Diocesi

Sant’Antonio, i festeggiamenti al Borgo

ph G. Leva
08 Giu 2026

di Angelo Diofano

Festeggiamenti in onore di Sant’Antonio da Padova sono in corso nel nuovo tempio a lui intitolato, in via Duca degli Abruzzi, nel quartiere Borgo, dove la devozione si mantiene molto viva.

Martedì 9, alle ore 19.30, suor Palmarita Guida, religiosa vincenziana, presenterà il suo libro ‘Rinascere donna’; la serata, presentata dal parroco don Ciro Santopietro, sarà moderata dalla dott.ssa Elsa Scudella.

Mercoledì 10, alle ore 19, la santa messa sarà presieduta da mons. Angelo Massafra, originario di San Marzano, arcivescovo emerito di Scutari-Pult, diocesi dell’Albania che ha guidato per 26 anni.

Giovedì 11, alle ore 19, presiederà la celebrazione eucaristica mons. Salvatore Ligorio, nato a Grottaglie, arcivescovo emerito di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo,  che ha guidato dal 2015 al 2024; alle ore 21, ‘Cena con delitto’: attività di autofinanziamento organizzata dai giovani della parrocchia.

Nei giorni 10 e 11, dalle ore 20 alle ore 22, torneo amatoriale di calcio a 5 ‘Coppa Sant’Antonio di quartiere’ sui campetti ‘Due Mari’ prospicienti l’ospedale ‘SS.Annunziata’, a cura del Bar Woodstok.

Venerdì 12, avrà luogo il pellegrinaggio vicariale ‘In cammino con Francesco e Antonio’ in occasione del Giubileo francescano con il seguente programma: ore 18, raduno in piazza Garibaldi da dove alle ore 18.30 inizierà il pellegrinaggio per le vie del Borgo; alle ore 20, arrivo nella chiesa di Sant’Antonio  per la veglia in onore del Santo.

Sabato 13, sante messe alle ore 7.30 – 9 – 10 – 11 – 12 con tradizionale benedizione del pane sul sagrato al termine di ogni celebrazione.
Alle ore 17, benedizione dei bambini; alle ore 18, solenne celebrazione eucaristica presieduta dal parroco don Ciro Santopietro; alle ore 19, accompagnata dalla banda musicale ‘Città di Crispiano’ diretta dal m° Francesco Bolognino, processione per via Bruno, ingresso in ospedale, via Crispi, via Oberdan, via Cavallotti, via Dante, via Duca degli Abruzzi e, prima del rientro in chiesa, benedizione sul sagrato con la reliquia del Santo; a seguire, festa popolare animata da Silvia Reale e da Filippo Mesto dj.

Domenica 14, dopo la santa messa delle ore 11, animazione dei gruppi giovanili in via Criscuolo e pranzo comunitario sul sagrato, cui seguiranno attività ludiche fino alle ore 16.

Ecclesia

La domenica del Papa – Gesù cammina con noi

ph Vatican media-Sir
08 Giu 2026

di Fabio Zavattaro

Messa e processione nelle strade di Madrid per la solennità del Corpus Domini. È il secondo giorno della visita di papa Leone in Spagna, e il pontefice celebra davanti a una folla che i media hanno calcolato in oltre un milione di persone; celebra in piazza de Cibeles “con il cuore colmo di gioia” e guida la processione, rito solenne che è nella tradizione e nella storia del popolo spagnolo: “non si tratta di una manifestazione esteriore – ha detto il Papa – di una sopravvivenza folcloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri”.

Il pane che dà la vita eterna, il “tesoro più prezioso” diceva papa Francesco; per Benedetto XVI “la comunione con il corpo di Cristo è farmaco dell’intelligenza e della volontà per ritrovare il gusto della verità e del bene comune”.

In questa domenica nel Vangelo di Giovanni si legge che Gesù, nel discorso pronunciato nella Sinagoga di Cafarnao, dice di essere il “pane vivo disceso dal cielo”. Parole che fanno eco a quanto riportato nell’Antico Testamento, ovvero il pane immagine che esprime saggezza, e che rimanda alla manna piovuta dal cielo che ha alimentato gli ebrei durante la loro peregrinazione nel deserto. Così Gesù è il pane vivo disceso dal cielo: “se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Altro legame, il sangue: la carne dell’agnello pasquale aveva nutrito gli ebrei, la notte della fuga dall’Egitto; il sangue era stato il simbolo della liberazione dalla schiavitù. Ecco che il messaggio di Gesù, il nutrirsi del suo corpo e del suo sangue, diventa legame con la storia della salvezza.

Papa Leone, nell’omelia, ricorda che “Cristo si dona come alimento”, e nella processione ci dice che “non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana”; cammina con il suo popolo, è il “Signore della storia” e nell’ostensorio “si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati”. Di più, quell’ostensorio è invito a farsi portare “fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo”.

Il Corpus Domini con la sua processione non è “un ricordo nostalgico” ma un “invito per l’oggi” per la nostra vita personale e per non “cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia”. Quindi il Papa lascia una consegna alla Spagna: la religiosità che da secoli anima il paese “non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo”.

Una celebrazione che è stata preceduta, la sera di sabato, dall’incontro con i giovani; nella veglia ha ricordato loro che proprio gli anni della missione in Perù, in mezzo a un popolo “segnato da molte difficoltà, ma pieno di speranza”: proprio “l’incontro con le ferite e le gioie del popolo mi ha fatto crescere nel cammino alla sequela di Gesù”. E lascia loro un duplice messaggio: innanzitutto l’importanza del silenzio perché “liberandoci dal frastuono di mille voci, riconosciamo che alcune illudono i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, altre parlano per tornaconto. Nel silenzio capiamo che le ideologie passano, mentre la verità resta”. Verità da cercare sempre, anche nei social.

