La psicologa risponde

Come spiegare la malattia grave o la morte di una persona cara a un bambino, in modo vero ma appropriato?

È importante che gli adulti scelgano di dire la verità, ma in modo graduato e adatto all’età, facendo attenzione alle parole e ai tempi

ph Sir
21 Apr 2026

di Paolo Morocutti

Si può parlare ai bambini di malattia grave e di morte in modo vero e allo stesso tempo delicato, se si mettono insieme chiarezza, ascolto e una presenza affettiva stabile. Non è tanto la notizia in sé a ferire, quanto il sentirsi soli, tenuti fuori, circondati da segreti o mezze verità che alimentano fantasie e angoscia. Per questo è importante che gli adulti scelgano di dire la verità, ma in modo graduato e adatto all’età, facendo attenzione alle parole e ai tempi, perché i bambini colgono istintivamente i cambiamenti in famiglia e i non detti e spesso si rassicurano più con una spiegazione semplice che con il silenzio. Nel parlare con loro è bene evitare sia le bugie, sia le metafore che possono confondere, come “si è addormentato” o “è partito per un lungo viaggio”, che rischiano di creare paure del sonno o l’idea che la persona possa tornare all’improvviso. È più rispettoso usare frasi semplici e concrete, dicendo per esempio che il corpo della persona è molto malato, oppure che ha smesso di funzionare e non può più respirare, parlare o muoversi, e che questo si chiama morte. Prima di spiegare, è utile domandare al bambino che cosa ha capito, con domande come “Secondo te, cosa sta succedendo?”, così da cogliere cosa ha già intuito, quali idee si è fatto e che cosa lo preoccupa di più, correggendo con delicatezza eventuali fantasie spaventose. Le emozioni dei bambini vanno tutte riconosciute, senza giudizi, perché tristezza, paura, rabbia, ma anche un’apparente indifferenza o il bisogno di tornare subito a giocare sono modalità possibili e normali di reagire a una perdita. È importante che il bambino senta che ciò che prova è accettabile e che c’è un adulto che guarda, contiene e accompagna, invece di zittire con frasi del tipo “non piangere” o “non pensarci più”. Allo stesso modo è fondamentale rassicurarlo sul fatto che non ha colpa, perché molti bambini, soprattutto piccoli, pensano che la malattia o la morte siano una punizione per qualche pensiero cattivo o per un litigio, e va detto esplicitamente che i litigi e i pensieri non fanno ammalare né morire nessuno. Quando c’è una malattia grave in corso, la tentazione di non dire nulla per proteggerli è comprensibile, ma nel tempo rischia di aumentare la loro angoscia, perché percepiscono che qualcosa di serio sta accadendo senza poter capire che cosa. È più utile dare un nome alla malattia, con un linguaggio semplice, e collegare la spiegazione a ciò che vedono: le visite in ospedale, la stanchezza, i cambiamenti nel corpo della persona malata, spiegando che le cure servono per aiutare ma che rendono il corpo più debole o diverso. Con parole adeguate alla loro età si può preparare il bambino a ciò che potrebbe accadere nei prossimi tempi, così non si sentirà tradito dalla realtà se le condizioni peggiorano o se la presenza in casa diminuisce, e con i più piccoli possono aiutare i disegni, le bambole, le storie, che offrono uno spazio simbolico per “mettere fuori” la paura e darle una forma più gestibile. Quando si deve comunicare la morte, è bene scegliere un momento il più possibile raccolto, con un adulto di riferimento che possa stare vicino al bambino, anche fisicamente. Le frasi è preferibile che siano brevi e dirette, come “Devo dirti una cosa molto triste: la nonna è morta”, aggiungendo poi poche parole chiare su ciò che è accaduto al corpo, per esempio che il cuore ha smesso di battere e che il corpo non può più respirare, parlare o muoversi. È importante non usare giri di parole che possano ingannare o spaventare ulteriormente, sostituendo, ad esempio, l’idea del “sonno” con quella del corpo che non funziona più, così il bambino non associa la morte al dormire. Le reazioni del bambino possono essere molto diverse, dalla disperazione al pianto, alla rabbia, alle domande pratiche come “E adesso chi mi accompagna a scuola?”, fino al silenzio o al bisogno di tornare a giocare come se nulla fosse, e tutte queste forme rientrano nella normalità. In queste situazioni è più utile stare accanto che correggere, con frasi del tipo “Capisco che tu possa sentirti così, io sono qui con te”, piuttosto che spingere a contenere o a cambiare immediatamente l’emozione. Nei giorni e nelle settimane successive il bambino può tornare più volte con le stesse domande o con immagini legate alla morte e alla persona cara, anche attraverso il gioco e i disegni, e questo è un modo di elaborare, non una mancanza di rispetto. L’adulto può rispondere mantenendo una verità essenziale, senza entrare in particolari crudi, e può anche riconoscere serenamente quando non sa rispondere a tutto, dicendo che cercherà di informarsi, mostrando così che si può essere affidabili anche senza avere ogni risposta. Un capitolo delicato riguarda la possibilità di vedere il corpo del defunto. Non esiste una regola uguale per tutti, ma molte esperienze e riflessioni concordano sul fatto che, se ben preparato e mai imposto, per un bambino può essere significativo poter salutare concretamente la persona cara, perché questo dà più realtà all’evento e aiuta a capire che la morte è accaduta davvero. Per valutare se sia opportuno, è importante spiegare prima con calma che cosa vedrà, dicendo ad esempio che il nonno sarà nella bara o sul letto, che avrà un aspetto diverso, più fermo e freddo, che non si muove, non sente dolore e non può più parlare o aprire gli occhi. Dopo aver spiegato, si può chiedere al bambino se desidera salutare il nonno o la persona cara, lasciandogli la libertà di dire sì o no, anche cambiando idea all’ultimo momento, ed è fondamentale che non entri mai da solo, ma accompagnato da un adulto affettivamente vicino e sufficientemente tranquillo, pronto a uscire con lui se diventasse troppo difficile. Alcuni bambini troveranno importante avvicinarsi, toccare la mano, lasciare un disegno o un fiore, altri preferiranno restare fuori pur sapendo che la persona è lì, e in entrambi i casi ciò che conta è che si sentano rispettati e ascoltati, con la possibilità, in seguito, di parlare anche di eventuali immagini che li hanno impressionati, integrandole con i ricordi vivi e belli della persona amata. Un altro elemento importante è la partecipazione ai riti, come il funerale o altri momenti di saluto, che, se vissuti con una buona preparazione, aiutano il bambino a sentirsi parte della famiglia e a dare concretezza alla separazione, invece di vivere la morte come una scomparsa misteriosa. Si può spiegare con parole semplici come si svolgerà il funerale, che ci saranno persone tristi, forse in lacrime, che qualcuno parlerà o pregherà per la persona morta, e poi chiedere al bambino se desidera esserci, rispettando la sua scelta e proponendo, se non vuole partecipare, altre forme di saluto personale, come un disegno, un biglietto o una candela. Dal punto di vista della psicologia e della pedagogia di comunità è decisivo che il bambino non viva il dolore in isolamento, ma all’interno di una rete di relazioni che sostengano e contengano. In famiglia è prezioso che gli adulti condividano in modo sobrio anche le proprie emozioni, perché vedere un genitore che piange, ma resta comunque presente e disponibile, fa comprendere che si può soffrire senza esserne distrutti, mentre il mantenere alcuni ritmi quotidiani, come la scuola, il gioco, i pasti, offre una struttura che protegge e dà continuità. Raccontare storie sulla persona che non c’è più, guardare foto, mantenere piccole tradizioni che la ricordano, creare ad esempio una “scatola dei ricordi” con oggetti, lettere e immagini, aiuta a passare dalla presenza fisica alla presenza nella memoria e nell’affetto, dando al bambino modi concreti per tenere viva quella relazione in modo sano. Anche la comunità più ampia, come la scuola, la parrocchia, i gruppi sportivi, può diventare uno spazio di sostegno importante, se è informata e coinvolta, perché insegnanti e educatori possono comprendere meglio eventuali cambiamenti nel comportamento del bambino e proporre momenti espressivi e simbolici in cui il lutto possa essere narrato e condiviso. In questo modo la morte non è un evento da censurare, ma una realtà della vita che si impara ad attraversare insieme, sostenuti da adulti che offrono un’alleanza educativa. Un’immagine semplice, che può aiutare i genitori a orientarsi, è quella di tre verbi: dire, ascoltare, stare. Dire la verità con parole semplici e rispettose, ascoltare con pazienza ciò che il bambino pensa e sente, stare accanto nel tempo, senza la pretesa di “aggiustare” subito il dolore, permettendo che la famiglia e la comunità diventino il luogo in cui anche esperienze dure come la malattia grave e la morte di una persona cara possano trasformarsi in un cammino di crescita affettiva e di maturazione interiore.

