Drammi umanitari

Kahlout (giornalista palestinese): “Senza luce e internet, così informiamo il mondo da Gaza”

a dx Safwat Kahlout (ph Cabri/Sir)
14 Apr 2026

di Maria Silvia Cabri

“Ho fatto richiesta di rientrare a Gaza perché non c’è alcun posto nel mondo come la propria Patria. E la mia Patria ha bisogno dei suoi figli”. Safwat Kahlout è un giornalista palestinese di Gaza: nel suo Paese ha lavorato a lungo per alcune delle principali testate internazionali – tra cui New York Times, Guardian, Bbc, Rai, Ansa – e nel 2010 è entrato nella redazione di Al Jazeera seguendo tutti i conflitti che si sono susseguiti nella Striscia da allora. Nell’aprile del 2024, a causa dell’aggravarsi del conflitto, Safwat è riuscito a lasciare Gaza attraverso il valico di Rafah insieme alla moglie e ai sette figli, per mettere in salvo la sua famiglia. Ora, però, ha chiesto di potere tornare là, come spiega nell’intervista rilasciata al Sir a margine della sua partecipazione a Carpi (Modena), lo scorso 10 aprile, dove nell’ex Campo di concentramento di Fossoli, alla seconda edizione del premio ‘Odoardo Focherini per la libertà di stampa’. Per l’occasione ha dialogato con il presidente del Comitato scientifico della Fondazione Fossoli, Emanuele Fiano, sul tema ‘Libertà di stampa in un conflitto. Il caso di Gaza e il sacrificio degli operatori dell’informazione’.

ph Afp-Sir

Vivere e lavorare a Gaza. Qual è la sfida più grande per un giornalista che cerca di informare il mondo da dentro al conflitto?
È una sfida enorme. Da una parte c’è la tua famiglia, cui devi garantire la sopravvivenza minima, e come marito, padre, corri tutto il giorno per trovare cibo, acqua, medicine, un posto sicuro. Dall’altra parte c’è il lavoro. Gli israeliani creano molti ostacoli, chiudono i valichi per non fare entrare a Gaza i giornalisti stranieri: per questo, tutto il “peso” dell’informazione è rimasto sulle spalle di noi reporter palestinesi. Dunque, una sfida grandissima che però abbiamo accettato come dovere nazionale di raccontare a tutto il mondo quello che sta accadendo a Gaza. Gli israeliani impediscono che arrivi la corrente elettrica, quindi, non abbiamo né internet né le attrezzature necessarie, come computer, telecamere, anche le penne per scrivere. Ci siamo ingegnati per fare comunque il nostro lavoro e informare su quello che accade a Gaza. Sono quasi 300 i giornalisti morti durante questa guerra.

Si può ancora parlare di libertà di stampa in una guerra come quella di Gaza?
Dipende: dentro Gaza c’è libertà di stampa. In Occidente non credo. Credevamo ci fosse, poi, da quando è scoppiata la guerra, abbiamo scoperto che tutti quei valori, democrazia, libertà di stampa, diritti umani erano una ‘grande bugia’ per servire interessi politici. Quando si parla dei palestinesi in tanti cambiano, hanno paura. Ci sono interessi per non raccontare quello che sta accadendo a Gaza. Per l’esercito israeliano vige il ‘double standard’ che non permette ai palestinesi di esprimere, dichiarare, dire quello che vogliono o lavorare come vogliono. Ma abbiamo trovato mezzi alternativi per superare questi ostacoli e continuare ad informare.
A livello internazionale non vedo il coraggio e la volontà di raccontare la verità e la sofferenza dei palestinesi, o almeno la maggioranza non ha avuto questo coraggio.

Quanto pesano la chiusura dei confini e il blocco delle comunicazioni sulla possibilità di verificare i fatti, le fonti, e anche di contrastare la disinformazione e la propaganda?
Un giornalista palestinese paga con la sua stessa vita, con il sacrificio suo e della sua famiglia, il raccontare quello che sta accadendo. Il mondo deve sapere ciò che accade a Gaza. Occorre sostenere il lavoro dei giornalisti palestinesi che sono a Gaza mandando telecamere, attrezzature, chiedere di ripristinare internet e fare giungere altri tipi di aiuti. E soprattutto, a livello internazionale, si dovrebbe fare pressione sul governo israeliano per far entrare i giornalisti esteri.

Cosa significa continuare a lavorare ‘sul campo’ a Gaza, anche a costo della propria vita?
Il giornalismo a Gaza non è solo una professione ma per noi è una missione sacra, un dovere nazionale: noi i giornalisti palestinesi pensiamo di essere come un ‘esercito di informatori’ il cui compito è aiutare gli altri a capire quello che sta accadendo. È molto doloroso perdere parenti, figli, la nostra stessa vita, ma non abbiamo alternative. Ricordo il nostro capo ufficio a Gaza, Wael Al-Dahdouh di Al Jazeera: ha perso la famiglia, ha capito che questo era un messaggio dall’esercito di occupazione israeliana, sapeva che era una sfida per lui, l’ha accettata, ha portato il microfono con la mano sinistra perché era stato ferito al braccio destro, ha continuato il lavoro ed è andato in diretta dal cimitero, con le lacrime e nonostante il dolore.

C’è una storia, un volto, che per lei rappresenta più di altri il prezzo pagato per fare informazione?
Ci sono tante storie dolorose, che non ci abbandonano. Mi ricordo quando siamo entrati in una tenda perché gli ospedali erano pienissimi: a terra tanti sacchi bianchi dentro ai quali c’erano intere famiglie, dai nonni ai nipoti, completamente cancellate. Alcuni colleghi, mentre facevano le riprese, hanno trovato i loro parenti sotto le macerie, e poi l’immagine dei bambini che arrivavano a pezzi negli ospedali.

