Migranti, rimpatri e ‘fortezza Europa’: giro di vite sui diritti umani

Centri migranti in Albania (ph Ansa-Sir)
04 Giu 2026

Le istituzioni europee – Consiglio, Commissione e Parlamento – hanno fatto un altro passo avanti sulla strada della restrizione dei diritti umani e del varo di norme speciali per i migranti. L’oggetto è il nuovo regolamento che consente l’espulsione degli immigrati irregolari non verso il Paese di origine, o verso un Paese con cui abbiano legami significativi, ma verso Paesi terzi non meglio definiti, con cui i governi dell’Ue abbiano sottoscritto appositi accordi per l’istituzione di “hub di rimpatrio”. Comprese le famiglie con figli minorenni.

ph Fb – Maurizio Ambrosini

Abolita la sospensione del provvedimento in caso di appello: non sarà più automatica, ma decisa dai giudici caso per caso. Allungata a due anni e mezzo la possibilità di trattenimento dei migranti, che può essere estesa a tempo indefinito, senza processo, in caso di persone ritenute pericolose per la sicurezza. Introdotta la possibilità di irruzioni e perquisizioni in abitazioni private e sedi che accolgono immigrati irregolari: comprese, si paventa, le sedi di ong, associazioni, ambulatori, centri religiosi. Una prospettiva che richiama i raid dell’Ice negli Stati Uniti.
Mancano ancora alcuni passaggi, come l’approvazione formale del Parlamento europeo e gli adempimenti tecnici per uniformare le normative dei Paesi membri, ma tra dodici mesi il regolamento dovrebbe diventare operativo.
Come ha dichiarato un eurodeputato conservatore svedese, anche nell’Ue “è iniziato il tempo delle deportazioni”.

La causa occasionale di questa sterzata è la constatazione che nell’Unione europea soltanto il 29% degli ordini di allontanamento sono effettivamente eseguiti, e verso i Paesi non europei il tasso scende ancora. L’Italia è ancora meno efficiente: 21,9%, in valore assoluto 5.414 casi, e per circa la metà verso un solo Paese, la Tunisia.
Il nuovo regolamento mira ad aggirare gli ostacoli frapposti dai problemi d’identificazione dei malcapitati e di raggiungimento di accordi efficaci con i Paesi di origine. Probabilmente punta a produrre in questo modo un effetto deterrente sui potenziali migranti.
Nel retroscena, però, traspare l’obiettivo sostanziale: recuperare consensi tra gli elettori spaventati dall’immigrazione, soprattutto quella definita “incontrollata”, ossia quella dei richiedenti asilo, che hanno poche possibilità di ottenere passaporti, visti e regolari titoli di viaggio per cercare rifugio all’estero. Quindi arrivano come e quando possono. Il dato politico più significativo è la saldatura su questa linea tra conservatori moderati ed estrema destra. Con un corollario innegabile: la destra radicale ha ragione quando rivendica di aver trascinato sulle sue posizioni i centristi, che fino a tempi recenti ne disdegnavano proposte e visioni retrostanti. Non è vero, invece, nonostante il pigro conformismo di gran parte del sistema mediatico, che il nuovo regolamento legittimi il modello Albania del governo italiano.
Va nella stessa direzione, quella della restrizione dei diritti umani dei migranti, ma ha un significato diverso: i centri in Albania dovevano servire inizialmente per trattenere chi, salvato in mare, voleva entrare in Italia, poi sono stati trasformati in centri detentivi aggiuntivi per i migranti imprigionati per essere identificati ed espulsi. Gli hub di rimpatrio sono invece la destinazione per i migranti non autorizzati, intercettati e condannati all’allontanamento. Disciplinano la rimozione, non l’ingresso o il trattenimento.
Fatta questa precisazione, restano almeno tre problemi di fondo. Il primo è che gli stessi governi dell’Ue ammettono di aver bisogno di lavoratori di vario livello. Alimentando la narrativa dell’immigrazione come minaccia, si rinuncia a utilizzare persone che sono già qui, hanno probabilmente imparato almeno i rudimenti della lingua, spesso già lavorano, anche regolarmente (i richiedenti asilo dopo due mesi dalla domanda possono farlo). Più ampiamente, si spande diffidenza e pregiudizio che colpiscono anche i lavoratori, quando per esempio cercano casa e occasioni di socialità.
In secondo luogo, non è affatto detto che inseguire l’estrema destra sul suo terreno, adottando le sue soluzioni, sia elettoralmente produttivo. Più volte gli elettori hanno già dimostrato di preferire l’originale alle fotocopie, gli inventori agli imitatori.
In terzo luogo, subentra il problema che il progetto FAiR (H2020) ha definito “la trappola delle promesse irrealizzabili”. Non è affatto detto che le nuove misure raggiungano i risultati ventilati all’opinione pubblica, che il volume dei nuovi ingressi diminuisca, che l’immigrazione irregolare si riduca. Anche perché la magistratura potrà continuare a contrastare le più evidenti violazioni dei diritti umani. Gli elettori frustrati potrebbero allontanarsi ancora di più dalle istituzioni pubbliche, perdere fiducia verso l’Ue, appoggiare misure ancora più radicali.
A furia di promesse non realizzate, la strada della compressione dei diritti potrebbe avvitarsi in una spirale sempre più nefasta.