Associazionismo cattolico

Quattrocento scout a Grottaglie per il ‘San Giorgio di Zona’

Due giorni tra avventura, natura e riflessioni su pace e sogni

ph scout Taranto
21 Apr 2026

di Luca D'Andria

La branca esploratori e guide dell’Agesci Zona Taranto, in occasione della ricorrenza di San Giorgio, santo patrono delle guide e degli esploratori, ha vissuto il ‘San Giorgio di Zona’, un evento che ha coinvolto circa 400 scout, tra ragazzi e ragazze dai 12 ai 16 anni, provenienti da Taranto e provincia, insieme ai capi educatori che li hanno accompagnati.
“In un tempo segnato da incertezze, conflitti e profondi cambiamenti – spiegano Ilaria Schirosi e Dario De Bartolomeo, incaricati alla Branca degli esploratori e guide della Zona Taranto – questi ragazzi rappresentano una concreta speranza per il futuro: cittadini in crescita che, attraverso esperienze educative come lo scoutismo, imparano il valore della pace, del rispetto e della responsabilità verso gli altri e verso il mondo”.
L’iniziativa si è svolta nelle giornate di sabato 18 e domenica 19 aprile, con chiusura del grande cerchio alle ore 17.30, alle Cave di Fantiano a Grottaglie, spazio messo a disposizione dall’amministrazione comunale.
Per due giorni, le Cave di Fantiano si sono trasformate in un grande campo scout a cielo aperto, dove i ragazzi hanno vissuto esperienze di gioco, avventura e condivisione ispirate ai popoli e alle nazioni del mondo, con uno sguardo attento ai temi della pace e dei sogni.
La serata di sabato è stata allietata  dalla presenza del gruppo musico-missionario Akusimba: un momento di festa e condivisione con il ricavato delle offerte libere è stato devoluto a sostegno delle attività missionarie.
Immersi nella natura, lontani dalla quotidianità e dalle distrazioni di tutti i giorni, i ragazzi e le ragazze di Taranto e provincia hanno vissuto un’esperienza educativa intensa e significativa, fondata sui valori dello scoutismo, sulla responsabilità e sulla condivisione.
Un appuntamento, il San Giorgio, vissuto in tutto il mondo dagli scout, che non è solo occasione di incontro e divertimento, ma anche un segno concreto di come le nuove generazioni possano essere protagoniste di un futuro più giusto, solidale e ricco di speranza.

Eventi in diocesi

‘In nome della Croce’, presentazione del libro sull’Ordine di Malta

20 Apr 2026

‘In nome della Croce-La militarità dell’Ordine di Malta, nove secoli di fedeltà e servizio’’ è il titolo del volume di Elio Dalto che sarà presentato martedì 21 aprile alle ore 18.30 nel salone del Dipartimento jonico dell’Università di Bari, in via Duomo.
Interverranno il prof. Paolo Pardolesi (direttore del Dipartimento jonico),  Annagrazia Angolano (presidente sesta commissione Cultura della Regione Puglia), prof. avv. Ugo Patroni Griffi (professore ordinario UniBa-ambasciatore), prof. Stefano Vinci (professore ordinario di storia del diritto medievale e moderno al Dipartimento jonico), prof. Aurelio Arnese (professore associato di diritto romano-Dipartimento jonico), dott. Riccardo Rubino (coordinatore Regione Puglia per gli ausilii sanitari FF.AA.), e il dott. Elio Dalto (autore del saggio storico).