Lei ha fatto richiesta di tornare a Gaza: perché?
Voglio tornare perché non c’è alcun posto nel mondo come la propria Patria. Ho fatto richiesta a a ottobre scorso e sto ancora aspettando. Fanno entrare al massimo 50 palestinesi alla volta e ci sono decine di migliaia di persone che vogliono rientrare a Gaza.
La patria è la mamma, anche se è ferita e malata. Gaza per curare la sua anima ha bisogno dei suoi figli.

Ha parlato di figli: lei e sua moglie ne avete sette. Da Gaza all’Italia: come percepiscono il concetto di libertà?
Quando siamo arrivati in Italia, l’idea di potere prendere tranquillamente il treno da Terni per Padova, senza chiedere il permesso o il visto o senza dover superare i posti di blocco israeliani in cui ti toccano tutto e ti svestono, è stata una sorpresa bellissima. Mi chiedono perché, a Gaza, non sia possibile tutto questo, ed è difficile da spiegare che i palestinesi dal 1948 stanno pagando un prezzo enorme, molto costoso per questa libertà che non hanno ancora ottenuto.

C’è un appello che vorrebbe fare ai giornalisti italiani e occidentali?
I colleghi di Gaza hanno bisogno di voi. Non basta però solo raccontare quello che sta accadendo, ma servono gesti concreti. Dovete costruire un ‘corpo’ per chiedere la protezione dei vostri colleghi, che da più di due anni stanno continuando a mandare notizie con il minimo di attrezzature, aiutare quelli feriti che non possono uscire da Gaza per essere curati. Questo è il momento della ‘simpatia vera’ e di fare dei passi concreti per proteggere e aiutare chi è rimasto vivo.

 

*  giornalista di Notizie, Carpi

Eventi a Taranto e provincia

Tre giorni di sport, inclusione e solidarietà al TurSport di San Vito

La fase finale dello Special Basket – concentramento Sud Italia, in programma da venerdì 17 a domenica 19 aprile

14 Apr 2026

Taranto si prepara a diventare capitale dell’inclusione sportiva con la fase finale dello Special Basket – concentramento Sud Italia, in programma da venerdì 17 a domenica 19 aprile nella struttura TurSport di San Vito.
L’evento – che non è solo una competizione, ma un’esperienza collettiva che mette al centro la persona, il rispetto e il valore della diversità – riunirà atleti con disabilità intellettive provenienti da quattro regioni italiane, sarà presentato ufficialmente nel corso della conferenza stampa di mercoledì 15 aprile, coordinata dalla giornalista Alessandra Carpino, vicedirettrice di GiornaleRossoBlu.it, nel quale verranno illustrati i dettagli della manifestazione, il programma delle gare, le modalità di partecipazione e il valore educativo e sociale del progetto Special Olympics.
Saranno inoltre presentati i team partecipanti, le istituzioni coinvolte e il ruolo fondamentale delle realtà del terzo settore che accompagneranno l’evento.

Lo Special Basket: sport, crescita e inclusione
I tornei Special Olympics, come lo Special Basket, rappresentano molto più di una competizione sportiva. Sono percorsi strutturati di crescita personale e sociale per atleti con disabilità intellettive, che si sviluppano attraverso il gioco di squadra, il rispetto delle regole e la condivisione.

Il torneo prevede diverse modalità di gioco:
partite 5 vs 5 e 3 vs 3
Giochi Speciali (GS) dedicati ad atleti con disabilità più gravi o pluridisabilità

Il format prevede:
Fasi semifinali e fasi finali con premiazioni ufficiali secondo il protocollo Special Olympics (oro, argento, bronzo e partecipazione)

Le squadre partecipanti
Alla fase finale di Taranto prenderanno parte 18 squadre provenienti da Basilicata, Calabria, Sicilia e Puglia, organizzate per garantire equità e inclusione.

Basilicata: Riva dei Greci (Bernalda)
Sicilia: Orizzonte (Gela), AIPD Termini Imerese, Un Futuro per l’Autismo (Catania)
Calabria: Andromeda Reggio Calabria, I Girasoli della Locride (Locri), Il Dado (Locri)
Puglia: La Barlettana (Barletta), AVIS (Trani), Murgia Special (Cassano), Freedom (Toritto), Fortitudo (Gravina), Murgia Special (Santeramo), Minozzi Gioia (Gioia del Colle), ASH Taranto, Osmairm Laterza, Teknical Sport Massafra (squadra ospitante)

Tutte le squadre sono unificate, permettendo la partecipazione congiunta tra atleti Special Olympics e partner normodotati, rafforzando il valore dell’inclusione reale dentro e fuori dal campo.

Organizzazione e rete territoriale
L’iniziativa è resa possibile grazie alla collaborazione tra Team Puglia Special Olympics, rappresentato dalla direttrice regionale Ketti Lorusso e dal direttore provinciale, Luigi Dicensi.
Teknical Sport Massafra, organizzatrice dell’evento, insieme all’ASD De Florio Nuovi Orizzonti
GiornaleRossoBlu.it, media partner ufficiale

Un sistema sinergico che unisce sport, istituzioni e territorio per promuovere una cultura dell’inclusione attraverso lo sport.

Il ruolo delle associazioni e dei centri diurni
Un contributo fondamentale all’evento sarà garantito dalle associazioni di volontariato e dalle cooperative dei centri diurni, che affiancheranno l’organizzazione e supporteranno la piena riuscita della manifestazione.
La partecipazione attiva del terzo settore rappresenta un elemento centrale del progetto, rafforzando la dimensione sociale e comunitaria dell’iniziativa.
Unica eccezione sul territorio scolastico è rappresentata dall’i.c. G. Salvemini, che metterà a disposizione anche la propria palestra per lo svolgimento delle attività previste.