Quindi l’invito a testimoniare Cristo nel mondo “inclusa la realtà digitale, per comunicare i valori e la bellezza del Vangelo”. Davanti al vuoto dell’indifferenza e del qualunquismo, ha detto il Papa ai giovani, “davanti alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi scintilla di un’umanità nuova”.

Diocesi

L’allocuzione di mons. Miniero per il Corpus Domini 2026

ph G. Leva
07 Giu 2026

Di seguito il testo dell’allocuzione di mons. Ciro Miniero per la solennità del Corpus Domini:

Fratelli e sorelle,

al termine della nostra processione eucaristica adoriamo ancora per qualche istante il mistero della Presenza reale di Cristo fra noi.

Adorare è rivolgere cuore e mente a Colui che ci salva mentre si lascia spezzare e si dona a noi come cibo, ci disarma con un amore ridondante, senza limiti. È amore che ha il potere di sanarci e nutrirci, di frazionarsi per una moltitudine di figli che, in questo pane e in questo vino, realizzano quotidianamente la fraternità.

Tutti noi che siamo popolo di Dio, popolo regale, siamo qui con devozione semplice per riconoscere e tenere lo sguardo fisso a quel pane donato, su quel sangue versato, su Gesù Cristo, autore e perfezionatore della nostra fede (cfr Eb12,2). Innalziamo, fratelli carissimi, davanti a questo grande sacramento, l’inno di ringraziamento.

Con il salmo 138 rendiamo grazie al Signore con tutto il cuore, perché ascolta le parole della nostra bocca e, prostrati, vogliamo cantare davanti agli angeli verso il suo tempio santo, per la sua misericordia, per la sua promessa di rimanere sempre con noi (Cfr Mt 28,20), perché se anche camminiamo in mezzo alla sventura, egli ci ridona vita e mai abbandonerà il suo popolo.

«L’Eucaristia è il tesoro della Chiesa, il tesoro dei tesori», ci dice papa Leone XIV. Da qui dobbiamo sempre ripartire per sostenerci e compiere la missione della Chiesa. Mai bisogna dimenticare che, mentre assimiliamo il Signore, egli ci assimila a sé e insegna anche a noi che il vero amore è donarsi. Per questo dobbiamo pregare: nostro Signore e nostro Dio insegna alla Chiesa di Taranto a donarsi per la salvezza di tutti i fratelli e le sorelle.

Abbiamo bisogno di realizzare tutti insieme la rivoluzione che passa dal gesto del pane spezzato e condiviso. Vogliamo rimettere Dio al centro di tutto perché la vera umanità guadagni il suo centro.  In un mondo sempre più disorientato da violenze e falsità, i cristiani, come ai primordi, abbiano il coraggio di sgominare le arene e il chiasso dei circhi del nostro tempo offrendo l’altra guancianell’Eucarestia, perché il nostro annuncio sia efficace in una città che tutti vogliamoedificare.

Nell’enciclica Magnifica Humanitas,promulgata da qualche giorno, il Santo Padre fa riferimento alla ricostruzione di Gerusalemme citando la vicenda biblica di Neemia: «Neemia non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. Un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore» (Magnifica Humanitas 8).

Oggi Dio è al centro della nostra adorazione per incoraggiare ciascuno di noi a costruire il suo pezzo di città secondo l’immagine della civiltà dell’amore. In questo momento, penso soprattutto ai giovani. Siamo ancora sconvolti per quello che è successo a piazza Fontana lo scorso 9 maggio. Nella giostra dei giudizi, delle indignazioni, nella fiera delle opinioni e delle analisi sociali, che molto spesso aggiungono solo scoraggiamento e ulteriore e scomposta crudeltà, dobbiamo comprendere quale sia la nostra missione.

Guardando al Corpo di Cristo donato, bisogna riaffermare il valore della vita di ogni uomo e di ogni donna senza nessun tipo di distinzione. Questo principio dobbiamo professarlo, insegnarlo e testimoniarlo.

I fenomeni di violenza giovanile inaudita in ogni dove, senza distinzione geografica né di classe sociale, sono sintomo di una società evidentemente malata, che porta il marchio di una deficienza educativa che non basta solo denunciare.

Per questo chiedo alle comunità parrocchiali, che ringrazio a partire dai vostri sacerdoti al termine di un altro anno pastorale, di non abdicare al ruolo educativo e formativo verso le nuove generazioni, di non accontentarsi, ma di ritornare con passione e generosità a creare spazi di incontro, a ricercare, senza scoraggiarsi, occasioni di dialogo creativo e autentico.

Non ci sono giovani apatici di fronte alla loro ricerca di futuro e di felicità; ma non sempre gli adulti sono capaci di trasmettere un sistema valoriale. I valori non si proclamano, si scelgono, si praticano giorno per giorno. Non dobbiamo ricercare chissà quale strategia o bizzarria educativa: penso alla ricchezza formativa dei percorsi dell’iniziazione cristiana, sempre più sacrificati da abitudini mondane e di mera apparenza.

A questo proposito vorrei richiamare il valore del sacramento della confessione, così spesso bistrattata. Con essa, ad esempio, educhiamo a riconoscere il bene e il male, educhiamo all’assunzione delle proprie responsabilità, a formulare propositi di non commettere più gli stessi errori e soprattutto a conoscere, illuminati da Dio, cosa ci sia nella propria coscienza. Dobbiamo garantire spazi di umanità e protezione, specie ai più piccoli e fragili, non solo occasioni di svago, ma ambienti di crescita umana e spirituale.