 

(*) docente di Sociologia delle migrazioni, Università di Milano 

 

La mostra di Miglionico per la festa della Regina Mundi, a Martina

ph ND
04 Giu 2026

di Angelo Diofano

Chiuderà i battenti domenica 7 giugno a Martina Franca la mostra ‘Anima e materia: San Pio nello sguardo di Michele Miglionico’, allestita in occasione dei festeggiamenti in onore della Regina Mundi e di San Michele nella chiesetta dedicata all’arcangelo e voluta dal parroco don Martino Mastrovito.

Michele Miglionico, figlio spirituale di Padre Pio, al quale ha dedicato molte delle sue realizzazioni, nato e cresciuto a San Giovanni Rotondo e attualmente residente a Montemesola, rappresenta una delle voci più autentiche e profonde del mondo artistico contemporanea pugliese e italiano. La sua arte affonda le radici in una terra intrisa di spiritualità, la stessa dove ha vissuto Padre Pio, figura che ha inevitabilmente segnato la sua sensibilità artistica e umana. L’artista non si limita a plasmare la materia, ma la interroga, ne estrae la tensione drammatica, il sentimento religioso e il legame profondo con le tradizioni locali.

Nella chiesa dedicata a San Michele sono esposti molti delle opere (sculture, dipinti e disegni) che hanno segnato la lunga carriera artistica di Miglionico legate a Padre Pio e anche al rapporto che intercorreva fra il santo frate e l’Arcangelo. Fra queste, ‘Piaga d’amore’, ‘Profumi e passione’, ‘I profumi di Padre Pio’, la replica della maschera funebre del frate e lo studio per l portale della chiesa di Monte Sant’Angelo.  In particolare, nella grotta compresa in San Michele, dove anticamente risiedeva un eremita, l’artista ha esposto degli studi ispirati alla statua di San Michele Arcangelo in Monte Sant’Angelo e una litografia di Antonio Achilli, artista  futurista, autore di un bozzetto raffigurante l’Arcangelo celeste, utilizzato per la realizzazione del mosaico nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, a San Giovanni Rotondo, su suggerimento dello stesso Padre Pio.

Diocesi

“Una porta sul futuro”: i giovani del nostro territorio e il lavoro

04 Giu 2026

di Francesco Mànisi

Quale futuro attende i giovani del nostro territorio? È possibile costruire il proprio progetto di vita e professionale rimanendo nella nostra terra? Quali opportunità esistono oggi per chi cerca lavoro o desidera valorizzare le proprie competenze senza essere costretto a partire?: sono alcune delle domande che saranno al centro di ‘Una porta sul futuro’, l’iniziativa promossa dall’ufficio diocesano per la pastorale giovanile e vocazionale in collaborazione con l’ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro. L’appuntamento è fissato per lunedì 8 giugno, dalle ore 19 alle 21.30, alla parrocchia Santa Rita (Ristoratorio-Lumsa) di Taranto ed è rivolto ai giovani dai 18 anni in su.

L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che il tema del lavoro rappresenta oggi una delle principali preoccupazioni delle nuove generazioni. Molti giovani vivono la fatica di trovare un’occupazione stabile, altri sono costretti a lasciare il proprio territorio alla ricerca di maggiori opportunità, mentre non pochi sperimentano scoraggiamento e incertezza rispetto al futuro. Di fronte a queste sfide, la Chiesa di Taranto desidera offrire uno spazio di ascolto, confronto e riflessione, nella convinzione che accompagnare i giovani significhi anche aiutarli a leggere la realtà e a costruire percorsi concreti di speranza.

La serata si aprirà con alcune testimonianze di giovani della diocesi che stanno realizzando il proprio percorso professionale scegliendo di investire nel territorio jonico. Le loro esperienze racconteranno che, pur tra difficoltà e contraddizioni, esistono possibilità di crescita e di realizzazione personale che meritano di essere conosciute e valorizzate.