Patrocini e riconoscimenti
La manifestazione gode del patrocinio e del sostegno di:
Regione Puglia e Provincia di Taranto
Comune di Taranto e Comune di Massafra
Garante regionale per i diritti delle persone con disabilità
CONI Puglia
CIP Puglia
ACES Puglia
Sport e Salute – Regione Puglia


Tutti gli aggiornamenti, il programma delle gare e le informazioni sull’evento saranno disponibili su GiornaleRossoBlu.it

Ecclesia

Le parole di papa Leone XIV al Regina caeli della seconda domenica di Pasqua

“Mai più la guerra”, ha ribadito il pontefice. Nel Regno di Dio “non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono”

ph Vatican media-Sir
14 Apr 2026

di Fabio Zavattaro

La veglia di preghiera sabato 11 sera nella basilica vaticana, il regina caeli domenica 12 in piazza San Pietro: a poche ore di distanza, papa Leone chiede con forza la pace e fa sue le parole di Paolo VI e Giovanni Paolo II: “Mai più la guerra”. Nel Regno di Dio “non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono”, afferma la sera in basilica: “abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”. Domenica mattina affacciandosi dalla finestra del Palazzo Apostolico nelle sue parole c’è il dramma dell’Ucraina, del Libano, del Sudan: “la luce di Cristo porti conforto ai cuori afflitti e rafforzi la speranza di pace. Non venga meno l’attenzione della comunità internazionale verso il dramma di questa guerra”.

Il grido di Leone XIV è contro la “demoniaca catena del male”, contro l’‘incubo notturno’ di una realtà che “si popola di nemici”. Il fallimento dei colloqui in Pakistan, durati 20 ore, non impedisce al Papa di indicare con forza la strada del dialogo: “vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”.

In questa seconda domenica di Pasqua, domenica della Divina Misericordia con Giovanni Paolo II, il Vangelo ci fa tornare agli avvenimenti delle prime comunità cristiane, che avevano la consuetudine di riunirsi il primo giorno della settimana per fare memoria della Pasqua del Signore. “Otto giorni dopo” Cristo si manifesta agli apostoli riuniti nel cenacolo “mentre le porte erano chiuse”; come scrive Giovanni nel quarto Vangelo Gesù “mostrò loro le mani e il fianco” e disse: “pace a voi”. È ciò che il vescovo di Roma augura alle chiese orientali che celebrano la Pasqua in questa domenica. un augurio di pace che accompagna con “più intensa preghiera per quanti soffrono a causa della guerra, in modo particolare per il caro popolo ucraino. Pace “all’amato popolo libanese” in questi giorni di dolore e di paura e di “invincibile speranza in Dio”. Di qui l’appello a cessare il fuoco e ricercare una soluzione pacifica: “il principio di umanità, inscritto nella coscienza di ogni persona e riconosciuto nelle leggi internazionali, comporta l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra”. Infine, il Sudan, a tre anni dall’inizio del conflitto; Papa Leone rinnova la richiesta di far tacere le armi e dare inizio a un sincero dialogo per mettere fine al conflitto.

“Pace a voi”: per tre volte Giovanni nella pagina del Vangelo ripete questo augurio di Gesù ai discepoli che lo vedono con i segni della crocifissione; un augurio quanto mai urgente anche oggi mentre si prosegue a “annientare la vita, senza diritto e senza pietà”, afferma il Papa: viviamo in “un mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri perché si continua a crocifiggere”. È un dramma che ci deve interrogare e invitare a sperare in un futuro senza più violenze e conflitti. Aprendo sabato sera la preghiera del Rosario per la pace il vescovo di Roma chiede di essere uniti “con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio”.

Nel Vangelo di questa seconda domenica di Pasqua leggiamo che alla paura dei discepoli chiusi per paura nel cenacolo, Gesù appare e invita ad avere fede, ad aprirsi al mondo. Commentando il testo giovanneo papa Leone riflette sulla fatica di avere fede; per questo, afferma, c’è bisogno di nutrirla e sostenerla, e per questo “l’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana”. Così, alla vigilia del suo viaggio in Africa, ricorda la “bellissima testimonianza” dei 49 martiri di Abitene, oggi in Tunisia, uccisi, nel 304 sotto l’imperatore Diocleziano, perché, accusati di aver celebrato illegalmente l’eucaristia, si rifiutarono di rinunciare al culto domenicale dicendo “di non poter vivere senza celebrare il giorno del Signore”.

È attraverso l’eucaristia, afferma il vescovo di Roma, che “anche le nostre mani diventano ‘mani del Risorto’, testimoni della sua presenza, della sua misericordia, della sua pace, nei segni del lavoro, dei sacrifici, della malattia, del passare degli anni, che spesso vi sono scolpiti, come nella tenerezza di una carezza, di una stretta, di un gesto di carità”.

Diocesi

Giornata di preghiera per i carcerati, a Lizzano

14 Apr 2026

La ‘Giornata di preghiera per i carcerati’ si terrà martedì 14 aprile alle ore 20 a Lizzano nel convento di San Pasquale Baylon e prevede l’incontro con il cappellano penitenziario don Francesco Mitidieri e la testimonianza di alcuni detenuti.