Quanto bene è possibile seminare in esperienze come i campi scuola, il Grest, la vita nell’Acr e nello lo scoutismo. È vero, le comunità parrocchiali subiscono un po’ di affanno in questi anni, ma dobbiamo fidarci di Gesù eucarestia che ci ripete: «date voi stessi da mangiare» (Mt 14,16) così che il Signore moltiplichi i nostri sforzi e il pane della vita ci sarà per tutti e ne avanzerà.

Signore Gesù,
vivo e presente in mezzo a noi,

guarda al tuo popolo che a te rivolge lo sguardo

per essere da te nutrito, sostenuto e trasfigurato,

dona pace e salvezza al mondo intero.

Custodiscici e donaci coraggio.

Confidiamo in te perché ci ami

e da qui ci insegni ad amare

e ad illuminare il mondo.

Sia Lodato e ringraziato ogni momento

Il Santissimo e divinissimo sacramento

Diocesi

L’omelia dell’arcivescovo Ciro Miniero per la solennità del Corpus Domini

ph G. Leva
07 Giu 2026

Riportiamo il testo dell’omelia pronunciata dall’arcivescovo, mons. Ciro Miniero, per la solennità del Corpus Domini:

Cari fratelli e sorelle,

la solennità del Corpo e del Sangue del Signore è caratterizzata dalla processione col SS. Sacramento.

La Chiesa, per capire e vivere bene questo gesto, ripensa alla luce della parola di Dio il cammino di Israele attraverso il deserto. Israele trova nella desolazione del deserto la strada che lo porta alla terra promessa, perché è il Signore stesso che lo guida. Può vivere per quarant’anni anche nella terra che non può produrre alcun nutrimento, perché capisca “che l’uomo non vive solo di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca di Dio”.

Abbiamo però sentito, cari amici, come il Signore dice al suo popolo: “ricordati di tutto il cammino”; “non dimenticare il Signore tuo Dio”. Perché questa insistenza contro la dimenticanza? Perché quanto ha vissuto Israele fa emergere ciò che di più profondo vi è in ogni storia umana. Non è forse tutto il nostro vivere la ricerca di una terra promessa, di una “città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso?” [Eb 11, 10]. Ma questo viaggio può trovare il suo orientamento, evita il rischio di trasformarsi in un estenuante vagabondaggio, solo se il Signore cammina con noi.

Quando fra poco processionalmente percorreremo le strade della nostra città, non dimentichiamo quanto il Signore ci ha detto nella prima lettura.

La Chiesa ha istituito questa solennità come un grande inno di gratitudine perché in Gesù, Dio non ha guidato il cammino del suo popolo solamente colla luce della sua Parola, ma si è fatto carne; è divenuto uomo fra gli uomini ed è rimasto con loro al punto che egli si pone nelle nostre mani e nel nostro cuore nel mistero del pane trasformato.

Nessuno ha espresso meglio di Tommaso d’Aquino la gioia della Chiesa: “impegna tutto il tuo fervore; egli supera ogni lode; non vi è canto che sia degno”.

In un momento drammaticodel loro cammino nel deserto, i figli di Israele mormoravano contro il Signore, dicendo: “il Signore è in mezzo a noi sì o no?” [cfr. Es 17, 3-7]. Forse, se non vigiliamo, anche noi siamo esposti a questa tentazione: “ma Gesù, Dio fattosi uomo è veramente presente fra noi; il pane ed il vino consacrati sono veramente il suo Corpo e il suo Sangue?”.

Abbiamo ascoltato le parole di Gesù nel Vangelo. “Il pane che io darò è la mia carne per la vita eterna”. E cominciò subito il mormorio, la protesta, lo scandalo di chi ascoltava:”come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù avrebbe potuto subito zittirli: “ma cosa avete capito? Guardate che intendevo solo lasciare come immagine che la mia carne è il vero pane di vita”. Non solo Gesù non dice questo, ma rafforza le sue parole: “se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

La fede nel Dio fatto uomoinclude la fede in Dio corporeo; e questa fede diventa realmente vera, piena, solo se essa non si limita ad essere un atto puramente spirituale, ma diventa un avvenimento sacramentale, in cui il Signore corporeo afferra la nostra persona che è anche corpo. La presenza reale di Gesù è una presenza che esercita su ciascuno di noi come una forza gravitazionale, una potenza di attrazione che vuole afferrarci ed unirci a Sé.

 Cari fratelli e sorelle, poiché il Signore è realmente presente nell’Eucarestia, questa presenza ha sempre implicato l’adorazione.

Cari amici, mi chiedo ad alta voce: siamo ancora capaci di adorare? Quando siamo alla Presenza del Signore nell’Eucarestia, quando lo riceviamo nella Comunione non avviene un incontro fra uguali. Nella sua fede profonda,Sant’Agostino pregava: “tu, Signore, chiamami amico; ma io mi considererò tuo servo, sempre”.

Proviamo a pensare come trattiamo l’Eucaristia quando entriamo in chiesa: salutiamo sempre Gesù presente nel tabernacolo?, dopo aver ricevuta la comunione ci fermiamo in adorazione ponendoci in un profondo raccoglimento?

In una sua predica, Sant’Agostino dice ai suoi fedeli: nessuno può comunicarsi senza prima aver adorato. Teodoro di Mopsuestia, suo contemporaneo, che esercitava il suo ministero in Siria, riferisce che ogni fedele prima di comunicarsi pronunciava una parola di adorazione. I monaci benedettini di Cluny prima di comunicarsi si toglievano le calzature.

