Caritas

Naufragio a Lampedusa: “Testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza”

ph Ansa-Sir
02 Apr 2026

di Filippo Passantino

“Siamo testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza, consumatasi negli stessi giorni in cui, nelle calde aule di Bruxelles, si festeggiava l’approvazione della nuova proposta di regolamento per i Rimpatri dei cittadini stranieri. Una misura che consentirà alla ‘civile’ Europa di rispedire i migranti nei loro paesi, assoggettandoli a misure sempre più restrittive destinate a colpire i diritti e le tutele dei più vulnerabili”: parole di Oliviero Forti, responsabile del Servizio accoglienza e integrazione migranti e rifugiati di Caritas italiana, dopo il naufragio avvenuto al largo dell’isola di Lampedusa, che ha causato almeno 19 morti per via del maltempo e del freddo. “Quando il corpo entra nello stadio avanzato dell’ipotermia, i brividi cessano, il sangue si addensa e il cuore, esausto, smette di battere. Il cervello, in uno straziante paradosso, può perfino illudere la vittima di avere caldo mentre la vita la abbandona. Questo è quanto accade a una persona che muore di freddo. Oggi, i corpi di 19 naufraghi, tra cui due bambini, sono giunti a Lampedusa e il referto medico è stato inequivocabile: deceduti per ipotermia. Il freddo, goccia dopo goccia, ha spento la loro resistenza e la loro voglia di futuro”.
Forti sottolinea “il paradosso più oscuro di questi giorni”. “Da un lato, il Mediterraneo continua a restituire corpi, vittime di un freddo che non ha avuto pietà; dall’altro, Bruxelles stringe le maglie dei diritti, approvando norme che allontanano ancora di più la possibilità di una accoglienza degna di questo nome. Mentre qui si muore di freddo, lì si discute di respingimenti. Mentre due bambini chiudono gli occhi per sempre, aggrappati al petto dei genitori nel tentativo disperato di trovare calore, nei palazzi del potere si brinda a un’Europa che si fa fortezza, sempre più chiusa, sempre più distante da quel mare che continua a fare il suo mestiere più crudele: restituire i corpi dei migranti.
È in questo paradosso, tra chi muore di freddo nel Mediterraneo e chi brinda nei palazzi del potere, che siamo chiamati a celebrare la Pasqua del Signore”.

Iniziative solidali

Le Acli martinesi donano uova di cioccolato ai bimbi meno fortunati

Il progetto delle Associazioni cristiane lavoratori italiani di Taranto realizzato in sinergia con la Caritas della parrocchia Cristo re di Martina Franca

01 Apr 2026

Alle 17:00 di oggi, mercoledì primo aprile, nei locali parrocchiali della Cristo re di Martina Franca, avrà luogo la consegna da parte del circolo Acli di Martina, di trenta uova pasquali ai bambini di famiglie seguite dalla Caritas della parrocchia retta da padre Paolo Lomartire, dei frati minimi.

La donazione è stata finanziata dalle Acli provinciali di Taranto, guidate dall’avv. Giuseppe Mastrocinque, ed è frutto dell’azione nel sociale delle Associazioni che ogni anno destinato in quel settore tutto il ricavato del gettito Irpef del 5xmille.

Alla consegna parteciperanno, insieme ai volontari della Caritas della Cristo re,  i soci e i dipendenti del circolo martinese delle Acli, con la loro presidente, Silvana Venerito, che del progetto è anche la referente.

“Le Acli – ha puntualizzato l’avv. Venerito – sono da sempre attente alle esigenze della società, promuovendo la cultura della solidarietà nei confronti dei più bisognosi. In questa ottica, il circolo Acli di Martina Franca ha provveduto a donare in occasione delle Pasqua – tempo simbolico di rinascita e speranza – delle uova di cioccolato, che saranno destinate ai bambini della città. Un’iniziativa che rappresenta chiaramente i valori dell’Associazione.

I valori della democrazia e la fedeltà alla Chiesa sono valori fondanti delle Acli della provincia di Taranto; tanto più in questo momento molto critico, che sta generando delle problematiche sociali ed economiche non di poco conto”.

Verso la Pasqua

Lizzano ha rivissuto la Passione di Cristo

Fede, silenzi ed emozioni in una storia che non si spegne

ph Ciro Monteleone
01 Apr 2026

di Claudia Schirano

Nell’aria di Lizzano è ancora viva la profonda commozione che ha attraversato la comunità nella giornata di ieri, 29 marzo, Domenica delle Palme, in occasione della sacra rappresentazione della Passione di Cristo.