 

Politica internazionale

Trump attacca Leone XIV: “Debole e liberal”

I vescovi Usa: “Il Papa non è un rivale né un politico”

ph Afp-Sir
13 Apr 2026

Domenica sera, nel giro di quaranta minuti, il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato su Truth Social un lungo attacco contro Leone XIV – definendolo “debole sul crimine” e “terribile in politica estera” – e subito dopo ha condiviso un’immagine generata dall’intelligenza artificiale in cui appare con una tunica bianca, nell’atto di guarire un uomo malato, circondato da aquile, bandiere e aerei militari. La sequenza ha segnato un punto di rottura nei rapporti tra un presidente americano e il pontefice. Trump ha scritto: “Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Ha dichiarato di preferire il fratello del Papa, Louis Prevost, perché sarebbe “tutto MAGA”. Ha accusato il pontefice di incontrare “simpatizzanti di Obama come David Axelrod” e di non aver difeso le chiese durante il Covid. Sceso dall’Air Force One a Joint Base Andrews, ha ripetuto ai giornalisti: “Non sono un fan di Papa Leone. È una persona molto liberal”.

ph Vatican media-Sir

Le parole di Leone XIV sulla guerra in Iran si sono fatte progressivamente più dirette nell’arco delle ultime due settimane. La domenica delle Palme aveva avvertito che Gesù “non ascolta le preghiere di chi fa la guerra”. Nel messaggio Urbi et Orbi di Pasqua aveva chiesto che “chi ha in mano le armi le deponga” e annunciato una veglia di preghiera per la pace a San Pietro. Martedì 7 aprile, fermandosi con i giornalisti all’uscita dalle Ville pontificie di Castel Gandolfo, aveva definito “davvero inaccettabile” la minaccia lanciata da Trump contro la civiltà iraniana e invitato “tutti a pregare, ma anche a cercare come comunicare, forse con i Congressisti, con le autorità, per dire dire che noi vogliamo la pace”. Venerdì 10 aveva scritto su X: “Dio non benedice alcun conflitto. Chi è discepolo di Cristo, Principe della Pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi sgancia bombe”. Sabato 11 aprile, nella veglia a San Pietro seguita in contemporanea da parrocchie e diocesi negli Stati Uniti, ha denunciato il “delirio di onnipotenza che diventa sempre più imprevedibile e aggressivo intorno a noi” e si è rivolto ai governanti: “Fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!”. In nessuna di queste occasioni il Papa ha nominato Trump o gli Stati Uniti.

ph Sir

Il post del presidente è arrivato subito dopo la messa in onda su Cbs del segmento di 60 Minutes dedicato alla Chiesa di Leone XIV. Nell’intervista, i tre cardinali americani alla guida di arcidiocesi – Cupich, McElroy e Tobin – avevano difeso le posizioni del Papa in un’intervista congiunta senza precedenti. Il card. Robert McElroy ha negato che il conflitto in Iran risponda ai criteri della guerra giusta nella dottrina cattolica: “È una guerra di scelta”. Il card. Blase Cupich ha denunciato la “gamificazione” della guerra nei video della Casa Bianca: “Stiamo disumanizzando le vittime trasformando la sofferenza in intrattenimento”. Il card. Joseph Tobin ha ribadito la definizione dell’Ice come “organizzazione senza legge” e ha ricordato che nelle messe in spagnolo della sua arcidiocesi la partecipazione è calata del trenta per cento in un anno. Mons. Paul Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha risposto all’attacco con una dichiarazione: “Il Papa non è un rivale del presidente, né un politico. È il Vicario di Cristo, che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”.

 

ph Sir

Politica internazionale

Trump attacca Leone XIV, Cei: “Il Papa è chiamato a servire il Vangelo”

ph Vatican media-Sir
13 Apr 2026

“Il Papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace”: è quanto afferma la presidenza della Conferenza episcopale italiana, che in una nota esprime “rammarico per le parole rivolte nelle scorse ore al Santo Padre Leone XIV dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump”. La nota, che rinnova “la piena comunione con il Santo Padre”, si unisce a quanto affermato dal presidente della Conferenza episcopale statunitense, mons. Paul S. Coakley. “In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali”, si legge nel testo, “la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità”. Le Chiese in Italia rinnovano al Papa “vicinanza, affetto e preghiera, auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero”.

 

Morti sul lavoro

Ancora morti sul lavoro a Taranto: a perdere la vita un giovane di 38 anni

13 Apr 2026

di Silvano Trevisani

Mattinata tragica per il lavoro a Taranto: un giovane operaio, Roberto Di Ponzio, di 38 anni, ha perso la vita mentre era impegnato a lavorare su un impianto di illuminazione all’esterno del cimitero comunale San Brunone. L’operaio, dipendente della Tec gen srl, stava operando su una gru quando è stato improvvisamente colpito da un palo della luce. Secondo una prima ricostruzione, il sostegno sarebbe crollato all’improvviso, forse a causa del forte vento, travolgendolo senza lasciargli scampo. L’impatto si è rivelato fatale e il decesso sarebbe avvenuto sul colpo. I soccorsi, scattati immediatamente, perciò, si sono rivelati purtroppo inutili. Sul luogo dell’incidente, assieme agli operatori sanitari del 118, sono intervenuti i carabinieri, il personale dello Spesal, il nucleo ispettorato del lavoro, oltre al pm di turno, Raffaele Casto.

Ora saranno effettuati gli accertamenti per ricostruire la dinamica dell’accaduto e verificare eventuali responsabilità legate alla sicurezza sul lavoro. Resta da chiarire cosa abbia provocato il cedimento del palo e se e in quale misura le condizioni meteorologiche abbiano inciso in modo determinante sull’accaduto.