 

Percorso formativo

Importante progetto del Liside Cabrini per un ponte tra carcere e comunità

20 Apr 2026

di Silvano Trevisani

Creare ponti di valore sociale e scuotere le coscienze in un periodo in cui la violenza sembra permeare con troppa facilità la nostra vita. Sono le principali finalità di un importante progetto didattico: “Ponti sospesi: dialoghi tra reclusione e comunità”, promosso dall’istituto Liside-Cabrini, che si conclude domani, 21 aprile, con la visita che oltre quaranta studenti faranno, a partire dalle ore 9, alla struttura penitenziaria “Carmelo Magli” di via Speziale. Gli studenti, accompagnati dalle loro docenti e dalla dirigente scolastica del Liside-Cabrini, Annamaria Strazzullo, raggiungeranno la Casa circondariale per una visita che completerà il percorso didattico molto particolare, attraverso un’opportunità di didattica laboratoriale che ha trovato il consenso della stessa struttura penitenziaria.

Partendo dalle opere di grandi autori che hanno scritto i loro capolavori in carcere, come Miguel Cervantes, Silvio Pellico, Antonio Gramsci, Oscar Wilde e tanti altri, ma anche da fiction popolari come “Mare Fuori”, “Vis a Vis”, “Oz” e “Orange is the New Black”, le docenti di lettere hanno avviato il via il progetto didattico pluridisciplinare, che si conclude con la visita al carcere che, sottolinea la professoressa Strazzullo, “non è solo un luogo di punizione, ma uno spazio che deve puntare alla rieducazione e al reinserimento. Confrontarsi con questa realtà significa abbattere pregiudizi”.

Si tratta evidentemente di un progetto didattico di grande valenza sociale, che vale molto più di tante leggi e leggine che si sovrappongono nell’inutile tentativo di imporre una revisione del rapporto tra cittadino e comunità, contrassegnato, negli ultimi tempi, da una violenza senza precedenti. Un tentativo intelligente di valutare e rappresentare, approfondire e far toccare con mano come sia urgente avere chiare le condizioni e le conseguenze di una degenerazione dei rapporti favorita proprio dalla società (che siamo noi!), e sicuramente fomentata dall’affermarsi, a livello mondiale, di un nuovo colonialismo basato sulla violenza, il sovvertimento delle regole internazionali e la guerra.

“L’obiettivo della visita conclusiva, oltre a quello di completare il progetto didattico pluridisciplinare, intensificando il legame tra scuola e territorio in tutte le sue sfaccettature, è quello di consentire agli studenti un’esperienza utile ai fini della loro crescita personale e formativa. La visita sarà infatti un’occasione per riflettere sulle condizioni di vita dei detenuti proprio come è stato fatto in classe durante l’approfondimento di autori che hanno composto opere di grande rilievo nel corso della detenzione”.

Il progetto ha inoltre una notevole valenza educativa, puntando a sensibilizzare gli studenti sui temi della giustizia, della rieducazione e, soprattutto, delle conseguenze delle scelte personali. “Troppo spesso – avverte ancora la preside – i ragazzi tendono a sottovalutare le conseguenze di azioni compiute in modo irresponsabile e avventato. Per questo, l’esperienza di visitare la struttura penitenziaria vuole anche essere un’occasione per scuotere le coscienze e offrire una chiave di lettura profonda sulla realtà che ci circonda. Credo fermamente che la scuola debba avere il coraggio di portare i ragazzi fuori dalle aule, laddove i concetti di giustizia, legalità e dignità umana smettono di essere astrazioni teoriche per diventare volti, storie e spazi di riflessione. Vogliamo che i ragazzi comprendano che la libertà è strettamente legata alla responsabilità”.

Il percorso ha coinvolto anche docenti di diritto, scienze umane e metodologie operative. “Il carcere – sostiene ancora la preside – non è solo un luogo di punizione, ma uno spazio che deve puntare alla rieducazione e al reinserimento. Confrontarsi con questa realtà significa abbattere pregiudizi e comprendere la complessità del percorso di recupero di un individuo. Sviluppare una sensibilità verso chi ha sbagliato non significa giustificare l’errore, ma coltivare un senso civico maturo, capace di guardare oltre i pregiudizi e di interrogarsi sulle dinamiche sociali che portano alla devianza”.

Viaggio apostolico

Leone XIV in Angola: “Costruire un mondo senza più guerre”

ph Vatican media-Sir
20 Apr 2026

Un Paese “bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità”: così Leone XIV ha definito l’Angola, nell’omelia della messa presieduta nella spianata di Kilamba, davanti a 100mila persone, in cui ha citato “il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà.
Costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione”, la consegna per l’Angola che si dilata a tutto il continente: “Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta”. Durante il Regina Caeli, al termine della messa, il Papa è tornato a chiedere il cessate il fuoco in Ucraina e ha definito la tregua annunciata in Libano “un motivo di speranza”.

“È l’amore che deve trionfare, non la guerra”, il monito del pontefice dopo la recita del Rosario nel Santuario di Mama Muxima, molto caro alla popolazione angolana, che contiene al suo interno un’antichissima immagine della Madonna alla quale i fedeli hanno attribuito il titolo di ‘Madre del cuore’.
Di fronte al rischio di “perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento”, il Signore è il compagno di strada che, come ai discepoli di Emmaus, ”aiuta a rimettere insieme i pezzi della storia, a guardare oltre il dolore”, ha spiegato Leone nell’omelia a Kilamba, scandita da due imperativi: “Lenire le ferite e riaccendere la speranza.
La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli”, ha affermato il Pontefice: “Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta. Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus”.

