L’udienza generale di papa Leone XIV di mercoledì 8 aprile




La minaccia di Trump “è inaccettabile”: lo ha detto il papa Leone, all’uscita dalle ville pontificie di Castel Gandolfo per far rientro in Vaticano. “Vorrei fare una beve dichiarazione, vorrei ripetere ciò che ho già detto, specialmente la Domenica di Pasqua, nel messaggio Urbi et orbi, chiedendo la pace”, ha esordito Leone XIV fermandosi con alcuni giornalisti. “Oggi, come tutti sappiamo, c’è stata questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran”, il riferimento all’ultimatum lanciato dal presidente americano Trump. “Questo veramente non è accettabile”, ha affermato il Papa: “Qui ci sono certamente questioni di diritto internazionale, ma c’è molto di più: c’è una questione morale per il bene del popolo”. “Vorrei invitare tutti – l’appello del pontefice – a pensare, nel cuore, a tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani totalmente innocenti che sarebbero anche loro vittime di questa escalation, di questa guerra che è cominciata. Già dai primi giorni dicevamo: torniamo al dialogo, alle negoziazioni, cerchiamo come risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui”. “Bisogna pregare tanto”, ha concluso il Papa: “Vorrei invitare tutti a pregare, ma anche a cercare come comunicare, forse con i congressisti, con le autorità, per dire dire che noi vogliamo la pace. Siamo un popolo che ama la pace, e c’è tanto bisogno di pace”.


La giovanissima atleta ha conquistato il secondo posto


Sulla facciata di San Michele, durante la Via Crucis, sono stati proiettati sulla facciata bianca della chiesa i nomi dei bambini morti nella Striscia


“Un forte appello a tutte le istituzioni, a livello nazionale ed europeo, perché riprendano con più impegno le operazioni di soccorso in mare, per salvare la vita di chi è in pericolo”. A lanciarlo è la Comunità di Sant’Egidio che in un comunicato diffuso ieri esprime il suo “profondo” cordoglio ai familiari delle vittime del naufragio di una barca nel Mediterraneo, avvenuto nella notte di Pasqua, ma di cui si è avuta notizia solo sabato scorso a seguito del salvataggio di alcuni sopravvissuti. “Di fronte alla morte di oltre 70 persone, a cui si aggiungono le vittime nei naufragi dei giorni scorsi nel canale di Sicilia e nel mar Egeo – scrive la Comunità di Sant’Egidio -, non si può rimanere insensibili, limitandosi ad aggiornare le statistiche sulle tragedie dei viaggi nel Mediterraneo.
È necessario – aggiunge la Comunità – incentivare vie di ingresso regolari, anche per motivi di lavoro, di cui l’Italia ha estremamente bisogno. E per chi fugge dai paesi in guerra attivare modelli che favoriscono l’integrazione, come i corridoi umanitari, che Sant’Egidio porta avanti insieme a diverse realtà da dieci anni e che hanno consentito di far giungere in sicurezza in Europa oltre 8.500 persone”.