Non sarebbe la prima volta che le avverse condizioni meteorologiche determinano eventi tragici, tutti ricorderanno il crollo della gru in Ilva per una tromba d’aria nel 2011, così come di estrema pericolosità si rivelano le lavorazioni effettuate in piattaforme sospese. Solo pochi giorni fa il crollo di un carrello elevatore aveva causato la morte di due operai e il grave ferimento di un altro in Sicilia, anche questo ultimo di una serie di episodi simili.

Ma per la Puglia, di particolare pericolosità si rivelano propri i lavori di manutenzione ed edilizia che, assieme a quelli agricoli, si confermano i più pericolosi. Se guardiamo ai dati ufficiali, gli ultimi gli cui disponiamo ufficialmente, dobbiamo sottolineare che nei primi sei mesi del 2025 gli infortuni mortali in Puglia sono stati 38, 4 in più rispetto all’anno precedente, mentre nello stesso periodo sono state 16.391 le denunce di infortunio sul lavoro presentate, lo 0,37% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le denunce di malattie professionali sono state 59.857, con un incremento del 25,5%, i settori più colpiti sono agricoltura, edilizia e lavori su strada.

Proprio sul fronte delle malattie professionali, che molto spesso hanno avuto esiti tragici nel nostro territorio, ma poche volte sono state adeguatamente risarcite, dobbiamo segnalare un episodio importante che si spera possa aprire un nuovo capitolo sul fronte dell’amianto: gli eredi di un lavoratore dell’indotto dell’Arsenale della Marina militare di Taranto hanno ottenuto un risarcimento complessivo di circa un milione di euro dal ministero della Difesa, perché ritenuto responsabile per la mancata adozione di idonee misure di protezione della salute, anche nei confronti dei lavoratori delle ditte private dell’indotto.

“Con sentenza del novembre 2023 – ricorda l’avvocato Giuseppe Mastrocinque, titolare del noto studio legale tarantino che ha difeso i congiunti del lavoratore -, il Tribunale di Taranto, in funzione di giudice del lavoro, ha ritenuto il ministero della Difesa responsabile, per non aver garantito un ambiente di lavoro salubre e per non aver informato e protetto il lavoratore dai rischi derivanti dall’esposizione a sostanze nocive. Sicché lo Stato italiano veniva condannato al risarcimento di circa 200.000 euro per la sofferenza patita dal lavoratore in conseguenza della malattia. In seguito, il Tribunale di Lecce, con sentenza del febbraio di quest’anno, condannava il ministero della Difesa – confermandone la responsabilità – ad un ulteriore risarcimento di circa 800.000 euro in favore del coniuge e dei figli del lavoratore, a titolo di ristoro dei danni conseguenti alla morte del congiunto, portando la liquidazione complessiva del risarcimento a circa un milione di euro”.

Ci si augura che, per il futuro, la giustizia garantisca almeno un giusto risarcimento alle famiglie che hanno subito eventi luttuosi a causa del lavoro. Ricordiamo, a questo proposito, che in Puglia, nel solo mese di febbraio, l’ultimo del quale si abbiano dati certi, sono stati 3 gli infortuni mortali.

Dichiarazione del Santo padre

Leone XIV ai giornalisti in aereo: “Non sono un politico, parlo di Vangelo”

ph Vatican media-Sir
13 Apr 2026

“Io non guardo al mio ruolo come a un politico, non sono un politico, io non voglio entrare in un dibattito con lui”: così il Papa ha risposto alle domande dei circa 70 giornalisti che lo accompagnano nel suo terzo viaggio apostolico internazionale, destinazione Africa. Interpellato in merito al duro attacco del presidente Trump sul suo social Truth, il pontefice – secondo quanto riferisce Vatican news – sul volo da Roma ad Algeri ha osservato: “Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo. Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo con gli Stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore”. Il messaggio del Papa, ha osservato ancora Leone, è “sempre lo stesso: la pace. Lo dico per tutti i leader del mondo, non solo lui: cerchiamo di finire con le guerre e promuovere pace e riconciliazione”. “Io non ho paura dell’amministrazione di Trump – ha detto inoltre il Papa -. Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa lavora.
Noi non siamo politici – ha ribadito Leone XIV – non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva. Ma crediamo nel messaggio del Vangelo come costruttori di pace”.

Eventi culturali in città

Mercoledì 15, al Dipartimento ionico si parla di ‘Medioccidente’

A cura del Centro di cultura per lo sviluppo G. Lazzati aps-ets Taranto, della Camera di commercio di  Brindisi-Taranto e del Dipartimento jonico Uniba

13 Apr 2026

Continua il percorso di formazione ed incontri sul tema ‘Mediterraneomaretraleterre’ del Centro di cultura per lo sviluppo G. Lazzati aps-ets Taranto, che insieme alla Camera di commercio di  Brindisi-Taranto e il Dipartimento jonico Uniba parleranno di confronto nell’epoca della crisi planetaria che ci attanaglia. L’occasione è data dalla presentazione del libro di Giuseppe Lupo: “Medioccidente – un’alternativa geografica, politica, culturale” (Marsilio editore) mercoledì 15 aprile a partire dalle ore 15:30 nel Dipartimento jonico, in via Duomo 259.

A introdurre e moderare l’evento sarà Ivan Ingravallo, ordinario di Diritto internazionale all’Uniba. Dialogheranno con l’autore,Giuseppe Lupo: Danilo Caputo, regista e sceneggiatore; Giulia Galli, presidio del libro Dickens – il Granaio; Francesco Moliterni, ordinario di “Diritto dell’economia e dei processi interculturali” Uniba; Claudia Sanesi, segretaria generale della Camera di commercio di Brindisi-Taranto.