Gli scorci del piazzale di San Pasquale Baylon si sono trasformati in un palcoscenico a cielo aperto, fino a riportare in vita i luoghi e i momenti di una delle vicende più significative della storia dell’umanità.

A rendere possibile tutto questo è stata ancora una volta l’Associazione Pietre Vive, insieme ai suoi volontari, che con dedizione e spirito di servizio hanno dato forma a un appuntamento che si rinnova da oltre mezzo secolo, giunto quest’anno alla sua 54ª edizione.

Per fedeli e visitatori è stato possibile immergersi, per alcune ore, in un’esperienza che ha superato i confini della semplice rappresentazione teatrale. È stato un raccoglimento condiviso, in cui il teatro si è fatto mezzo per raccontare la Passione in modo diretto, coinvolgendo il pubblico in un dialogo fatto di sguardi, silenzi ed emozioni autentiche.

Tra gli elementi più caratteristici emergono il coinvolgimento diretto della cittadinanza, il contributo instancabile del volontariato, la cura delle scenografie e dei costumi, e un’organizzazione che si sviluppa lungo l’intero arco dell’anno: un lavoro spesso lontano dai riflettori, ma essenziale per dare solidità e continuità a una consuetudine tanto sentita.

La responsabilità di portare in scena gli ultimi momenti della vita di Cristo si riflette negli sguardi e nei gesti di chi ha scelto di partecipare: non si tratta solo di interpretare un ruolo, ma di attraversare una storia che continua a parlare, lasciando spazio a una partecipazione sincera e consapevole.

Tra i numerosi attori volontari, significativa è la presenza di più generazioni, segno evidente di un’eredità viva e condivisa. Accanto ai più anziani, custodi della memoria e promotori dell’iniziativa, si affiancano giovani sempre più coinvolti, pronti a raccogliere il testimone con partecipazione.

A completare questo quadro anche i bambini, che si avvicinano con curiosità a questo racconto, entrando in un contesto che li mette in contatto con una memoria collettiva fatta di fede, gesti e tradizione.

Alla base di tutto vi è un lavoro di squadra concreto, costruito nel tempo, in cui ogni contributo trova il proprio spazio. Un impegno che si intreccia con una dimensione spirituale presente in ogni fase, dalla preparazione fino alla rappresentazione.

La Passione di Cristo a Lizzano non è soltanto un appuntamento atteso: è un momento in cui la comunità si ritrova e si riconosce.

Quando tutto finisce, resta qualcosa che non si spegne con le luci: un’emozione che accompagna, una riflessione che rimane, il segno discreto di un’esperienza condivisa.

 

Il servizio fotografico è stato curato da Ciro Monteleone

Diocesi

La Polizia di Stato dona l’olio di Capaci all’arcivescovo

ph G. Leva
01 Apr 2026

Tra gli olii che saranno benedetti dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero nel corso della santa messa crismale della mattina del Giovedì Santo in Concattedrale, che saranno poi utilizzati nei mesi a venire per l’amministrazione di alcuni sacramenti, ci sarà anche quello proveniente da Capaci. Si tratta di un olio d’oliva prodotto dagli alberi piantati nel Giardino della Memoria ‘Quarto Savona Quindici’, situato a Capaci (Palermo) nei pressi del luogo dove il 23 maggio 1992 avvenne la strage mafiosa in cui morirono il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta.

Come ogni anno una boccetta di questo olio viene donato dalla Polizia di Stato alle diocesi d’Italia.

 Per la nostra diocesi, la consegna è avvenuta questa mattina, mercoledì santo, primo aprile, da parte del vicario della Questura di Taranto dott. Rocco Carrozzo, all’arcivescovo mons. Ciro Miniero; erano presenti all’importante momento anche il vicario generale mons. Alessandro Greco, il cappellano della Polizia di Stato don Santo Guarino e il portavoce dell’arcidiocesi, mons. Emanuele Ferro.