Seguirà un intervento formativo del prof. Pietro Panzetta, docente di mercato del lavoro, che offrirà una lettura delle dinamiche occupazionali del territorio e delle prospettive che si aprono per le nuove generazioni. Non si tratterà però di un semplice convegno: una parte significativa dell’incontro sarà dedicata al dialogo e al confronto tra i partecipanti, chiamati a condividere esperienze, aspettative, difficoltà e proposte.

L’obiettivo non è soltanto analizzare i problemi, ma favorire la nascita di una rete di relazioni e di idee capace di generare percorsi nuovi. Il lavoro, infatti, non riguarda esclusivamente la dimensione economica della vita, ma tocca la dignità della persona, la possibilità di progettare il futuro, di costruire una famiglia, di contribuire al bene comune e alla crescita della comunità.

L’incontro si concluderà con un momento conviviale di apericena, occasione ulteriore per continuare il confronto in un clima di fraternità e condivisione. Tutti i giovani interessati possono iscriversi attraverso il modulo online: https://forms.gle/KrKfE3b6R9YMyH9WA.

 

Cisgiordania occupata

A Taybeh, escalation di incursioni e violenze dei coloni israeliani

padre Fawadleh, parroco di Taybeh (ph Sir)
04 Giu 2026

Nuovo e dettagliato rapporto sulle violenze e le intimidazioni subite dalla popolazione di Taybeh nel mese di maggio 2026 è stato diffuso oggi dal parroco latino, padre Bashar Fawadleh. Il documento, inviato a media, diplomazie e organizzazioni internazionali, accende i riflettori su una situazione definita “in costante e grave escalation” che colpisce l’unico villaggio interamente cristiano della Cisgiordania. Nel testo il parroco denuncia un aumento significativo, per numero e gravità, degli attacchi dei coloni, con conseguenze dirette sulla vita quotidiana dei residenti, sulle attività economiche e sull’accesso alle terre agricole. Secondo il parroco, si tratta di “pratiche sistematiche che puntano a creare condizioni coercitive attraverso intimidazioni, restrizioni e progressiva espansione del controllo sui terreni palestinesi”. Tra gli episodi segnalati, la creazione di un nuovo avamposto nell’area della rotonda di Caramelo e della comunità di Abu Faza’, con il trasferimento di bestiame, tra cui 50 cammelli, e il taglio della principale fonte idrica, mettendo a rischio la sopravvivenza di residenti e allevamenti.

Incursioni dei coloni a Taybeh (ph B. Fawadleh)

Denunciata anche la presenza quotidiana di coloni nelle aree della cava e del cementificio, con lavoratori ripetutamente cacciati e attività economiche compromesse. Il 18 maggio è stata registrata l’irruzione in un’abitazione civile, mentre il giorno successivo si è verificato un tentativo di incendio di veicoli. Frequenti anche le incursioni nei quartieri residenziali, con mezzi fuoristrada, che alimentano paura soprattutto tra donne e bambini. Il 29 maggio, dichiara al Sir padre Fawadleh, “militari israeliani sono entrati nel villaggio nelle prime ore del mattino ordinando di sospendere i preparativi in corso per la festa finale del mese mariano intitolata “With Mary… We Remain in Hope”, (Con Maria… restiamo nella speranza) cui erano invitati diplomatici di Francia, Italia, Spagna, Belgio, Svezia, Polonia e Ecuador. La festa prevedeva preghiere, messe, sfilata degli scout e attività artistiche. Di quanto stava accadendo ho informato le autorità ecclesiastiche e grazie all’intervento del patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, che ha contattato direttamente le autorità israeliane, la festa si è svolta regolarmente”. La situazione – riferiscono i residenti di Taybeh – è ulteriormente peggiorata nei primi giorni di giugno. Gruppi di coloni, utilizzando quad e altri veicoli, avrebbero intensificato le incursioni fino al centro del paese. Il 2 giugno, nell’area nord-orientale vicino alla Orthodox Housing Road, sarebbero state bloccate alcune strade e interrotti lavori edilizi; il 3 giugno nuovi passaggi sono stati segnalati anche lungo la via principale fino alla zona della chiesa di San Giorgio (Al-Khadr). Il rapporto evidenzia un impatto umanitario ed economico pesante: insicurezza crescente, danni alle fonti di reddito, difficoltà nell’accesso alle terre e alle risorse idriche, e timori di uno sfollamento forzato. Le violazioni, sottolinea padre Fawadleh, contravvengono al diritto internazionale umanitario e ai diritti umani fondamentali. Da qui l’appello urgente alla comunità internazionale per attivare interventi immediati per fermare le violenze, garantire protezione ai civili, avviare indagini indipendenti e assicurare responsabilità. Tra le richieste, anche la tutela delle terre agricole, il ripristino delle risorse essenziali e un rafforzamento della pressione diplomatica per il rispetto del diritto internazionale. “È in gioco – conclude il parroco – la sicurezza, la dignità e la possibilità stessa per la popolazione di Taybeh di continuare a vivere nella propria terra”.