Giuseppe Lupo  offre un’indagine e un viaggio,  un atlante, una mappa di luoghi;  consegna una declinazione dell’Occidente secondo un linguaggio che non è più quello a cui siamo stati abituati. Occidente, dunque, non dominio, ma relazione. Medioccidente  per un ‘cuscinetto’ tra Occidente e Oriente.

La visione di Giuseppe Lupo pro-voca nuovi luoghi di convivialità e cittadinanza, come ad esempio  il progetto Unicore (a cui i tre organizzatori dell’evento hanno  aderito) che prevede l’accoglienza di studenti universitari rifugiati.

 

Tracce

Sogno di una tregua mai nata

Reuters/Avvenire
13 Apr 2026

di Emanuele Carrieri

Nell’intervista rilasciata l’8 gennaio da Trump al New York Times c’è la sua visione del mondo: il suo potere di comandante in capo è limitato soltanto dalla sua “morale personale”. La domanda era se ci fossero limiti al suo potere: “La mia morale personale, la mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”. Ergo, nessuna morale e nessun limite. Dopo le esecuzioni sommarie nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale di naviganti ritenuti narcotrafficanti, dopo il blocco delle petroliere ombra e il sequestro dei loro carichi in un settore oceanico ancora più vasto, dopo la cattura di Maduro e la condanna a morte emanata verso i cubani attraverso le sanzioni rivolte a chi li aiuti a sopravvivere, è arrivata l’aggressione all’Iran. È arrivata due giorni dopo il terzo round di colloqui fra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare e pochi giorni prima dell’avvio del quarto round poi annullato. È arrivata con bombe su scuole, asili, ospedali, università, ponti, centrali elettriche: veri e propri crimini di guerra, secondo la Convenzione di Ginevra e la Carta dell’Onu. Del resto, quei crimini di guerra li aveva già annunciati, nel corso di un briefing al Pentagono il 2 marzo, Pete Hegseth, Segretario alla Guerra, ribadendo la assenza di “regole di ingaggio stupide”. E se le regole di ingaggio, che avrebbero dovuto limitare le morti dei civili sono “stupide”, allora non vanno rispettate. La morale di Trump e Hegseth non include il rispetto del diritto internazionale né alcun principio di umanità, laddove la vita e la sofferenza degli altri valgono meno di niente. Sebbene Trump abbia continuato a sfoggiare la superiorità militare statunitense e abbia sostenuto di poter distruggere “un’intera civiltà” qualora lo stretto di Hormuz non fosse stato riaperto, i limiti dettati dalla capacità bellica della repubblica islamica dell’Iran, che da venti anni si sta preparando alla eventualità di un conflitto, hanno obbligato ad accettare una tregua di due settimane a condizioni diverse da quelle dapprima prospettate. Non si tratta infatti di quella resa incondizionata che Trump avrebbe voluto, ma della sua accettazione a negoziare un piano di pace condiviso con Teheran. Che, al di là di ogni frase di Trump in senso differente, l’operazione “Furia Epica” in Iran si sia rivelata fallimentare per gli Stati Uniti è evidente. Nelle intenzioni di Trump si sarebbe dovuta sfruttare la opposizione interna a un regime repressivo per ottenerne in breve il cambio di regime, ciò che avrebbe portato al controllo americano del petrolio iraniano, in analogia a quanto Washington sembra stia riuscendo a fare in Venezuela. L’analogia diventa più significativa se si torna al colpo di Stato in Iran del 1953, programmato dai governi di Stati Uniti e Regno Unito e concretizzato dallo scià Reza Pahlavi, per deporre il primo ministro, legittimamente eletto, Mohammad Mossadeq, che aveva da poco nazionalizzato l’attività produttiva petrolifera. Ma mentre il Regno Unito puntava a rafforzare il potere dello scià per recuperare il controllo sui giacimenti petroliferi, gli Stati Uniti temevano che la crisi economica e politica dell’Iran causata dalle politiche di Mossadeq potesse aprire la porta a una penetrazione sovietica nell’area. “Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato” scrisse il romanziere William Faulkner in Requiem for a Nun: l’operazione odierna, se portata a termine, avrebbe avuto il gigantesco e ulteriore vantaggio di controllare e limitare il flusso di petrolio iraniano verso la Cina, la cui ossessione, quale potenza globale concorrente, motiva molte condotte belliche americane. Come il petrolio venezuelano fino ai primi giorni di questo anno, anche quello iraniano è esportato, per circa l’ottanta per cento in Cina che, al fine di sottrarsi ai rischi derivanti dall’importazione di greggio sanzionato, lo ha sempre acquistato a prezzi scontati da piccole raffinerie private invece che dalle compagnie petrolifere statali. Al di là delle dichiarazioni statunitensi, che raccontano di umiliazioni inflitte in cinque settimane all’Iran, è questo il quadro del negoziato che si presenta all’orizzonte, che di per sé è già una sconfitta per la Casa Bianca, ormai finalmente consapevole che i possibili attacchi iraniani agli impianti di estrazione petrolifera o a quelli di dissalazione degli stati del Golfo, nonché il blocco dello stretto di Hormuz, sono un problema non solamente per gli altri ma, prima di tutto e più di tutto, per sé stessa. La crisi energetica globale senza precedenti che discenderebbe dalla prosecuzione di un conflitto i cui effetti già ora appaiono serissimi, colpirebbe a dismisura, anzi sconvolgerebbe, gli Stati Uniti. Per quanto Trump abbia dichiarato che la riapertura dello stretto di Hormuz è affare degli altri, perché gli americani sono autosufficienti, sa piuttosto bene che così non è. Le prossime ore appaiono tremendamente decisive per Trump e la sua amministrazione: domenica mattina la delegazione in Pakistan per il negoziato ha abbandonato dopo 21 ore di trattative il tavolo dei colloqui. Secondo il vicepresidente Vance, i negoziatori iraniani si sono rifiutati di accettare i termini dell’accordo proposti dagli Stati Uniti. È evidente a questo punto che la situazione torna in alto mare tanto quanto è anche chiaro che è sicuramente Trump il più preoccupato, stretto come è fra i due fuochi dei rischi conseguenti da una ripresa del conflitto, da un lato, e quelli della resa ai dieci punti fissati da Teheran, su cui non hanno intenzione di retrocedere nemmeno di un millimetro ma sulla base dei quali aveva accettato la tregua, dall’altro lato. Il ritorno a una normalità non sarà breve: richiederà i tempi dettati dal ripristino dell’attività degli impianti di estrazione del petrolio e del gas naturale e dall’apertura dello stretto di Hormuz. Se però Trump si facesse convincere da chi lo esorta, come Netanyahu, a “finire il lavoro”, non gli resterebbe altro che cancellare le elezioni di metà mandato ed entrare nel tunnel più mortale che esista. E al mondo di entrare nella peggiore recessione che si ricordi.