“L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno”, ha sintetizzato il Papa, che sul piano pastorale ha esortato a “vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale”.

“Oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro”, ha ribadito Leone ricollegandosi alle sue parole iniziali: “Non abbiate paura di farlo! Gesù Risorto, che percorre la strada con voi e per voi si spezza come pane, vi incoraggia a essere testimoni della sua risurrezione e protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società”.

“Recitare il Rosario ci impegna ad amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso, e a spenderci per il bene gli uni degli altri, specialmente dei più poveri”, ha osservato il Papa dopo la recita del Rosario nel Santuario di Mama Muxima. “A nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice”, l’invito di Leone XIV: “perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità.
A tutte queste cose pensa una mamma: a tutte queste cose pensa Maria, e invita anche noi a condividere la sua sollecitudine. Lasciarci coinvolgere dai sentimenti del suo cuore, per essere come lei operatori di giustizia e portatori di pace”, l’esortazione rivolta in modo particolare ai giovani. “Qui c’è un grande progetto in corso: la costruzione di un nuovo Santuario, che possa ospitare tutti quelli che vengono in pellegrinaggio”, ha detto Leone XIV: “Specialmente voi, giovani, prendetelo come un segno. Anche a voi, infatti, la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti”. “È l’amore che deve trionfare, non la guerra!”, ha esclamato il pontefice: “Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della mamma di tutti”.

Ricorrenze

Su papa Francesco serata speciale nel primo anniversario della morte

In onda domani sera, martedì 21 aprile, su Tv2000 a partire dalle ore 21

20 Apr 2026

Tv2000, in occasione del primo anniversario della morte di papa Francesco, martedì 21 aprile dedicherà una serata commemorativa al pontefice argentino, con due opere che ne restituiscono il ritratto umano e spirituale. In prima serata in onda ‘Papa Francesco: un uomo di parola’, il film del regista tedesco Wim Wenders che racconta l’opera di riforma di Bergoglio e il suo tentativo di rispondere ai grandi interrogativi del nostro tempo: la morte, la giustizia sociale, l’immigrazione, l’ecologia, la distribuzione iniqua della ricchezza, il materialismo e il ruolo della famiglia.
A seguire, in seconda serata, ‘L’Argentina di Francesco’, documentario di Eugenio Bonanata prodotto da Telepace in collaborazione con Vatican News. Un racconto delle radici di Jorge Mario Bergoglio attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto da vicino nella sua Buenos Aires: dai quartieri di Flores e Almagro, dove è nato e cresciuto, alle chiese che hanno segnato la sua vocazione, dalle aule dei collegi gesuiti dove ha insegnato fino alle Villas, le periferie dove ha maturato la sua idea di Chiesa in uscita. Ad intervenire anche alcuni ex allievi che ricordano gli anni in cui Bergoglio è stato professore presso diversi istituti dei gesuiti nel Paese. Le immagini di archivio accompagnano e arricchiscono le testimonianze, delineando i tratti che hanno caratterizzato la personalità e l’azione pastorale dell’arcivescovo di Buenos Aires e che sarebbero diventati i pilastri del suo magistero pontificio: l’umiltà, l’umanità, il dialogo interreligioso, la fraternità, l’attenzione per gli ultimi.
Il documentario L’Argentina di Francesco sarà disponibile su Play2000, la piattaforma streaming di Tv2000 e inBlu2000, dal 22 aprile al 6 maggio.

 