La solennità del CorpusDomini richiama questa esigenza di nutrire un vero spirito di adorazione. Ancora una volta, nessuno meglio di S. Tommaso ha espresso questa esigenza: “Ti adoro devotamente, o Dio nascosto, che sotto queste apparenze ti nascondi veramente; Solo in Te il mio cuore si abbandona, perché contemplando Te, tutto è vano“.

Carissimi, questa solennità ci fa capire che nella vita non siamo soli; ci sostiene nel bene il Signore in persona.

‘L’eresia di Francesco’: il libro di don Cosimo Schena alla San Francesco di Paola

05 Giu 2026

‘L’eresia di Francesco: storia di un santo che divenne uomo fino in fondo’ è il titolo del libro di don Cosimo Schena che sarà presentato sabato 6 giugno alle ore 20 nella chiesa di San Francesco di Paola, a Taranto. Dialogherà con l’autore il parroco e correttore della comunità dei frati minimi, padre Francesco Cassano. Quest’ultimo, durante la serata, curerà gli interventi musicali, accompagnato dal chitarrista Alessandro Guido.

 

Ecclesia

Corpus Domini: il Dio che rimane

05 Giu 2026

di Luana Comma

Vi sono parole del Vangelo che, ancora oggi, conservano tutta la loro forza originaria. Tra queste vi sono certamente quelle pronunciate da Gesù nella sinagoga di Cafarnao: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo» (Gv 6,51). Non si tratta di una semplice metafora spirituale né di un linguaggio simbolico destinato a evocare una presenza soltanto morale. Cristo annuncia qualcosa di infinitamente più audace: il Dio eterno sceglie di rimanere nella storia attraverso il segno umile del pane e del vino.

La solennità del Corpus Domini nasce precisamente da questo stupore. La Chiesa contempla il mistero dell’Eucaristia non soltanto come memoria dell’ultima Cena, ma come permanenza sacramentale del Risorto in mezzo al suo popolo. Se nell’Incarnazione il Verbo ha assunto la nostra carne, nell’Eucaristia egli continua a consegnarsi agli uomini di ogni tempo affinché possano partecipare alla sua stessa vita.

La liturgia della Parola illumina questa verità partendo dall’esperienza d’Israele nel deserto. Il libro del Deuteronomio ricorda la manna, il pane donato da Dio per sostenere il cammino del popolo. Tuttavia quel nutrimento, pur provenendo dal cielo, non poteva sottrarre l’uomo alla morte. Era un segno, una figura, una promessa. Come spesso accade nella storia della salvezza, il dono antico rinviava a una realtà più grande che sarebbe stata manifestata nella pienezza dei tempi.

Gesù stesso stabilisce questo passaggio quando afferma: «I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti» (Gv 6,49). Il pane che egli offre è diverso, perché non alimenta soltanto l’esistenza biologica, ma comunica la vita stessa di Dio. Nell’Eucaristia il credente non riceve semplicemente una grazia o un beneficio spirituale: riceve Cristo stesso, morto e risorto.

Per questo la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto nell’Eucaristia il cuore pulsante della vita ecclesiale. La Chiesa non vive anzitutto delle proprie strutture, delle sue opere o delle sue strategie pastorali. Essa vive del Corpo del Signore. Come scrive san Paolo, «poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Cor 10,17). L’Eucaristia non è soltanto il sacramento della presenza di Cristo; è anche il sacramento che genera la comunione dei credenti.

Sant’Agostino esprime questa verità con particolare profondità quando afferma che i fedeli ricevono sull’altare ciò che essi stessi sono chiamati a diventare. Il Corpo di Cristo presente nell’Eucaristia edifica il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Non si tratta dunque di un gesto individuale e intimistico, ma di un evento che trasforma una moltitudine dispersa in un popolo convocato dall’amore di Dio.

In questa prospettiva appare anche il significato dell’adorazione eucaristica. Adorare il Santissimo Sacramento non significa fermarsi a una devozione separata dalla celebrazione liturgica. Significa prolungare nel silenzio ciò che si è ricevuto nel sacramento, lasciandosi abitare dalla presenza del Signore. L’Eucaristia educa infatti il credente a riconoscere che Dio non è un’idea da comprendere né una forza impersonale da invocare, ma una presenza reale che si dona e chiede di essere accolta.

L’adorazione conduce così alla contemplazione del mistero dell’umiltà divina. Colui che sostiene l’universo sceglie di nascondersi sotto le specie fragili del pane e del vino. Il Creatore si consegna alla libertà delle sue creature. Colui che è infinitamente grande si rende infinitamente vicino. L’Eucaristia è il luogo nel quale la potenza di Dio assume la forma dell’amore che si offre.

Da questo mistero nasce anche una precisa responsabilità ecclesiale. Non è possibile accostarsi al Corpo di Cristo senza imparare a riconoscere Cristo nel fratello. La comunione sacramentale domanda di diventare comunione vissuta. Ogni celebrazione eucaristica rimane incompleta se non genera carità, riconciliazione, attenzione ai poveri, capacità di perdono e cura delle relazioni.

In un tempo segnato dalla difficoltà di costruire legami duraturi, il Corpus Domini ricorda alla Chiesa che la vera unità non nasce dall’omologazione, ma dalla comune partecipazione all’unico Pane. È l’Eucaristia che rende possibile una fraternità altrimenti irraggiungibile, perché la sua origine non si trova negli sforzi umani ma nel dono preveniente della grazia.