Sport

Eccellenza Puglia, il Taranto non convince ma vince. E vede i playoff

ph G. Leva
13 Apr 2026

di Paolo Arrivo

Una pausa di riflessione. Un’occasione utile a ricaricare le batterie in vista del rush finale: dalla partita vinta a Novoli alla successiva giocata in casa erano passate più di due settimane. In mezzo la Passione e la Pasqua, con un unico obiettivo diventato un’ossessione, quasi, per il Taranto: i playoff, ultima chiamata per salire di categoria, secondo quanto prefissato a inizio campionato. Mercoledì scorso l’incontro andato in scena allo stadio “Italia” di Massafra contro la formazione locale non ha visto gli ionici brillare. Gli uomini di mister Danucci, infatti, hanno vinto di misura grazie alla prodezza di Umberto Monetti: passati in vantaggio nella prima frazione di gara, hanno pensato più che altro a difendere il risultato. Lo spettacolo semmai è arrivato dagli spalti. Dai tifosi che hanno riempito lo stadio, in occasione del derbyssimo, nel quale il Massafra ha ben figurato, pur avendo una rosa inferiore al Taranto.

Taranto – Massafra nel racconto fotografico di Giuseppe Leva

I rossoblu non hanno brillato nemmeno nella partita di ieri, andata in scena sempre allo stadio Italia. È bastato il goal lampo di Alessio Sansò per aggiudicarsela ai danni del Taurisano. Sono bastati quarantatre secondi, e nei successivi, anche in questo caso, il Taranto si è limitato a difendere il risultato.

Le difficoltà del Taranto

Nel post gara Ciro Danucci ha giustificato la prova tutt’altro che esaltante offerta dal suo ragazzi: “È stata una partita molto difficile: i primi caldi sono particolari, e non è facile giocare con l’assillo della vittoria. Incontravamo una squadra forte e ben messa in campo”. “Abbiamo avuto subito quattro o cinque occasioni, anche per andare sul doppio vantaggio, ma non siamo stati fortunati – ha aggiunto il tecnico manduriano – dopo è uscita la qualità del Taurisano, fisicamente non siamo stati brillantissimi ma abbiamo retto fino alla fine”. L’importante è la vittoria. Considerando anche il livello dell’avversario, di ogni squadra partecipante a questo campionato: siamo nel torneo di Eccellenza, e non possiamo aspettarci di assistere a partite di calcio champagne.

Onore al Brindisi

Una squadra che non ha conosciuto la sconfitta in una stagione straordinaria. Così, con questi numeri (82 punti, 24 vittorie e 10 pareggi, 12 gol subìti, 55 realizzati), con il pareggio esterno ottenuto sul campo dell’Unione Calcio Bisceglie, il Brindisi ha avuto la certezza della promozione in serie D. Un traguardo meritato per il gruppo allenato da Salvatore Ciullo. La 36esima giornata di campionato ha fatto esplodere la festa dei biancoazzurri, ma ha sorriso pure al Taranto: grazie alla sconfitta del Bisceglie in casa del Toma Maglie, gli ionici hanno ridotto a quattro punti la distanza dalla stessa squadra che dopodomani quindici aprile giocherà la semifinale di ritorno della Coppa Italia Dilettanti. Ovvero sono rientrati virtualmente nei playoff. E il destino adesso è nelle loro mani, quando mancano due partite alla fine della stagione regolare.

Taranto – Taurisano photogallery by Giuseppe Leva

Politica internazionale

L’Ungheria sceglie Magyar, sconfitto Orban

ph Ansa-Sir
13 Apr 2026

L’Ungheria a una svolta e l’Europa tira un sospiro di sollievo. Peter Magyar, ex orbaniano, conservatore europeista, col suo partito Tisza, ha nettamente sconfitto alle elezioni legislative svoltesi il 12 aprile, il longevo premier uscente Viktor Orban e la sua formazione Fidesz, che in 16 anni di governo avevano messo le mani su tutti i rami dell’amministrazione del Paese e portato Budapest lontana dall’Unione europea e sempre più vicina a Mosca. Duro colpo per i sovranisti in vari Paesi europei e persino per Donald Trump, il quale aveva mandato il fidato Vance a tirare la campagna elettorale di Orban.