 

Viaggio apostolico

Lampedusa attende papa Leone XIV

ph Agorà Spazio Migrante(s)
04 Giu 2026

Nel cuore e nella mente di chi vive il fenomeno della mobilità umana come un segno del Vangelo, ci sono immagini e suoni che tracciano un prima e un dopo. È il caso di Anna Sferlazzo, da sempre punto di riferimento della comunità parrocchiale di Lampedusa e protagonista, insieme a tanti uomini e donne di buona volontà, di straordinari gesti di accoglienza. Sebbene nella mente di Anna quei ricordi siano ancora estremamente vividi, la realtà odierna nell’arcipelago delle Pelagie racconta una storia molto diversa.

ph Agorà Spazio Migrante(S)

“I migranti non li vediamo più – spiega la volontaria -; è come se vivessimo in una dimensione parallela: non c’è più scambio, non c’è più incontro. Mentre prima, non appena giungeva notizia di uno sbarco, tutta la comunità si mobilitava attivando un’incredibile catena di umanità, oggi tutto questo è un lontano ricordo. Negli ultimi quattro anni non ci è stata data neanche la possibilità di avvicinarci al porto. La situazione si è completamente capovolta”. A distanza di quasi tredici anni dalla storica visita di papa Francesco – giunto a Lampedusa nel luglio del 2013, pochi mesi prima della tragedia dell’Isola dei conigli – il contesto sociale è profondamente mutato. Se un tempo l’arrivo dei migranti, per quanto complesso e difficile da gestire, veniva vissuto da gran parte della comunità come il dono di poter sperimentare direttamente la parola del Vangelo, oggi sembra non appartenere più all’isola. Il senso di disorientamento è forte: “Abbiamo vissuto anni sicuramente difficili – continua Anna –, ma ha sempre prevalso la solidarietà. Poi, però, ha iniziato a prendere piede la paura, seguita dalla diffidenza, fino ad arrivare al momento attuale: da quattro anni un lampedusano non incontra più un migrante. Sembra incredibile, ma è così”. Per colmare quel senso di “vuoto” dovuto all’impossibilità di rendersi utile verso coloro che considera la presenza di Gesù in cerca di aiuto, la signora Sferlazzo sfoglia spesso l’album dei ricordi. Parte da quelli più felici, in cima ai quali c’è senza dubbio l’8 luglio 2013, giorno della prima visita pastorale di papa Bergoglio: “È stata un’esperienza meravigliosa e, soprattutto, inaspettata. Era stato deciso di dare a una rappresentanza di cittadini l’opportunità di incontrare il pontefice nella zona dell’Area Marina Protetta. L’allora parroco, don Stefano Nastasi, scelse me in rappresentanza del Movimento dei Focolari. Non appena mi sono trovata di fronte al Papa ho letteralmente perso le parole: sono riuscita solo a ringraziarlo e a chiedergli se potessi abbracciarlo. Tutti i presenti hanno sorriso, ma lui non ha esitato un attimo. Posso dire di essere stata la prima ad averlo abbracciato pubblicamente”.

Il racconto di Anna su quel primo viaggio del Papa è ricco di particolari, segno evidente non solo dell’intensità del momento, ma anche della spontaneità che ne ha contraddistinto l’organizzazione: “È stato direttamente padre Stefano a chiedere a Francesco di venire sulla nostra isola – sottolinea – e il Papa, con assoluta naturalezza, ha colto questo appello. Ha compreso che la nostra terra aveva bisogno della sua presenza e tutti ci siamo sentiti direttamente coinvolti”. Le parole pronunciate da Papa Francesco durante quell’omelia hanno rappresentato un faro nell’oscurità in cui la comunità lampedusana è sprofondata all’indomani del 3 ottobre, il giorno della strage dell’Isola dei Conigli. Anche quello è un momento indelebile nella memoria di Anna: “Quando sono arrivata con padre Stefano nell’hangar dell’aeroporto di Lampedusa e ho visto davanti ai miei occhi quella distesa di sacchi neri che sembrava non finire mai, è come se mi avessero strappato il cuore. Ma ancora più struggente è stato l’urlo, infinito, dei sopravvissuti chiamati a riconoscere i propri parenti; era così forte che ho avuto la sensazione che squarciasse il tetto dell’hangar per arrivare fino a Dio”. Sul finire della nostra chiacchierata, chiediamo ad Anna di scegliere una parola per descrivere il prossimo arrivo di papa Leone XIV: “La parola che scelgo è pace. Spero che questo pontefice possa ricordare a tutta la comunità quanto sia necessario vivere in comunione e in serenità. Perché Lampedusa – anche se oggi quei giorni sembrano estremamente lontani – non deve dimenticare di essere una terra di pace per chi scappa da ogni forma di sofferenza”.