Forse è proprio questa la domanda che la solennità del Corpus Domini consegna oggi a ciascuno di noi. Crediamo davvero che Cristo continui a rimanere in mezzo al suo popolo? Riconosciamo nell’Eucaristia il centro della nostra vita spirituale oppure la consideriamo una semplice consuetudine religiosa? E ancora: il Pane che riceviamo sull’altare sta trasformando il nostro modo di guardare gli altri, di amare, di perdonare e di vivere la comunione ecclesiale?

Davanti all’Eucaristia la Chiesa non possiede risposte da inventare, ma un mistero da accogliere. Lo stesso mistero che, da duemila anni, continua a risuonare nel cuore della fede cristiana: il Signore non ha voluto lasciare soli i suoi discepoli, ma ha scelto di rimanere con loro, fino alla fine dei tempi, nel sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.

Per questo la Chiesa continua a ripetere, di generazione in generazione, le parole pronunciate dal sacerdote durante ogni celebrazione: «Beati gli invitati alla cena del Signore». In quell’invito risuona la vocazione più profonda dell’uomo: lasciarsi nutrire da Cristo per vivere della sua stessa vita e camminare verso la pienezza della comunione con Dio.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

Tracce

Vincoli che sfumano sempre più

ph Avvenire
05 Giu 2026

di Emanuele Carrieri

È una parola, anzi è un concetto che sopravvive a tutto e a tutti. È la parola superpotenza, che negli ultimi tempi ha subito notevoli mutamenti nel significato a causa delle politiche estere, interne, economiche e militari attuate da Trump. Mutamenti il cui peso si è percepito nel discorso, al forum economico mondiale del 2026, del primo ministro canadese Mark Carney, che ha dichiarato che l’ordine mondiale è stato rotto. Perché la verità è che il concetto non è mai scomparso. Il mondo viene ancora una volta plasmato meno dalle regole internazionali che dalla condotta disordinata e inaffidabile di potenze sovradimensionate, convinte della propria importanza, del proprio ruolo e perfino del proprio diritto di fare qualsiasi cosa. Il problema non è soltanto la rivalità fra gli stati. È, soprattutto, la sempre più crescente incompetenza dei leader di diversi stati, abbastanza grandi, tanto da destabilizzare anche gli altri stati. L’America con Trump ha trasformato la imprevedibilità in dottrina: gli alleati vengono trattati come subordinati, le intese e gli accordi sono considerati scritti su salviette usa e getta, i dazi come vera e propria filosofia strategica. Gli Stati Uniti possiedono ancora una capacità militare senza eguali, una forte supremazia tecnologica ma, soprattutto, il privilegio spropositato del dollaro. Ciò nonostante, la loro capacità di considerazione strategica si è assolutamente ridotta. Quella che un tempo era potenza leader mondiale si comporta, sempre più, come un attivista o come un azionista, come un bimbo offeso, che conduce la propria politica estera attraverso impulsi, slogan e teatralità online. La Russia, nel frattempo, mantiene i riflessi dell’impero zarista ma senza le basi economiche al fine di sostenerlo. Putin ha trasformato il declino in una nostalgia militarizzata: l’occupazione dell’Ucraina avrebbe dovuto riconsegnare a Mosca lo status di attore globale decisivo. Al contrario, ha messo in piena luce tutta la fragilità strutturale di una potenza nucleare la cui importanza oggi si basa fortemente su interruzioni, leve energetiche e coercizioni. La storia offre vari esempi: poteri indeboliti continuano a essere poteri pericolosi. La Cina di rado scambia rumore con strategia: eppure la sua ascesa crea sicuramente ansie. Una economia in fase di rallentamento, una contrazione demografica e una crescente sfiducia all’estero complicano le ambizioni di Xi Jinping. Il dragone cinese proietta forza, ma teme anche accerchiamenti e stagnazione interna. La sua crescente presenza in Africa, America latina e in alcune parti dell’Asia non è solo commerciale. È un autentico posizionamento geopolitico ma su una scala diversa, sulla scala della espansione della civiltà e della cultura millenaria che ha nel suo dna. L’Africa sta diventando centrale nella nuova competizione geopolitica: il continente contiene riserve di minerali strategici essenziali per la transizione verde, dal cobalto alle terre rare. La Cina lo capiva già anni fa; la Russia lo comprendeva tanto da sfruttare la instabilità per mezzo di mercenari e accordi di sicurezza mentre l’Europa e l’America oscillano ancora fra il menefreghismo e il paternalismo. Ma l’ordine emergente non è modellato solo dalle superpotenze. C’è un secondo livello, piuttosto affollato, che turba sempre più il quadro. L’India cerca autonomia strategica mentre si bilancia più o meno verso la Cina, il Pakistan rimane volatile e dotato di armi nucleari, l’Arabia Saudita si comporta sempre più come potenza regionale, l’Iran sopravvive grazie alla resilienza e al nazionalismo nonostante le sanzioni e le alterne previsioni di collasso, la Corea del Nord, grottesca e pericolosa, ha imparato che le armi nucleari acquisiscono rilevanza, l’Iraq ha ancora le ferite degli esperimenti fra grandi potenze. Potrebbe rivelarsi uno degli attori decisivi del futuro il Giappone, che da anni appare strategicamente assopito sotto l’ombrello protettivo della sicurezza americana. Eppure una ritirata statunitense dall’Asia costringerebbe Tokyo a opzioni mai sentite e mai viste dall’epilogo della seconda guerra mondiale. Il Giappone è una superpotenza economica con una straordinaria capacità industriale e tecnologica: una sua maggiore autonomia trasformerebbe interamente gli equilibri del continente asiatico. L’Europa resta la grande incompiuta: enorme ma frammentata, l’Ue parla il linguaggio dei diritti e delle norme in un mondo ogni giorno più plasmato dalla rozzezza della forza, le divisioni interne, le ansie demografiche e le decisioni scomode la rendono sempre più vulnerabile, proprio quando la coerenza conta di più. Eppure l’Europa ha ancora una influenza latente se sceglie l’integrazione piuttosto che la paralisi. Il sistema internazionale emergente non è quindi né bipolare né propriamente multipolare. È qualcosa di più caotico: è un mondo di giganti vacillanti, di potenze regionali arrabbiate e prepotenti e di istituzioni indebolite. La architettura del dopoguerra – costruita dopo il 1945 e modificata dopo il 1991 – esiste ancora sulla carta, ma gran parte della sua autorità morale si è persa. Il pericolo non è soltanto il conflitto: è l’analfabetismo, l’incompetenza, il dilettantismo, ai vertici del sistema. Gran parte delle superpotenze del ventesimo secolo talvolta non erano veri e propri esempi di democrazia, ma molte erano amministrate da élite formate dalla storia, dalla diplomazia e dalla guerra. Le classi di leadership odierne confondono sempre più lo sconvolgimento radicale degli equilibri con l’arte di governare. Usano attrezzature e strumenti tecnologici e militari, imponenti e incommensurabili, esibendo e ostentando una disciplina intellettuale in decrescita. Questa potrebbe diventare l’instabilità del futuro: la permanenza di una politica inaridita, in preda a un disagio di rappresentanza, che parla un linguaggio vuoto, prigioniera della tecnocrazia e del peggiore immobilismo, corrosa dalla mancanza di valori e di una visione condivisa, ma, principalmente, senza adulti nella stanza a contenere le tendenze selvagge di una banda di piccoli teppisti.

