnarci la pace, si sono raccolte, provenienti anche da lontano. C’erano gli amici di Bakari, i suoi connazionali, ma anche moltissimi emigranti, venuti a portare il loro affetto e la loro sete di giustizia. Ma ancora di più erano i cittadini che hanno raccolto l’appello del comitato spontaneo che ha chiamato tutti a raccolta. E tutti volevano e vogliono testimoniare, gridare al piccolo microfono improvvisato, con tutta la loro forza le ragioni della loro tenacia sociale, della loro disponibilità a contribuire. Ci sono associazioni, sindacati, gruppi scout, qualche politico, come la deputata Francesca Viggiano, ma anche tantissimi giovani che hanno portato il loro calore. “Il nostro saluto triste e con rabbia a Sako Bakary ucciso da un odioso crimine razzista – si legge su uno dei volantini mostrati dai manifestanti – Ci stringiamo ai suoi familiari. Ogni immigrato ogni lavoratore è nostro fratello. Stesso sangue, rosso”.

E anche ai familiari di Sako, collegati telefonicamente, hanno parlato dal palco improvvisato, sul quale sono riecheggiati gli appelli alla giustizia assieme ai “no” decisi a ogni tipo di razzismo.

È stata anche l’occasione, e non poteva essere diversamente, per gridare la delusione per gli atteggiamenti razzisti che caratterizzano buono parte della politica e dall’imprenditoria, che animano una guerra contro i migranti solo per avere modo di tenerli “nascosti”, e così evitare di regolarizzarli, mentre vengono sfruttati senza alcuna pietà.

E così è stata esecrata la decisione del governo di non dare attuazione agli investimenti del Pnrr che avevano stanziato 125 milioni di euro per realizzare gli alloggi per i lavoratori del foggiano, una delle comunità più grandi d’Italia. Si è preferito tenere la gente nella sua assoluta precarietà e del disagio più disumano, invece di consentire il pieno accoglimento nella nostra società. Ed è da scelte scellerate come queste, assieme agli slogan incivili che invocano la “remigrazione” che nasce una cultura di svalutazione umana che fa ritenere inferiori, e quindi cassabili, i diversi da noi. La stessa cultura che perpetra genocidi in varie parti del mondo e insegna e sollecita ai più violenti la cultura della discriminazione razziale.

Molte le sollecitazione venute dalle numerose testimonianze date nel corso della manifestazione e noi ci auguriamo che esse formino il terreno sul quale edificare una nuova coscienza sociale. E salutiamo con interesse la presentazione, da parte del Comune, delle attività dello Sportello di Mediazione interculturale, che sarà intitolato alla memoria di Bakari Sako. Saranno presenti alla manifestazione, in programma per domani alle 11, i suoi familiari, il sindaco Piero Bitetti e l’assessore ai Servizi sociali, Sabrina Lincesso. Nel corso della conferenza saranno illustrate le iniziative, i servizi e le attività dello sportello, nato con l’obiettivo di promuovere inclusione, dialogo interculturale e supporto ai cittadini.

Le foto del servizio a seguire sono a cura di G. Leva