Eventi a Taranto e provincia

Al Medimex una mostra fotografica inedita di Roberta Bayley

©Roberta Bayley 2026
20 Apr 2026

Medimex, International Festival & Music Conference promosso da Regione Puglia e Puglia Culture, nell’ambito del progetto Puglia Sounds, in programma dal 17 al 21 giugno 2026 a Taranto con i concerti di Pet Shop Boys DREAMWORLD The Greatest Hits Live, Suede, Slowdive, NYC Redux Band playing the music of Ramones e Agents of Time, presenta due appuntamenti originali, tra musica e arti visive, per celebrare i 50 anni dei Ramones e del punk. Dal 17 giugno al 6 luglio al MArTa, Museo archeologico nazionale di Taranto, in programma la mostra inedita, in prima nazionale, Roberta Bayley: The Ramones, CBGB’s and New York City  con 50 fotografie che raccontano, attraverso lo sguardo della fotografa che il 17 giugno sarà protagonista di un incontro con il pubblico, la nascita dei Ramones e la scena punk newyorkese. C’è una fotografia che, prima ancora di sentire una nota, ti dice tutto quello che devi sapere sul punk rock. Quattro ragazzi appoggiano a un muro scrostato del Lower East Side di New York: jeans strappati, chiodo in pelle, capelli lunghi e sguardi che oscillano tra il noncurante e il minaccioso. È il 1976 e quei ragazzi sono i Ramones e stanno guardando dentro l’obbiettivo di Roberta Bayley. Roberta Bayley nasce a Pasadena, in California, e cresce nella Bay Area di San Francisco. Frequenta la San Francisco State University per tre anni, poi abbandona gli studi nel 1971 e si trasferisce a Londra. È qui che avviene un primo incontro significativo con quello che diventerà il suo mondo: nel 1973 lavora brevemente per Malcolm McLaren e Vivienne Westwood nel loro negozio Let It Rock. Nel 1974 Roberta arriva a New York, città in cui la storia del punk sta per essere scritta. Nel luglio di quell’anno incontra il musicista e poeta Richard Hell, e pochi mesi dopo inizia a lavorare come addetta all’ingresso al CBGB’s, su richiesta di Terry Ork, il manager della band di Hell, i Television. Il CBGB’s — acronimo Country, Bluegrass, Blues — è in realtà il crocevia dove si forma tutta la scena downtown newyorkese: Patti Smith, Talking Heads, Blondie, Television, e naturalmente i Ramones. Quello che colpisce nella storia di Bayley è la rapidità con cui la fotografia diventa la sua vocazione. È solo nel novembre del 1975 che compra la sua prima macchina fotografica professionale, con l’intenzione di documentare quello che vede succedere intorno a lei nella scena musicale downtown di New York. Prima di allora, la fotografia era rimasta un’aspirazione senza compimento. Appena tre mesi dopo aver comprato la macchina fotografica, scatta quella che diventerà la copertina del primo album dei Ramones. La storia di come quella fotografia diventi la copertina del disco è ormai leggenda. Nel 1976 Bayley inizia a lavorare per John Holmstrom e Legs McNeil alla rivista Punk, dove fotografa i Ramones per il terzo numero, nel febbraio di quell’anno. Punk magazine non è soltanto una testata: è il luogo in cui si definisce l’estetica e il vocabolario di un’intera sottocultura.Lo scatto non era mai stato pensato come una copertina, ma come illustrazione per la rivista. Bayley, dopo aver scattato alla band alcune foto all’interno del loft, decide di uscire con loro a fare una passeggiata per il quartiere. Un muro di mattoni sgretolato vicino a East Second Street e the Bowery, offre lo sfondo perfetto per la band, il cui spirito Bayley riesce a catturare in modo magistrale in quello scatto. Sebbene la casa discografica Sire avesse ingaggiato un fotografo professionista, pagato circa 2.000 dollari, per realizzare il servizio per la cover dell’album, i Ramones e il loro manager Danny Fields non amarono il risultato, e dovettero trovare in fretta un’alternativa. È così che la scelta ricadde sullo scatto di Bayley che ha contribuito a plasmare l’estetica del punk nella seconda metà degli anni Settanta, diventando un’immagine capace di racchiudere in sé un intero movimento culturale. Dopo quello shooting Bayley diventa fotografa principale di Punk magazine, viaggia in Inghilterra per documentare la scena punk britannica, lavora con Blondie per un anno, segue i Sex Pistols nel loro tour americano del 1978. Il suo archivio diventa una straordinaria mappa visiva di un decennio irripetibile. Oggi, le fotografie, la corrispondenza, i diari, le carte personali e i materiali professionali di Bayley sono conservati nella Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale, a testimonianza del valore storico e culturale del suo lavoro. Intorno al 1980, Bayley decide di posare la macchina fotografica: aveva fotografato praticamente tutto quello che voleva fotografare, e sentiva di rischiare di perdere lo status di dilettante, come ha dichiarato con ironia.
Dal 19 al 21 giugno, sulla facciata del Castello aragonese di Taranto, è in programma Hey! Ho! Let’s go!, opera originale di projection mapping di Roberto Santoro e Blending Pixels realizzata per il Medimex che celebra la nascita del punk rock. Lo show ripercorre il viaggio di un’estetica nata ai margini — nei garage di New York, nei pub di Londra, nei muri coperti di manifesti strappati — e arrivata, decennio dopo decennio, a colonizzare stadi, pubblicità e culture di massa. Dai Ramones a Blink 182, passando per Sex Pistols, The Clash e Green Day, il video mapping racconta come la ribellione sia diventata linguaggio condiviso: come l’urlo si trasformi in slogan, la cresta in costume, il «no future» in colonna sonora di un film per ragazzi. Il Castello Aragonese diventa la superficie su cui questa trasformazione si riscrive in tempo reale: ogni atto dello show è un’epoca, ogni cambio di registro visivo è un passaggio di consegne tra la strada e il mercato. Lo show non propone la nostalgia per una purezza perduta, né un giudizio sulla commercializzazione: il punk non è morto, ha cambiato stato, da rivoluzione a estetica diffusa, da grido a attitudine critica che continua a circolare sotto la superficie della cultura di massa. Il Castello Aragonese si fa specchio: tocca a chi guarda riconoscersi nella complessità di un movimento che ha voluto cambiare il mondo, e in parte, a suo modo, ci è riuscito.
Medimex, International Festival & Music Conference è promosso da Regione Puglia e Puglia Culture nell’ambito del progetto per lo sviluppo del sistema musicale regionale Puglia Sounds,  intervento finanziato con risorse del Fondo di Rotazione POC 2021-2027 nel quadro dell’accordo tra Puglia Culture e Regione Puglia Sezione Turismo, evento realizzato in collaborazione con Ministero del Turismo – Fondo unico nazionale Turismo, con il sostegno di Siae – Società italiana degli autori ed editori.
Il programma completo sarà annunciato nel dettaglio nel corso delle prossime settimane, aggiornamenti costanti sono disponibili sul sito web medimex.it

Eventi in diocesi

L’incontro alla Cristo Re di Martina con Ernesto Maria Ruffini

ph Ufficio problemi sociali e lavoro
20 Apr 2026

di Paola Casella

«Fare la propria parte e partecipare per rendere più forte la democrazia»: è l’appello che Ernesto Maria Ruffini lancia attraverso il suo libro ‘Più uno. La politica dell’uguaglianza’ edito da Feltrinelli e presentato l’altra sera a Martina Franca.

L’importante evento culturale, organizzato dall’ufficio diocesano per i Problemi sociali e lavoro, giustizia e pace, salvaguardia del creato, si è svolto nella sala del Cantico delle creature della parrocchia Cristo Re dei frati minori.

La conversazione con l’autore è stata guidata da Giuseppe Sangiorgi, già direttore del Popolo, quotidiano della Democrazia Cristiana, e attualmente esponente di punta del giornalismo politico cattolico. Le conclusioni sono state tratte dal direttore dell’ufficio don Antonio Panico.

Dopo il confronto tra i candidati alla carica di sindaco di Taranto, in occasione delle ultime amministrative, e dopo la presentazione della ‘comunità energetica diocesana’, questa è stata la terza ‘Piazza della democrazia’, frutto della 50ª edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani, svoltasi a Trieste.

La conversazione ha spaziato tra politica interna ed internazionale, toccando i temi della scuola, del lavoro, della sanità e della sicurezza, ricordando che «il fine ultimo della politica è la giustizia sociale».