Sport

La scomparsa della Prisma: una pagina dolorosa

foto G. Leva
05 Giu 2026

di Paolo Arrivo

 

 

La serie A2 le stava stretta. Adesso non c’è più nemmeno quella, né una categoria inferiore: la Prisma Volley ha rinunciato all’iscrizione in un campionato nazionale di pallavolo. A quattro giorni dall’annuncio, dato con un comunicato lunedì scorso, non si arresta l’ondata di incredulità e di indignazione in seno alla comunità ionica. La rinuncia legata alla questione impiantistica: alla mancanza di garanzie sull’utilizzo del PalaMazzola, condizione imprescindibile per formalizzare la domanda di iscrizione. Così la città che sta per ospitare i Giochi del Mediterraneo 2026 ha perso quella che negli ultimi anni è stata la massima espressione dello sport ionico. Un patrimonio collettivo. Che andava tutelato al meglio, difeso con le unghie e con i denti, per fare realmente dello sport un volano di sviluppo del territorio.

I comunicati

“Nelle ultime ore, su alcune testate giornalistiche, è stata riportata una notizia secondo la quale la Prisma Volley avrebbe dei, non chiari, problemi economici e/o di bilancio, ragion per cui starebbe incontrando difficoltà per il prosieguo della propria attività. Ebbene, oltre a rimanere davvero sorpresi dal contenuto, integralmente infondato, ed altamente lesivo dell’immagine della nostra società, preme smentire categoricamente che Prisma Volley abbia problemi economici e / o di bilancio”. È il primo comunicato diramato agli organi di stampa nella mattinata di domenica ventiquattro maggio. Nello stesso si chiariva inoltre: “La società sta esclusivamente valutando se ci potranno essere le condizioni, in primis strutturali, per continuare la propria attività nel volley”.

Il comunicato aveva il tono della minaccia. Ma non lasciava presagire quanto, a stretto giro, si è verificato poi. A “rimanere davvero sorpresi” sono stati i tifosi. Gli stessi che hanno sostenuto la squadra al Palafiom nella scorsa stagione, e si interrogano sul motivo per il quale lo stesso impianto sportivo, idoneo alla serie A2, non possa continuare a rappresentare una soluzione tampone. La questione è complessa. E non si può ricercare un colpevole unico. Come quando una squadra perde sul campo di gioco. Di certo, la grande vittima è la stessa tifoseria, ferita più volte dopo la retrocessione dalla Superlega.

Prisma, la fine dei giochi

“Il ritardo registrato nella individuazione da parte degli Enti competenti delle tempistiche e delle modalità attraverso le quali poter mettere a disposizione della Prisma Volley il palazzetto dello sport Palamazzola al termine del Giochi del Mediterraneo – tempistiche e modalità non ancora note – non ha consentito alla nostra società sportiva di programmare la partecipazione al Campionato di volley maschile serie A2 2026/2027 nei tempi e nei contenuti tecnici ed organizzativi idonei e consoni all’importanza del predetto campionato ed alle aspettative societarie e degli appassionati di volley del nostro territorio”.

La replica non si è fatta attendere. Il consigliere comunale Gianni Azzaro, ad esempio, sui social, definiva la notizia della rinuncia della Prisma Taranto Volley “un colpo che non possiamo e non dobbiamo accettare passivamente”. Lo stesso auspicava un confronto tra l’amministrazione comunale e la società nella ricerca di una soluzione.