 

Diocesi

Solennità del Corpus Domini a Taranto

04 Giu 2026

di Angelo Diofano

‘L’Eucarestia è il tesoro della Chiesa, il tesoro dei tesori’: riflettendo su queste parole di papa Leone XIV, domenica 7 giugno sera, si celebrerà la solennità del Corpus Domini.

In diocesi, praticamente immutato è il programma rispetto agli scorsi anni. Alle ore 19, l’arcivescovo mons. Ciro Miniero presiederà la solenne celebrazione eucaristica nella chiesa di Sant’Antonio, in via Duca degli Abruzzi. Al termine, alle ore 19.45, circa uscirà la processione eucaristica che percorrerà via Duca degli Abruzzi, via Di Palma, piazza Maria Immacolata, via D’Aquino e piazza della Vittoria, dal cui palco l’arcivescovo terrà l’allocuzione e impartirà la solenne benedizione eucaristica.

Durante la santa messa Il servizio liturgico sarà affidato ai ministranti della parrocchia di Sant’Antonio e ai seminaristi mentre i canti saranno animati dal coro parrocchiale di Sant’Antonio diretto dal m° Giuliana Carenza; per le letture saranno coinvolti l’associazione de ‘L’Ora di Gesù’ e il movimento di Comunione e Liberazione mentre i doni dell’Offertorio saranno presentati dai bambini della  Prima Comunione e da alcuni catechisti.

 In piazza della Vittoria il servizio del canto sarà affidato al coro della parrocchia di Maria Santissima del Monte Carmelo.

Alla processione è naturalmente invitata tutta la comunità diocesana con tutte le realtà ecclesiali e in particolare i bambini di Prima Comunione, i ministranti, i ministri istituiti, i ministri straordinari della Comunione e gli insegnanti di religione.

 

Emergenze sociali

Ad Amendolara, quattro migranti morti in un rogo

ph Ansa-Sir
03 Giu 2026

di Raffaele Iaria

La tragedia di Amendolara “ci lascia senza parole. Quattro giovani vite spezzate in modo così drammatico non possono essere ridotte a una semplice notizia di cronaca. Davanti a quanto accaduto sentiamo il dovere di fermarci, di riflettere e di lasciarci interrogare profondamente”. Lo dice don Giuseppe Cascardi, vicario episcopale per la carità e direttore della Caritas di Cassano all’Jonio, commentando la morte di quattro migranti ad Amendolara (Cs), lunedì scorso, primo giugno. Quattro vite spezzate, come ha ricordato il vescovo, mons. Francesco Savino, richiamando tutti a non voltare lo sguardo altrove e a non lasciare che l’indifferenza diventi la risposta abituale davanti al dolore degli ultimi.
“Quando la vita umana perde valore e il denaro, l’interesse o il profitto prendono il posto della fraternità, la nostra società si ammala e smarrisce la propria umanità”, sottolinea don Cascardi.

Questi quattro ragazzi, tre afghani e un pakistano, “non sono numeri né statistiche. Sono persone, fratelli, portatori di una storia, di sogni e di speranze. La loro morte interpella la coscienza di tutti noi. Per questo tornano alla mente le parole della Genesi: ‘Dov’è Abele, tuo fratello?’. È una domanda che Dio continua a rivolgere a ciascuno di noi e alla nostra comunità civile. E continua a inquietarci la risposta di Caino: ‘Sono forse io il custode di mio fratello?’. Il sangue degli innocenti continua a gridare dalla terra. Grida a Dio, ma grida anche alle nostre coscienze. Ci chiede se vogliamo continuare a restare sordi e distratti, se siamo ancora capaci di riconoscere nell’altro un fratello oppure se abbiamo accettato che l’individualismo e la ricerca del guadagno prevalgano sulla dignità della persona”.

Per il direttore della Caritas cassanese, “non spetta a noi sostituirci a chi è chiamato ad accertare la verità dei fatti. Tuttavia, come credenti e come uomini, non possiamo non riconoscere che ogni volta che una persona viene sfruttata, umiliata o considerata meno importante del profitto, si consuma una sconfitta per tutta la società. È il fallimento di un modello che mette al centro il denaro e lascia ai margini la vita umana. Come Chiesa che vive e condivide le fatiche di questo territorio, affidiamo questi giovani alla misericordia di Dio e ci stringiamo con rispetto e dolore alle loro famiglie. Allo stesso tempo chiediamo al Signore di non lasciarci tranquilli, di non farci abituare a tragedie come questa”.