Le prime voci

“Abbiamo liberato l’Ungheria”. Peter Magyar, vincitore delle elezioni, si è espresso così ieri sera davanti alla folla radunatasi in piazza a Budapest. “Ce l’abbiamo fatta”, ha detto appena i risultati delle urne confermavano la vittoria del suo partito. “Tisza e l’Ungheria hanno vinto queste elezioni. Insieme, abbiamo liberato l’Ungheria e ci siamo sbarazzati del regime di Orbán”. Magyar ha sottolineato nel suo discorso un aspetto particolare, in controtendenza rispetto agli ultimi anni della politica di Budapest: “Gli ungheresi hanno detto sì all’Europa”. Il primo viaggio del vincitore – ha annunciato – sarà a Varsavia, poi si recherà a Bruxelles per chiedere di sbloccare i fondi Ue. E Bruxelles gli chiederà di porre fine ai veti sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina e su ulteriori sanzioni alla Russia di Putin, amico di Viktor Orban, che, dopo aver ammesso la sconfitta, ha parlato di un risultato “chiaro e doloroso”.

I numeri

Tisza, il partito guidato dal leader dell’opposizione Péter Magyar, ha dunque trionfato. Avendo ottenuto 138 seggi in Parlamento, Tisza ha superato quota 133, cioè i due terzi dei 199 seggi e potrà quindi formare un nuovo governo (alle elezioni del 2022, Fidesz con Viktor Orban ottenne 135 seggi). Così le oltre 5,8 milioni di persone che si sono recate alle urne ieri (il 77,8% degli aventi diritto) hanno decretato una nuova fase della politica magiara.

Da Bruxelles

“Il cuore dell’Europa batte più forte stasera in Ungheria”: è stato il primo commento che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affidato ai social.“L’Ungheria ha scelto l’Europa. L’Europa ha sempre scelto l’Ungheria. Insieme, siamo più forti. Un Paese ritrova il suo cammino europeo. L’Unione si rafforza”.“Il posto dell’Ungheria è al cuore dell’Europa”, ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Dal canto suo il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha affermato: “I cittadini hanno parlato e la loro volontà è chiara. Non vedo l’ora di lavorare a stretto contatto con Peter Magyar per rendere l’Europa più forte e prospera”.

I leader europei

La notizia del voto ungherese, nonostante si tratti di un Paese piuttosto piccolo, ha fatto il giro d’Europa e del mondo. “La Francia saluta una vittoria della partecipazione democratica, dell’attaccamento del popolo ungherese ai valori dell’Ue e per l’Ungheria in Europa”, ha detto il Presidente francese Emmanuel Macron. “Non vedo l’ora di collaborare per un’Europa forte, sicura e soprattutto unita”, ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz. “Questo segna un nuovo passo per l’Ungheria e per l’Ue, con la speranza di un ripristino della democrazia, dello stato di diritto e della cooperazione europea”. La premier italiana Giorgia Meloni ha affermato: “Ringrazio il mio amico Viktor Orban per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione”. Il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è congratulato con Magyar e Tisza “per la loro schiacciante vittoria. È importante quando prevale un approccio costruttivo. L’Ucraina ha sempre cercato relazioni di buon vicinato con tutti in Europa e siamo pronti ad avanzare nella nostra cooperazione con l’Ungheria”.

Sui mass media

“Ballano sulle rovine dell’era Orbán” titola oggi il sito tedesco Die Zeit in un reportage da Budapest che racconta la grande festa, nella notte scorsa, degli ungheresi che “hanno cacciato Viktor Orbán dal potere”.“Il cognome del vincitore, Péter Magyar, si traduce letteralmente con ‘ungherese’, e lui afferma di voler essere il primo ministro di tutti gli ungheresi”.“Péter Magyar, l’uomo che ammirava Orbán, lo ha fatto cadere”, racconta invece lo spagnolo El Pais, ricordando come Magyar fosse un ammiratore di Orbán e in Fidesz si sia impegnato, salvo poi uscirne “due anni fa, sbattendo la porta”. Sempre El Pais approfondisce le conseguenze della sconfitta di Orbán che “apre un nuovo ciclo politico in Europa, dove l’estrema destra ha già subito diverse battute d’arresto”. Sul britannico The Guardian si legge: “L’opposizione ungherese estromette Viktor Orbán dopo 16 anni al potere. Il partito Tisza di Péter Magyar vince le elezioni, mentre il primo ministro ammette la sconfitta; un risultato che probabilmente rimodellerà i rapporti con l’Ue”. Su Le Monde, testata francese, si racconta della festa degli ungheresi che “celebrano il loro ritorno in Europa”. “Queste elezioni, che si erano trasformate in un referendum su Orbán e la sua diplomazia filorussa, si sono concluse con una vittoria storica per il suo avversario conservatore e filoeuropeo, Péter Magyar”.

Testate di Usa e Russia

Anche oltreoceano l’Ungheria la fa da padrona. Per esempio sul New York Times: “Orbán, faro della destra, ammette la sconfitta alle elezioni in Ungheria” titola, in un pezzo che spiega come la sconfitta di Orban “punto di riferimento per i sostenitori del movimento Maga e i populisti di destra in Europa, arresti l’ondata di rinascita nazionalista globale promossa dal presidente Trump”. Sempre sul Nyt, si analizza come l’elezione di Peter Magyar potrebbe cambiare le cose, anche se solo in parte, per l’Ue. Da Mosca, la Komsomolskaja Pravda fa una lunga ricostruzione del contesto elettorale e dell’azione di Orbán che negli ultimi anni “si è opposto quasi da solo ai persistenti tentativi della leadership paneuropea di trasformare l’Ue in una sorta di Stati Uniti d’Europa, in cui Bruxelles avrebbe avuto l’ultima parola”. Ora la sconfitta di Orbán “danneggia chiaramente la reputazione di Trump e crea una situazione molto difficile per l’Europa”.