La Prisma, con una nota di chiarimento, ha sottolineato che le interlocuzioni ci sono state, ma del tutto insoddisfacenti: già al 30 aprile scorso il Direttore Generale del Comune di Taranto Marco Lesto era stato sollecitato sul rilascio del modulo per l’iscrizione, nel quale concedere la disponibilità del campo di gioco (individuato appunto nel PalaMazzola). Negativa la risposta. Nessuna garanzia è stata offerta, poi. Mentre i tempi corrono, le scadenze fissate dalla Federazione Italiana Pallavolo. Quindi, game over. E ora non resta che sperare in nuovi attori, realtà nuove, che possano affacciarsi nel panorama pallavolistico ionico, per riportare nella città dei due mari il grande volley.

Eventi in diocesi

Raccolta alimentare della confraternita di Sant’Egidio

ph ND
05 Giu 2026

Sabato 6 giugno la confraternita di Sant’Egidio dell’omonima parrocchia a Tramontone sarà impegnata per la terza raccolta alimentare del primo semestre del 2026 intitolata ‘La Bisaccia di Sant’Egidio’. L’appuntamento è al supermercato Lidl in via Mediterraneo dalle ore 8 alle ore 16. Si raccoglieranno generi alimentari non deteriorabili e prodotti per l’infanzia (pannolini, omogeneizzati e materiale scolastico).

La raccolta sarà in onore di Sant’Egidio, di cui in questi giorni è stato festeggiato il 30° anniversario di canonizzazione, ricordando le parole di papa Francesco: “La pace si fa con il cuore e la mano tesa”.

L’iniziativa autorizzata dalla Lidl regionale, sostenuta dal parroco mons. Carmine Agresta e da tutti i sacerdoti della parrocchia, per contribuire, è aperta a chiunque voglia impegnarsi anche per un’ora, non necessariamente per tutta la giornata.

 

 

Eventi in diocesi

Alla Regina Mundi: presentazione di un libro su don Tonino Bello

L’incontro con l’autore, mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca e profondo conoscitore di don Tonino

05 Giu 2026

di Angelo Diofano

Sabato 6 giugno, la comunità parrocchiale della Regina Mundi, a Martina Franca, incontrerà mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca e profondo conoscitore di don Tonino Bello.

L’evento è a cura dell’Azione Cattolica parrocchiale, in collaborazione con la parrocchia e l’Anspi San Michele, e si terrà in sala Antonella, alle ore 18.30.

Mons. Angiuli  presenterà il libro ‘La Vita, Amore folle per Dio e per l’uomo, che mette in luce la dimensione mistica e passionale della fede di don Tonino.
I saluti saranno porti dal presidente di Azione cattolica parrocchiale, Silvestro Laneve, con le conclusioni del parroco, don Martino Mastrovito.

 

Lavoro

Ilva: due incidenti a due operai aggravano tensione e dubbi sul futuro

05 Giu 2026

di Silvano Trevisani

Clima sempre più incerto e pesante per l’ex-Ilva. Utilizzando un banale luogo comune si potrebbe dire che piove sul bagnato, facendo riferimento a due nuovi infortuni accaduti nello stabilimento siderurgico che sembra sempre più abbandonato al suo destino. È quello che hanno protestato, indirizzandosi al presidente della Regione, Decaro, i sindacati metalmeccanici, che invocano un intervento politico che smuova le acque su un’azienda che anche il governo, senza idee e senza soldi, sembra aver abbandonato a se stessa. Costringendo, tra l’altro, le aziende dell’appalto, ormai prive di lavoro, a mettere in cassa i propri dipendenti con prospettive tutt’altro che rosee. Come è accaduto per i 54 lavoratori della Peyrani e i 35 della Ecomipa.

Ma iniziamo con i due incidenti che in cui sono rimasti feriti due operai di altrettante ditte dell’appalto in due diversi reparti dello stabilimento, quasi a testimoniare un generalizzato calo di attenzione che coinvolge un po’ tutti. Il primo dei due incidenti, apparentemente meno grave, è accaduto all’Afo4 dove un lavoratore di una ditta dell’appalto ha riportato un trauma di schiacciamento alla mano sinistra. Il secondo è avvenuto al reparto Omu Agglomerato, dove il mezzo dotato di cassone ribaltabile, di un’altra ditta, la Rib, si è ribaltato durante le attività di scarico del materiale. Un operaio – secondo le informazioni fornite dai sindacati di categoria – ha battuto la testa e, dopo un primo esame, è stato accompagnato in ospedale per la cura del caso.

Con una lettera al direttore dello stabilimento, i sindacati hanno chiesto un incontro per analizzare quanto è accaduto, approfondire eventuali criticità emerse e valutare le eventuali azioni preventive per evitare il ripetersi di eventi simili. “Riteniamo necessario – scrivono Fim Fiom e Usb – mantenere alta l’attenzione sulle attività operative, sulle condizioni di sicurezza dei mezzi e sulle procedure adottate”.

“Si rischia una bomba sociale” è il messaggio che, intanto, le segreteria di Fim Fim Uilm e Usb hanno lanciato al presidente della Regione, Antonio Decaro, invitando attraverso lui la Regione a riprendere un confronto con il governo che da un po’ di tempo ha interrotto l’interlocuzione. Anche questa stasi dei rapporti sembra un segnale chiaramente negativo, che rischia di avviare la storia dell’Ilva su una strada senza ritorno. E a Decaro i sindacati rappresentano la situazione delle due aziende dell’appalto che hanno avviato le procedure di cassa e che tra l’altro si occupano proprio di manutenzioni, mentre a fine mese scade il trattamento di cassa per un centinaio di lavoratori della Semat Engeneering. Molti sono gli interrogativi avanzati dai sindacati su vari impianti che dovrebbero entrare in funzione ma sui quali pendono interrogativi.