Nel testo, attraverso un resoconto tra storia, aneddoti personali e riflessioni da uomo delle istituzioni, l’autore invita a riscoprire il valore della democrazia come strumento di crescita comune.

Ernesto Maria Ruffini, avvocato, è stato direttore dell’Agenzia delle entrate e dell’Agenzia delle entrate-riscossione. Collabora con quotidiani e riviste su numerosi temi di attualità di politica tributaria. Nel 2014 viene chiamato a fare parte del Tavolo permanente per l’innovazione e l’agenda digitale italiana alla presidenza del Consiglio dei ministri.

Fra i suoi libri, ‘L’evasione spiegata a un evasore’ (2013), ‘Il giudizio di Cassazione nel processo tributario’ (2016) e ‘Uguali per Costituzione. Storia di un’utopia incompiuta dal 1948 ad oggi’ (2022) con prefazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Tracce

Non ci sarà nessuna Canossa

Vatican Media/Avvenire
20 Apr 2026

di Emanuele Carrieri

I ripetuti attacchi di Trump a Leone XIV rientrano a pieno titolo in quella tipologia delle cose impensabili, inaudite, inimmaginabili, mai viste. A tal punto, non erano giunti neppure Stalin, nel corso dei colloqui di Yalta nel 1945 – che domandò “Quante divisioni ha il Papa?” – e Napoleone che voleva distruggere la Chiesa, avvilito dalla risposta del Segretario di Stato di Pio VII, il cardinale Ercole Consalvi: “Non ci siamo riusciti noi preti in diciassette secoli! Non si illuda! Non riuscirà a distruggere la Chiesa!”. Quello commesso da Trump è molto peggio di un peccato o di un reato: esagerare, rompere argini, parlare senza controllo è oramai la sua principale attività quotidiana. E in qualsiasi modo si vogliano leggere le sue affermazioni, non esiste nessuna spiegazione, giustificazione per quelle parole. Si pensi ciò che si vuole del Papa, del Vaticano, del cattolicesimo, del comunismo, del colpo di stato del 18 “brumaio” del 1799: rimane il fatto che la Chiesa c’era prima di Napoleone e di Stalin, che entrambi sono defunti e sotterrati da molto tempo. C’era prima di Trump e ci sarà anche dopo la fine del trumpismo. Trump ha attaccato Leone XIV con la consueta violenza verbale, “debole sulla criminalità”, “terribile in politica estera”, “al servizio della sinistra radicale”. Questa è la risposta, arrivata a poche ore da un richiamo, antico e moderno, quello del perdono, e da una serie di parole che pesano, “l’illusione di onnipotenza”. Leone XIV non lo ha nominato, non lo ha attaccato, non lo ha provocato. Ha parlato di pace, di misura, di limite e ha detto che il Regno di Dio non conosce “spade, droni, vendette”. Un linguaggio che è tipico della tradizione cristiana, ma che appare una critica diretta a un potere che si racconta attraverso la forza. Trump, come al solito, ha ribaltato tutto, non è entrato nel merito, non ha contestato le parole, ha attaccato il Papa. E poi ha pubblicato un’immagine di sé stesso, trasformato in una sorta di entità che fa guarire, con le mani che emanano luce, attorniato da emblemi militari e simboli patriottici. La solita delirante e farneticante narrazione di sé, che oltrepassa e va al di là della politica. In questi ultimi mesi, questa narrazione si è manifestata in decisioni che inseguono una logica sempre più difficile da decifrare: prima la minaccia di “cancellare l’Iran in una notte”, poi la brusca marcia indietro con una tregua di due settimane, senza che Teheran abbia neppure risposto. Un giorno il blocco navale nello Stretto di Hormuz annunciato come imminente, il giorno dopo il più frastornante silenzio. Ha fatto dei dazi uno strumento personale, incrementati, sospesi, aggiornati, ritardati, rimandati, rilanciati a seconda del momento, con l’idea di portarli “al quindici per cento su ogni cosa” e senza passare dal Congresso, ignorando e tralasciando perfino i limiti indicati dalla Corte Suprema. Perfino le alleanze storiche messe in discussione, la Alleanza atlantica pesantemente criticata per non aver aiutato la sua decisione sui bombardamenti all’Iran, la politica interna da tempo diventata una resa dei conti, la caccia a chi ha indagato, i funzionari sostituiti a piacimento, le accuse lanciate senza prove, l’Iran dipinto come prossimo alla bomba nucleare senza riscontri, fino alle insinuazioni su un Papa che accetterebbe quella ipotesi. È riuscito a mostrare ciò che è: un arrogante smisurato, incapace di gestire il ruolo che la storia ha assegnato al suo paese in questi anni terribili e pur meravigliosi, successivi al crollo delle dittature comuniste dell’Urss e dei paesi satelliti. Dopo le sue ultime uscite contro Papa Leone, Putin e Xi Jinping si stanno ancora fregando le mani per la gioia del suo suicidio politico. È giunto a screditare gli Usa e a creare problemi a diversi alleati, in Europa e nel Golfo, dando corda alle mire di Netanyahu che ha sporcato l’immagine dello Stato di Israele, colto “stranamente” di sorpresa dall’attacco di Hamas del 7 ottobre del 2023: un evento che ha sconvolto i già complicati rapporti fra lo Stato ebraico e i palestinesi. Che Trump arrivi a dire che Prevost non sarebbe Papa senza di lui, è il segno di una follia pericolosa, che ricorda il passato: non ci sarà nessuna Canossa, dove stare tre giorni vestito di sacco e con il capo pieno di cenere come fece Enrico IV, nel 1077 per indurre Gregorio VII a togliergli la scomunica, che aveva reso legittima la disubbidienza all’imperatore. Sarebbe saggio che chi fa politica capisse ciò che tanti cattolici – e non solo cattolici – hanno cominciato a capire (e non solo in America!), riflettendo su quanto Pietro, il primo Papa, disse ai membri del Sinedrio che volevano impedire agli Apostoli di diffondere il messaggio salvifico di Cristo: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. È facile capire l’ostilità che Trump nutre verso Leone XIV: lui vive di comunicazione, era il suo tratto distintivo come imprenditore e lo stesso approccio spiega anche il suo modo di pensare la politica. Nel suo mondo, ciò che conta è essere una celebrità, sempre al centro dell’attenzione. Che Leone XIV, senza volerlo, stia sfidando la sua posizione non è tollerabile. Non è la prima volta che fra Vaticano e Usa i rapporti divengono conflittuali. Basti ricordare la risposta, nel 2003, di George Bush a Karol Wojtyla che gli chiedeva di non attaccare l’Iraq di Saddam Hussein: “Non mi farò influenzare dal Papa”. Mai una polemica al calor bianco come quella di questi giorni: Trump non perdona a Leone XIV il suo dissenso circa le sue politiche sull’immigrazione e non ha ingoiato il rifiuto del Vaticano, a febbraio, di aderire alla iniziativa del Board of Peace per la ricostruzione di Gaza. Il Papa ha brevemente replicato all’invettiva con un telegrafico: “Non ho paura di lui, né voglio farci un dibattito”. Il Pontefice ha dato, con poche parole, due lezioni. Una a Trump: non ha voglia di perdere tempo con lui. L’altra, a gli altri leader: “Non abbiate paura di lui”. Poi, una domanda a tutti: chi è più pazzo, lui o chi dice che pazzo non è?