Di fronte a questa tragedia, serve una sola parola: “basta”, ha detto mons. Savino. “Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti e sulla paura di chi lavora senza tutele”. Per mons. Savino, quanto accaduto ad Amendolara “non è soltanto un fatto terribile da chiarire fino in fondo, ma una ferita morale, sociale e spirituale”, che interpella istituzioni, politica, Chiesa, comunità locali e mondo del lavoro. Il vescovo denuncia inoltre il caporalato, definendolo “una forma moderna di schiavitù che prospera dove il bisogno si trasforma in catena e la fragilità dei migranti viene convertita in profitto”. Da qui l’invito a dire “basta con il silenzio delle convenienze” e con l’idea “che alcune vite valgano meno perché straniere, povere o migranti”.

I quattro uomini morti nel rogo, sottolinea mons. Savino, “non erano manodopera anonima, ma persone con un nome, una storia e una famiglia”. La loro morte “ci impedisce ogni neutralità”, mentre occorre “fare piena luce sull’accaduto, senza fermarsi alla superficie dei fatti, ma andando a fondo nei contesti in cui si intrecciano sfruttamento, ricatto, illegalità e controllo del territorio”. Il vescovo lancia un appello diretto alla politica affinché “non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore” e sottolinea che “occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze e senza prudenza malintesa”, rilanciando una “mobilitazione civile” e una “rivolta delle coscienze”, perché la Calabria “non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”. Quanto accaduto ad Amendolara, conclude mons. Savino, “non deve essere archiviato come un episodio terribile tra i tanti, ma diventare uno spartiacque”.

Festival

Dal 20 al 22 giugno a Valsinni e Taranto il Festival intitolato a Isabella di Morra

03 Giu 2026

di Silvano Trevisani

La figura di Isabella di Morra, la poetessa lucana vissuta nel XVI secolo, morta giovanissima par mano dei suoi fratelli, la cui riscoperta si deve, agli inizi del secolo scorso, a Benedetto Croce, sarà al centro del “Festival di Isabella Morra”, che dal 20 al 22 giugno si svolgerà tra Valsinni e Taranto. Ideato e curato da Barbara Gortan, entrerà nel vivo sabato 20 nel suggestivo Castello di Valsinni, in provincia di Matera, per concludersi a palazzo Pantaleo, in città vecchia. L’obiettivo è quello di celebrare e valorizzare una figura poetica di grande fascino. Attraverso ‘I luoghi di Isabella’, il Castello di Valsinni apre le porte ai poeti contemporanei. Le mura del Castello di Favale, l’antica Valsinni, e l’anelito della poesia si fondono in un’unione che sfida il tempo. Questa antica complicità trova oggi una nuova forma di espressione in un progetto di residenza poetica del Parco letterario attraverso il quale il Castello della poetessa rinascimentale Isabella Morra trasforma il ricordo storico in creazione artistica. Il progetto, ideato e curato dalla poetessa Barbara Gortan, nasce fra Taranto e la Basilicata ed è sostenuto dal Comune e dalla Proloco di Valsinni e dalla famiglia Rinaldi, proprietaria del Castello.

Il Genius Loci come ispirazione si esprime nell’iniziativa con la quale il Festival invita i poeti a dimorare tra le mura che videro nascere il genio di Isabella Morra e trarre ispirazione, se vorranno, per un componimento o un omaggio contemporaneo alla “sublime poetessa”. L’obiettivo è quello di trasformare la storica dimora lucana in un laboratorio creativo permanente. Non più solo un luogo di memoria e di studio, ma una fucina di bellezza dove la solennità della rocca diventa il rifugio di autori selezionati del panorama letterario nazionale, come il poeta lucano di San Mauro Forte, Alfonso Guida (finalista al Premio Strega per la poesia nel 2025) che raccoglie l’eredità poetica della poetessa Isabella di Morra, lo scrittore Omar di Monopoli, lo studioso, Gianni Antonio Palumbo, il flautista e poeta Vincenzo Mastropirro, il poeta, narratore e traduttore Silvio Raffo, e le voci di tantissimi poeti che hanno dato la loro adesione.

“Il soggiorno – spiega l’organizzatrice – si configura come un atto di testimonianza letteraria mirato a rinvigorire il patrimonio lirico del Castello, trasformando la memoria storica in creazione contemporanea”.

Ad inaugurare l’iter progettuale della residenza poetica è stata proprio Barbara Gortan, con un primo incontro svoltosi il 18 aprile scorso. Il progetto avrà il suo culmine, come dicevamo, nei giorni 20, 21 e 22 giugno con il Festival: le prime due serate a Valsinni (nei giorni 20 e 21) e la terza e conclusiva a Taranto. Ogni componimento realizzato dai poeti partecipanti alla residenza entrerà a far parte dell’archivio ufficiale e sarà letto durante il Festival del 20, 21 e 22 giugno 2026, diventando parte viva di una memoria collettiva che continua a generare bellezza.