“L’attuazione situazione rischia di trasformarsi in  una bomba sociale senza precedenti con numeri elevatissimi di lavoratori e famiglie pugliesi che rischiano seriamente di sprofondare in un futuro sempre più incerto”, sostengono i sindacati che chiedono l’apertura di un tavolo interistituzionale.

Migranti, rimpatri e ‘fortezza Europa’: giro di vite sui diritti umani

Centri migranti in Albania (ph Ansa-Sir)
04 Giu 2026

Le istituzioni europee – Consiglio, Commissione e Parlamento – hanno fatto un altro passo avanti sulla strada della restrizione dei diritti umani e del varo di norme speciali per i migranti. L’oggetto è il nuovo regolamento che consente l’espulsione degli immigrati irregolari non verso il Paese di origine, o verso un Paese con cui abbiano legami significativi, ma verso Paesi terzi non meglio definiti, con cui i governi dell’Ue abbiano sottoscritto appositi accordi per l’istituzione di “hub di rimpatrio”. Comprese le famiglie con figli minorenni.

ph Fb – Maurizio Ambrosini

Abolita la sospensione del provvedimento in caso di appello: non sarà più automatica, ma decisa dai giudici caso per caso. Allungata a due anni e mezzo la possibilità di trattenimento dei migranti, che può essere estesa a tempo indefinito, senza processo, in caso di persone ritenute pericolose per la sicurezza. Introdotta la possibilità di irruzioni e perquisizioni in abitazioni private e sedi che accolgono immigrati irregolari: comprese, si paventa, le sedi di ong, associazioni, ambulatori, centri religiosi. Una prospettiva che richiama i raid dell’Ice negli Stati Uniti.
Mancano ancora alcuni passaggi, come l’approvazione formale del Parlamento europeo e gli adempimenti tecnici per uniformare le normative dei Paesi membri, ma tra dodici mesi il regolamento dovrebbe diventare operativo.
Come ha dichiarato un eurodeputato conservatore svedese, anche nell’Ue “è iniziato il tempo delle deportazioni”.

La causa occasionale di questa sterzata è la constatazione che nell’Unione europea soltanto il 29% degli ordini di allontanamento sono effettivamente eseguiti, e verso i Paesi non europei il tasso scende ancora. L’Italia è ancora meno efficiente: 21,9%, in valore assoluto 5.414 casi, e per circa la metà verso un solo Paese, la Tunisia.
Il nuovo regolamento mira ad aggirare gli ostacoli frapposti dai problemi d’identificazione dei malcapitati e di raggiungimento di accordi efficaci con i Paesi di origine. Probabilmente punta a produrre in questo modo un effetto deterrente sui potenziali migranti.
Nel retroscena, però, traspare l’obiettivo sostanziale: recuperare consensi tra gli elettori spaventati dall’immigrazione, soprattutto quella definita “incontrollata”, ossia quella dei richiedenti asilo, che hanno poche possibilità di ottenere passaporti, visti e regolari titoli di viaggio per cercare rifugio all’estero. Quindi arrivano come e quando possono. Il dato politico più significativo è la saldatura su questa linea tra conservatori moderati ed estrema destra. Con un corollario innegabile: la destra radicale ha ragione quando rivendica di aver trascinato sulle sue posizioni i centristi, che fino a tempi recenti ne disdegnavano proposte e visioni retrostanti. Non è vero, invece, nonostante il pigro conformismo di gran parte del sistema mediatico, che il nuovo regolamento legittimi il modello Albania del governo italiano.
Va nella stessa direzione, quella della restrizione dei diritti umani dei migranti, ma ha un significato diverso: i centri in Albania dovevano servire inizialmente per trattenere chi, salvato in mare, voleva entrare in Italia, poi sono stati trasformati in centri detentivi aggiuntivi per i migranti imprigionati per essere identificati ed espulsi. Gli hub di rimpatrio sono invece la destinazione per i migranti non autorizzati, intercettati e condannati all’allontanamento. Disciplinano la rimozione, non l’ingresso o il trattenimento.
Fatta questa precisazione, restano almeno tre problemi di fondo. Il primo è che gli stessi governi dell’Ue ammettono di aver bisogno di lavoratori di vario livello. Alimentando la narrativa dell’immigrazione come minaccia, si rinuncia a utilizzare persone che sono già qui, hanno probabilmente imparato almeno i rudimenti della lingua, spesso già lavorano, anche regolarmente (i richiedenti asilo dopo due mesi dalla domanda possono farlo). Più ampiamente, si spande diffidenza e pregiudizio che colpiscono anche i lavoratori, quando per esempio cercano casa e occasioni di socialità.
In secondo luogo, non è affatto detto che inseguire l’estrema destra sul suo terreno, adottando le sue soluzioni, sia elettoralmente produttivo. Più volte gli elettori hanno già dimostrato di preferire l’originale alle fotocopie, gli inventori agli imitatori.
In terzo luogo, subentra il problema che il progetto FAiR (H2020) ha definito “la trappola delle promesse irrealizzabili”. Non è affatto detto che le nuove misure raggiungano i risultati ventilati all’opinione pubblica, che il volume dei nuovi ingressi diminuisca, che l’immigrazione irregolare si riduca. Anche perché la magistratura potrà continuare a contrastare le più evidenti violazioni dei diritti umani. Gli elettori frustrati potrebbero allontanarsi ancora di più dalle istituzioni pubbliche, perdere fiducia verso l’Ue, appoggiare misure ancora più radicali.
A furia di promesse non realizzate, la strada della compressione dei diritti potrebbe avvitarsi in una spirale sempre più nefasta.

 

(*) docente di Sociologia delle migrazioni, Università di Milano