Sport

Basket B/F, la Dinamo esce dai playoff a testa alta

20 Apr 2026

di Paolo Arrivo

L’impresa era disperata. Perché l’avversario, la New Cap Marigliano, aveva dato una dimostrazione di netta superiorità nella prima gara, vinta con un ampio scarto (97-55). Il miracolo sportivo non si è avverato. La Errepi Net Dinamo Taranto, infatti, è uscita sconfitta anche tra le mura amiche del Palafiom, con il punteggio di 42-67 (10-23, 18-37, 24-56). Non è bastata la spinta del pubblico più caloroso per ribaltare l’esito dei quarti di finale dei playoff della serie B femminile. Le ioniche, guidate da Cinzia Armenti, Joana Macello e Iryna Savchuk, non hanno sfigurato nel secondo confronto con la squadra che aveva chiuso al primo posto la stagione regolare. Un gruppo che ha dimostrato maggiore precisione e continuità – tra le protagoniste, l’ex Dinamo Claudia Tagliamento, efficace sotto le plance e imprevedibile (top scorer con 16 punti).

Dinamo, una stagione senza rimpianti

Il bilancio, a fine campionato, è comunque positivo. L’obiettivo era fare meglio della scorsa annata. Ovvero raggiungere i playoff. Le ragazze di coach Palagiano ci sono riuscite dopo aver disputato un buon torneo, reso più complicato dalla nuova formula che prevedeva il girone unico nel raggruppamento Campania. La Dinamo lo ha chiuso all’ottavo posto conquistando i playoff alla penultima giornata. L’ultimo atto, giovedì scorso, è stato condito dagli applausi e dagli abbracci a fine gara. Di più non si poteva fare. L’auspicio è che questa realtà possa consolidare il percorso di crescita nel panorama cestistico locale. Quindi, alzare l’asticella nel progetto di rinascita della pallacanestro rosa, che necessita di pazienza, tempo e cura. Verosimilmente nella prossima stagione vedrà nella De Florio Nuovi Orizzonti Taranto un avversario e insieme un alleato prezioso: la compagine allenata da Gianpaolo Amatori ha portato a compimento la sua cavalcata in serie C conquistando con pieno merito la promozione.

Il campionato

I riflettori sono accesi anche sui playout. Dove un’altra pugliese, la Pink Sport Time Bari, è impegnata: dopo aver espugnato il campo del Basket Stabia, grazie a una prestazione di carattere, le biancorosse si sono fatte rimontare al PalaCarrassi. Decisiva sarà la terza sfida in programma dopodomani 22 aprile. Nei playoff c’è da sottolineare la bella avventura della New Juve Trani: dopo aver perso la prima partita, il gruppo allenato dal tarantino William Orlando si è dapprima imposto in Gara 2 sul Catanzaro Centro Basket, riportando la serie in parità: stessa differenza canestri, si è reso necessario un terzo incontro per stabilire quale delle due squadre potesse avere accesso alla semifinale. La vittoria è andata al Catanzaro. Ma anche Trani, come la Dinamo, è uscita dai playoff a testa alta. Chi prosegue la marcia naturalmente è Marigliano. Che sul parquet del Palafiom è sempre stata avanti, sin dal primo periodo, amministrando poi l’ampio margine. Così la New Cap ha confermato di essere la squadra da battere tra le pretendenti al salto di categoria.

Diocesi

Dammi da bere: la Giornata diocesana dei ministranti

ph Servizio pastorale dei giovani
20 Apr 2026

di Francesco Mànisi

Domenica 19 aprile al seminario arcivescovile si è svolta la Giornata diocesana dei ministranti. Dalle ore 8.45 alle 13 un centinaio tra bambini, ragazzi ed educatori, provenienti da una ventina di parrocchie hanno vissuto un tempo intenso di incontro, festa e preghiera.

La giornata nasce dalla collaborazione tra il servizio diocesano per la pastorale giovanile e vocazionale e il seminario arcivescovile, con il rettore don Francesco Maranò, l’animatore don Michele Monteleone e i seminaristi liceali.

L’iniziativa si inserisce nel cammino di preparazione alla Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, offrendo ai più piccoli e ai giovani un’occasione concreta per riscoprire il senso del proprio servizio all’altare e per sentirsi parte viva della Chiesa.

A fare da filo conduttore è stato il tema ‘Dammi da bere!’, tratto dal Vangelo dell’incontro tra Gesù e la Samaritana (Gv 4,1-42), che già accompagna il percorso annuale della pastorale giovanile e vocazionale diocesana. Un’immagine semplice e profonda, che ha aiutato i partecipanti a riflettere sulla sete che abita il cuore di ogni persona.