Le olive provengono da un terreno confiscato alla mafia, dove ogni ulivo è dedicato a una vittima innocente delle barbarie mafiose. Il giardino e la raccolta sono curati dall’associazione ‘Quarto Savona 15’, fondata da Tina Martinez Montinaro, vedova di Antonio Montinaro, capo scorta di Falcone. Questo prodotto non è solo un alimento, ma un potente simbolo di legalità, redenzione e rinascita che trasforma un terreno segnato dalla violenza in un luogo di vita e memoria attiva. La trasformazione del frutto di quella terra in olio crismale unisce così la memoria civile alla vita ecclesiale, portando il messaggio di chi ha sacrificato la vita per la giustizia all’interno dei gesti più sacri della comunità ecclesiale.

Quaresima

‘Sino alla fine’: il Triduo pasquale, rivelazione dell’amore che salva

ph Gris
01 Apr 2026

di Luana Comma

Nel cuore dell’anno liturgico, il Triduo pasquale si offre alla coscienza credente non come una semplice successione rituale, ma come un unico evento salvifico, nel quale la Chiesa è resa contemporanea al mistero della passione, morte e risurrezione del Signore. Più che tre giorni distinti, esso costituisce un’unica ‘ora’, nella quale — secondo una prospettiva cara anche al magistero di Benedetto XVI — si manifesta la forma compiuta dell’amore di Dio, un amore che entra nella storia per trasfigurarne il senso più profondo.

Il Giovedì Santo apre questo itinerario con il segno della lavanda dei piedi, nel quale il Vangelo di Giovanni condensa il senso dell’intero mistero pasquale: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Questa ‘fine’ non indica soltanto un termine cronologico, ma la misura stessa dell’amore divino, che giunge fino al dono totale di sé.

In tale contesto, il gesto di Gesù non si limita a proporre un modello etico-morale, ma rivela il volto stesso di Dio: Egli, pur essendo il Signore, si pone davanti ai discepoli con la semplicità di chi serve. Non si tratta di un gesto puramente simbolico, ma dell’espressione concreta di una dinamica inedita, nella quale Dio si fa vicino all’uomo fino a toccarne la fragilità, per purificarla e restituirla alla comunione.

E tuttavia, proprio nel cuore di questo dono, emerge con forza il dramma della libertà umana: «Voi siete mondi, ma non tutti» (Gv 13,10). L’amore, infatti, non si esige; esso chiede accoglienza. La figura di Giuda rende visibile la possibilità reale di sottrarsi alla logica del dono, scegliendo criteri di autosufficienza che, lungi dal liberare, chiudono l’uomo alla verità dell’amore.

Il Venerdì Santo conduce questo dinamismo al suo vertice, là dove il kérigma cristiano si mostra nella sua forma più paradossale: la gloria di Dio si manifesta nell’abbassamento della Croce. Come sottolinea Benedetto XVI, la Croce non è un incidente della storia, ma l’atto nel quale l’amore divino assume fino in fondo il peso del male, percorrendolo senza restarne vinto. In essa si rivela una giustizia che non si oppone alla misericordia, ma si compie in essa: Dio prende sul serio il male, ma lo vince non con la forza, bensì con la sovrabbondanza dell’amore (cf. Rm 5,20).

Nel cuore di questa contemplazione si lascia intravedere una dimensione discreta ma decisiva: il silenzio del Venerdì Santo, luogo di singolare densità spirituale. La liturgia stessa lo custodisce e lo consegna come spazio essenziale di comprensione del mistero. Fin dall’ingresso della celebrazione — segnato dalla prostrazione silenziosa — fino alla sua conclusione senza congedo, tutto sembra sospeso in un’attesa carica di significato. È il compimento della parola profetica: «Era come agnello condotto al macello; maltrattato, non aprì bocca» (Is 53,7).

Questo silenzio non è semplice assenza di suono, né espressione di lutto sterile. Esso è, piuttosto, la forma stessa attraverso cui la Chiesa partecipa al mistero della consegna del Figlio. Come il seme che cade nella terra e muore per portare frutto (cf. Gv 12,24), così il Cristo, nel silenzio della Croce e del sepolcro, compie un’opera invisibile agli occhi dell’uomo, ma decisiva per la salvezza. Si tratta di un silenzio gravido, segnato da una tensione escatologica: non chiusura, ma attesa; non vuoto, ma promessa.

Il Sabato Santo prolunga e radicalizza questa esperienza. È il giorno del “grande silenzio”, nel quale la Chiesa, priva di celebrazioni eucaristiche, rimane come in sospensione tra la morte e la vita. In questa pausa liturgica si riflette il riposo di Dio dopo la creazione (cf. Gen 2,2), ora trasfigurato nel riposo del Figlio nel grembo della terra. Ma è un riposo che prepara un nuovo inizio: come nel grembo materno la vita cresce nel nascondimento, così nel sepolcro matura la novità della risurrezione.