Il Castello spalancherà le sue porte ogni sabato e domenica sino allo svolgimento del Festival per accogliere versi, emozioni e nuove visioni. Qui, tra pietra, storia e silenzio, la poesia ritroverà la sua casa”.

Di seguito i poeti che hanno aderito all’iniziativa: Santi Spanna-Pasquale Lenge- Letizia Cobaltini- Federica Introna- Dell’acqua Nicola- Anna Lauria- Laura Maniscalco Blasi-Laterza Maria- Donato Loscalzo- Paolo Polvsni- Meliforo Filomena-Elisa Ruotolo- Davide Cortese-Maria Antonella D’Agostino -Griselda Doka-Dario Goffredo -Anna Maria Curci-Bruno Di Pietro- Fosca Navarra- Nicola Dell’acqua – Alfonso Nicola Pannullo- Emilia Grimaldi- Rita Greco- Vincenza Di Schiena- Giuseppe Vetromile- Melania Mollo- Marco Maggi- Alessandro Cannavale- Iolanda La Carrubba- Marjola Dashi – Jaupi-Nicola Cafagna-Santi Spanna-Gianna Signorile-Dell’acqua Nicola – Emilia Grimaldi -Ludovica Suriano- Paolo Polvani-Scapati Giancarlo- Federica Introna- Anna Lauria-Francesca Semeraro- Maria Pia Putiganano -Bartolomeo Bellanova -Loredana Lorusso-  Emilia Grimaldi- Titti Voccoli -Dina Farorelli -Pasqua Sannelli- Sergio Daniele Donati-Loredana Lorusso- Gianluca Lovreglio-Fabrizio Iurlano- Marco Cardetta – Alfredo Vasco- Antonella Vairano- Melidiro Filomena- Giorgia Deidda- Lucia Diomede- Ada Del Conte- Giusepe Surico- Rosy Cioffi- Elisabetta Stragapede- Simona Volpe- Paola Mancinelli- Lucia Diomede -Enrico Mariá -Maria D’Agostino- Giuseppe Surico- Rosy Cioffi- Nunzio Festa- Monica Messa- Leo Luceri- Giuse Alemanno- Rosa Costantino- Anna Vozza-  Enza Sibilla- Pasquale Vitagliano-Giorgia Mastropasqua- Maria Grazia Palazzo-Claudia Di Palma- Francesco Mola- Camelia Mirescu- Serena Mandueto- Mauro Marino- Gianni Minerva- Simona Cleopazzo- Alessandro Cannavale- Rosaria Ragni Licinio- Anna Maria Curci- Bruno Di Pietro- Fosca Navarra- Mina Panaro- Armando Pannone-  Giovanni Laera- Giuseppe Semeraro- Enrico Barbieri- Rossella De Magistris- Maria Teresa Bari- Gianluca D’Annibali- Francesca Marica- Melania Mollo- Beatrice Lippo- Antonio Trucillo- Tiziana Cera Roso- Ezia Mitolo- Cristina Simoncini- Mariella De Santis- Lucia  Tornabene- Sandro Marano- Pippo Marzulli- Nadia Lisanti- Mariella Soldo- Laterza Maria- Donato Loscalzo- Rita Pacilio- Silvia Ruggero- Pietro Romano-Nicola De Matteo -Leo Spalluto- Maurizio Evangelista-Antonio Rotondo-Gabriele Galloni-Vito Davoli-Silvano Trevisani-Aldo Perrone- Vanni Schiavoni- Pasquale Montesano- Gianni Antonio Palumbo-Stefano Bottero- Noemi Nagy- Francesco Iannone- Silvio Raffo- Vincenzo Mastropirro- Vittorino Curci- Nanni Cagnone- Alfonso Guida -Barbara Gortan – Ester Cecere – Nicola Cafagna – Nadia Lisanti..

Sport

Campionissimi, il Giro di Jonas Vingegaard

03 Giu 2026

di Paolo Arrivo

Il dominatore incontrastato. L’unico in grado di competere con Tadej Pogacar, il grande assente all’edizione numero 109 del Giro d’Italia. Parliamo di Jonas Vingegaard. Che ha trionfato con un distacco di oltre cinque minuti sul secondo della classifica generale, Felix Gall. Con una dimostrazione di manifesta superiorità il danese 29enne della Visma è entrato nell’Olimpo dei grandissimi che hanno vinto la tripla corona. Ovvero Vuelta e Tour de France, oltre al Giro d’Italia.