Dopo l’accoglienza e un primo momento comunitario, i ministranti sono stati coinvolti in laboratori suddivisi per fasce di età, che hanno permesso di approfondire il tema in modo dinamico e coinvolgente. I più piccoli (6-9 anni) hanno riflettuto attraverso il linguaggio delle mani, scoprendo come esse possano diventare strumento di aiuto, condivisione e gioia, sull’esempio di Gesù.
I ragazzi (10-13 anni) hanno lavorato sul tema degli occhi, imparando a guardare gli altri con profondità, oltre le apparenze, proprio come fa il Signore.

Gli adolescenti (14-18 anni) sono stati accompagnati in un percorso centrato sul cuore, interrogandosi sulle proprie domande profonde, sui desideri e sulle scelte di vita, attraverso attività, confronto e testimonianze. Un itinerario che ha toccato temi concreti come la ‘sete’ che abita ciascuno, l’importanza degli incontri e il valore delle scelte.

Il momento culminante è stato vissuto con la celebrazione della santa messa nella cappella del seminario, presieduta dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero. Nell’omelia, partendo dal Vangelo della samaritana, l’arcivescovo ha ricordato ai ragazzi che la Parola di Gesù è la vera acqua capace di dissetare la sete del cuore. Riferendosi poi al Vangelo della terza Domenica di Pasqua, l’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), ha coinvolto direttamente i bambini e i ragazzi, mostrando come quel racconto rispecchi la celebrazione eucaristica: l’ascolto della Parola, lo spezzare il pane e la gioia dell’incontro. Un modo semplice e immediato per far comprendere che Gesù risorto è realmente presente in mezzo a noi, guida la sua Chiesa e chiama ciascuno, in modo particolare i ministranti, a servirlo con impegno, cura e dedizione.

Al termine della celebrazione, i ragazzi hanno rinnovato il loro impegno di servizio e hanno ricevuto un piccolo segno: una boccetta d’acqua, richiamo concreto al Vangelo della samaritana e alla necessità di lasciarsi dissetare dall’amore di Cristo.

La Giornata diocesana dei ministranti si conferma così un’esperienza preziosa, capace di unire dimensione educativa, spirituale e vocazionale. Un’occasione per aiutare i più giovani a riscoprire la bellezza del servizio all’altare e a sentirsi parte viva della comunità ecclesiale.

Ecclesia

La domenica del Papa – Avere speranza in una via di uscita

ph Vatican media-Sir
20 Apr 2026

di Fabio Zavattaro

È una nazione che ha “fame e sete di speranza, di pace e di fraternità” l’Angola, paese che ha vissuto una lunga guerra civile durata 27 anni, dal 1975 al 2002, anche se con alcuni momenti di tregua, come nel 1992 quando arrivò Giovanni Paolo II che chiese di “vincere le tentazioni che inducono a prolungare il conflitto armato, fonte di rovine e di inutili sofferenze”.

Nel suo secondo giorno di visita, Leone XIV celebra messa a 30 chilometri dalla capitale Luanda, in una località, Kilamba, che è un po’ il simbolo della presenza straniera, in particolare cinese, nel paese e nel continente africano. Qui le abitazioni sono occupate da persone che lavorano nelle multinazionali e da angolani che hanno potuto acquistare queste costose case, costruite dalla Cina International Trust and Investment.

Il Papa celebra nella spianata che accoglie 100 mila persone, molte delle quali hanno trascorso la notte nelle tende per poter essere presenti alla messa domenicale. Nell’omelia ricorda il dolore di questa nazione a causa del conflitto “con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà”; e aggiunge: “quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento”.

È il Vangelo di questa terza domenica di Pasqua, la pagina di Luca dei due discepoli, due erranti perché avevano perso tutto ciò in cui credevano. La loro meta è un tornare indietro con l’amarezza nel cuore. Così lungo la strada del ritorno incontrano il Signore ma lo chiamano forestiero; si rendono conto che è lui solo quando, a tavola, lo vedono spezzare il pane.

Questo episodio, diceva papa Benedetto XVI – di cui ricordiamo in questa domenica la sua elezione, il 19 aprile di ventuno anni fa – mostra le conseguenze dell’opera di Gesù: “conversione dalla disperazione alla speranza; conversione dalla tristezza alla gioia; e anche conversione alla vita comunitaria […] la conversione cristiana è anche e soprattutto fonte di gioia, di speranza e di amore”.

Commentando questa pagina di Luca, papa Leone XIV riflette proprio sulla difficoltà ad avere “speranza in una via di uscita”; i due discepoli “parlano ancora di quello che è accaduto, con la fatica di chi non sa come ricominciare, né se sia possibile farlo”. La buona notizia, afferma il vescovo di Roma, è il Signore che “è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza”. È accanto ai due discepoli “delusi e a corto di speranza” e, facendosi loro compagno di strada, “li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore, a scoprire che non sono da soli nel cammino e che un futuro, abitato ancora dal Dio dell’amore, li attende”.

Ecco tracciata anche per l’Angola la strada per “ripartire e ricostruire il futuro”. La storia della nazione, afferma il pontefice, con le sue “conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà” ha bisogno di una presenza di Chiesa “che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’eucaristia, sa rianimare la speranza perduta”. Una chiesa, una comunità capace di “impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno”; dove siano “superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta”.

Al termine della celebrazione la recita del regina caeli, preghiera che non soffoca “il grido di chi soffre” ma piuttosto lo abbraccia perché “anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore”. Preghiera, dunque, per l’Ucraina dove c’è un “intensificarsi degli attacchi […] che continuano a colpire anche i civili”. Dal Papa l’appello “perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo”. Quindi il Libano dove la tregua annunciata è “motivo di speranza” per Leone XIV perché sia “germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante”; così incoraggia quanti “si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente”.