Il silenzio, dunque, si configura come una grande inclusione che avvolge l’intero Triduo: esso apre la celebrazione e la conduce verso il suo compimento, fino a essere infranto dal grido luminoso della Veglia pasquale — «Luce di Cristo» — nel quale la Chiesa proclama la vittoria della vita sulla morte. Dal silenzio nasce il canto nuovo, e il buio della notte si lascia attraversare dalla luce del Risorto.

In questa unità profonda, il Triduo pasquale rivela la struttura stessa della fede cristiana: un movimento discendente e ascendente insieme. Discendente, perché Dio prende l’iniziativa e si abbassa fino alla condizione umana; ascendente, perché l’uomo, raggiunto da questo amore, è chiamato a rispondere, entrando in una dinamica di conversione e di comunione.

La domanda che attraversa questi giorni santi rimane, allora, radicale e personale: siamo disposti a lasciarci introdurre in questo silenzio, ad abitare questo amore che si dona “sino alla fine”? In tale disponibilità si gioca non soltanto la comprensione del mistero pasquale, ma la verità stessa dell’esistenza cristiana, chiamata a diventare, nella storia, eco viva di quella misericordia che, in Cristo crocifisso e risorto, ha definitivamente aperto all’uomo la via della vita.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

Diocesi

Il pellegrinaggio delle ‘poste’ alle cappelle della Marina Militare

Sono all’interno dell’ospedale militare e nel Castello aragonese

01 Apr 2026

Anche per il Giovedì Santo 2026, grazie alla Marina Militare, le ‘poste’ del Carmine faranno tappa agli altari della reposizione  all’interno della cappella Maria Immacolata del centro ospedaliero militare e in quella di San Leonardo nel Castello aragonese.

Come da tradizione, i confratelli sosteranno in raccoglimento davanti ai ‘sepolcri’, mantenendo vivo uno dei momenti più intensi della spiritualità cittadina legata al Giovedì Santo.

Il programma per il Giovedì Santo prevede la messa in Coena Domini alle ore 17.30 nella cappella del centro ospedaliero militare, mentre alle ore 20.30 la liturgia sarà officiata in quella del castello aragonese. Durante le funzioni saranno accolti gli olii santi consacrati dall’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Gianfranco Saba, nel corso della messa crismale. Inoltre sarà inoltre rievocato il gesto della lavanda dei piedi a 12 fedeli, in linea con la tradizione liturgica del Giovedì Santo. Al termine è previsto il rito della reposizione del Santissimo Sacramento nel tabernacolo e l’accensione della lampada giubilare della pace.

Le cappelle resteranno poi aperte per consentire ai fedeli la visita negli stessi orari osservati dalle principali chiese della città.

Diocesi

Santa messa di Pasqua dell’arcivescovo

ph G. Leva
01 Apr 2026

Domenica di Pasqua, alle ore 11.30 nella concattedrale ‘Gran Madre di Dio’, l’arcivescovo mons. Ciro Miniero presiederà la santa messa di Pasqua, al termine della quale l’arcivescovo impartirà la benedizione papale con l’indulgenza plenaria.

Il servizio liturgico sarà affidato ad alcuni ministranti e seminaristi teologi della diocesi; animerà la celebrazione il coro della diocesi ‘San Giovanni Paolo II’ diretto dal m° don Fabio Massimillo e preparato da Emanuele Spagnulo (all’organo, il m° Nunzio Dello Iacovo).

Diocesi

Domenica delle Palme, le celebrazioni dell’arcivescovo

ph G. Leva
01 Apr 2026

Come ogni anno, la mattina della Domenica delle Palme ha avuto luogo nel cortile dell’arcivescovado la solenne celebrazione della commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, presieduta dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero. Successivamente l’arcivescovo ha benedetto le palme e i ramoscelli d’ulivo che i fedeli hanno poi portato processionalmente nelle diverse chiese dell’Isola per la celebrazione della santa messa.

La cerimonia si è svolta alla presenza del parroco di città vecchia, mons. Emanuele Ferro, di diversi altri sacerdoti e di rappresentanze di confraternite del centro storico in abito di rito.
Nella medesima mattinata l’arcivescovo ha raggiunto la Concattedrale per la solenne celebrazione eucaristica.