La rinascita di Vingegaard

Quasi sempre seduto anziché sui pedali, una pedalata fluida potente efficace, non troppo agile, i suoi scatti sono progressioni che non lasciano scampo agli avversari. L’impressione guardandolo è che non spinga neanche al massimo. Gli basta un tentativo, di solito, per fare il vuoto. In questo somiglia proprio a Pogacar. Non nello stile, ma nella sostanza: Vingegaard ha ammazzato il Giro d’Italia. Gli hanno dato del calcolatore. Lo è, in effetti, diversamente dal campionissimo sloveno, che in modo fantasioso va sempre all’attacco. Ma di certo il portacolori della Visma non si è risparmiato nella corsa rosa. Tanto che ha centrato cinque vittorie – suoi gli arrivi su Blockhaus, Corno alle Scale, Pila, Carì e Piancavallo. Quando si sarebbe potuto limitare a controllare la corsa, come faceva Lance Armstrong al Tour de France. Vingegaard era il grande favorito alla vigilia del Giro d’Italia. La sua vittoria, però, non era affatto scontata. Perché in una corsa a tappe di tre settimane, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo – l’incidente, la caduta, la fatica. Come non era scontato che il ciclista tornasse ai livelli antecedenti al gravissimo incidente capitatogli nel 2024 al Giro dei Paesi Bassi. Adesso può lanciare il guanto di sfida al suo grande avversario sulle strade della Grand Boucle. Ci sarà da divertirsi, nel confronto tra i due fuoriclasse, con l’auspicio di veder protagonista anche qualche italiano. Almeno per le vittorie di tappa.

Gli italiani al Giro d’Italia

Le speranze azzurre erano riposte in Giulio Pellizzari, che ha ben figurato fino alla 16esima tappa (Bellinzona-Carì, 113 km), quando è esploso, crollato. Il suo Giro è stato condizionato da un malanno. Probabilmente anche dalla pressione, dallo stress accumulato. Peccato perché il corridore della Red Bull aveva dimostrato testa e gambe. Lo ha capito presto, a sue spese, che non bisogna andare dietro a Vingegaard quando scatta: che sulle grandi salite ognuno deve salire del proprio passo. Un ottimo ciclista è Davide Piganzoli, messosi al servizio della maglia rosa. L’auspicio è che il giovane quasi 24enne passista-scalatore possa terminare l’apprendistato. Ovvero mettersi in proprio, perché si tratta di uno dei pochissimi italiani capaci di vincere una grande corsa a tappe. Chi non ha tradito le aspettative è Filippo Ganna. O meglio, Top Ganna, che nelle prove contro il tempo è di un altro pianeta, superiore persino a Vingegaard e Pogacar – si è aggiudicato la cronometro Viareggio – Massa, di ben 42 km, con una media impressionante (54,921 km/h). Non dimentichiamo i successi di Davide Ballerini e Alberto Bettiol. Tra i più combattivi, Giulio Ciccone, meritevole della maglia azzurra. Dulcis in fundo Jonathan Milan si è sbloccato proprio nella volata conclusiva di Roma. A ben dieci anni dal successo di Vincenzo Nibali, l’ultimo azzurro ad aver vinto il Giro d’Italia, non si può dire che il ciclismo italiano sia in salute; ma nemmeno che non produca nulla di buono, guardando al futuro.

Eventi in diocesi

Amore per il Creato e le creature’: incontro a Lizzano

03 Giu 2026

‘Amore per il Creato e le creature’ è il tema della giornata di spiritualità francescana, a cura di Pietre vive e della San Pasquale Baylon di Lizzano che avrà luogo oggi, mercoledì 3 giugno, nella medesima parrocchia, alle ore 20.

Relatore sarà fra Francesco Zecca, presidente di Oikos Mediterraneo-Centro per l’ecologia integrale del Mediterraneo, con gli interventi del parroco della San Pasquale, don Pompilio Pati, del prof. Cosimo Damiano Dimitri e della prof.ssa Veneranda Accettura.

 

Diocesi

Al Cuore Immacolato, incontro dei gruppi dell’Associazione del Rosario

ph G. Leva
03 Giu 2026

Oggi, mercoledì 3 giugno alle ore 16.30, al Cuore Immacolato di Maria a Taranto, l’Associazione del Rosario promuove l’incontro (aperto a tutti) dei gruppi di Taranto con il direttore nazionale, fra Antonio Cocolicchio, di Santa Maria Novella a Firenze.

Questo il programma: ore 16.30, accoglienza, saluto al sacerdote e presentazione dei gruppi; intervento di fra Antonio Cocolicchio;

ore 17.15, rosario perpetuo;

ore 18.30, santa messa presieduta da fra Antonio Cocolicchio;

ore 19.30, saluti.