È un automatismo quello di ascoltare Trump e di ritornare con il pensiero ad Alberto Sordi, il quale, al domestico Ricciotto che gli svela di non essere Gasperino carbonaro ma il marchese Onofrio del Grillo, dice “ma che … stai a di’!?”. In effetti, il suo discorso alla nazione sulla guerra contro l’Iran, pronunciato alla Casa Bianca il 2 aprile, è stato tutta una serie di oscillazioni, fra il magniloquio e lo sproloquio, fra lo stoltiloquio e il vaniloquio. Parla tanto, molto più di tutti gli altri capi di stato del mondo: oltre a intervenire sul suo social media Truth continuamente e incessantemente, parla più volte al giorno con i giornalisti, anzitutto quelli che non fanno troppe domande e non fanno domande scomode. È chiaro che i suoi comportamenti e i suoi pensieri sono contrassegnati da una costante ricerca di attenzioni, approvazioni e sostegno degli altri. Parlare senza dire niente non può essere una strategia tollerabile quando si è il capo di una potenza mondiale, anzitutto in tempo di guerra. Quando la Casa Bianca ha preannunciato che avrebbe rivolto un discorso alla nazione, nessuno prevedeva cosa avrebbe detto, ma la formalità dell’evento era così inconsueta che tutti si aspettavano un annuncio importante, persino lo stop alla guerra in Iran. Ha parlato per diciannove minuti e ha cercato di dare un fine una guerra che, in realtà, fine ancora non ha. Ha detto che è l’epilogo è vicino, che l’Iran sta per piegarsi, che basteranno ‘due o tre settimane’ di colpi per raggiungere gli obiettivi (ma quali?). Il tono è stato sempre quello della abituale sicumera, quasi della conclusione imminente dei combattimenti. Ma più che le parole, ancora una volta, pesano le omissioni, anzitutto pesa la distanza fra ciò che Trump racconta e ciò che gli americani percepiscono. Ha insistito sulla necessità della guerra, l’ha presentata come ‘un investimento per proteggere i bambini americani’, come se fosse una tappa obbligatoria verso un avvenire più sereno. È mancato, però, il punto centrale, cioè quello che avrebbe potuto realmente rassicurare: una via di uscita attendibile, una soluzione credibile. Per l’ennesima volta, Trump è stato vago sulla conclusione di un conflitto i cui obiettivi non sono mai stati spiegati nelle decine di dichiarazioni rilasciate dopo l’inizio dei combattimenti, fra l’altro cambiando di continuo. Contro ogni evidenza, ha ancora asserito che il regime iraniano è stato rovesciato: il governo di Teheran è stato sì decapitato, ma il resto dell’apparato è tuttora in funzione. Nessun colloquio, nessun negoziato, nessuna trattativa, nessuna controparte, nessun interlocutore, nessuno schema diplomatico: solo la promessa che si andrà avanti ‘finché gli obiettivi (richiedo, quali?) non saranno completamente raggiunti’. Un frasario più o meno esplicito per mettere in evidenza il serio rischio che anche questa diventi un’altra guerra senza fine, come tante nel passato. Nel frattempo, la realtà si muove su un piano molto più concreto. Un aereo F-15E è stato abbattuto nello spazio aereo iraniano, con uno dei due militari a bordo tratto in salvo mentre le ricerche per il secondo sono tuttora in corso; un altro, un A-10 Thunderbolt, è stato colpito nel Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz resta ancora bloccato, i prezzi della benzina superano la soglia psicologica dei quattro dollari al gallone, le famiglie fanno i conti con una guerra che entra direttamente nelle loro tasche. Trump minimizza, parla di una economia ‘fra le migliori di sempre’ e nega ogni difficoltà di approvvigionamento. Ma la realtà racconta altro: oltre la metà degli americani teme un impatto sulle proprie finanze, e due su tre vogliono che gli Stati Uniti escano dalla guerra, anche a costo di non raggiungere gli scopi. E il divario fra narrazione e realtà si fa più evidente ed è un divario che non si colma con un discorso. Se l’opinione pubblica è scettica, il GOP, il partito repubblicano, è percorso da una tensione più sottile ma similmente significativa: la base, anzitutto quella più legata al mondo MAGA, continua, in larga parte, a sostenere l’azione militare. Ma le crepe si scorgono. C’è chi parla di momento risolutivo, vede una strategia, un finale già scritto, c’è chi sostiene la chiarezza del messaggio e anche la sua funzione verso gli alleati. Poi c’è un’altra America, quella che guarda ai prezzi cresciuti, alle elezioni di metà mandato, al costo della vita, al debito che sfiora i quarantamila miliardi di dollari, al sistema assistenziale e previdenziale, ormai totalmente saltato in aria. È il segnale di una frattura sempre più esplicita fra l’America First promessa e quella praticata. Qualche consigliere, esperto di politica italiana, dovrebbe comunicare a Trump che non sono gli elettori più fedeli a determinare le votazioni, ma quelli autonomi, quelli indipendenti, quelli che da tempo non si recano alle urne, quelli che oscillano, e che oggi in America vedono questa guerra con crescente diffidenza. In questo momento, Trump si ritrova a essere stretto fra due necessità, difficili da contemperare. Da una parte, andare avanti con la guerra, per non apparire debole e per portare a casa un risultato militare. Dall’altra, fermarsi, per evitare che il costo economico e politico eroda ancor più il consenso che si assottiglia sempre più. Nel suo discorso alla nazione ha provato a tenere insieme le due esigenze, ha promesso una conclusione vicina, oltre alla usuale vittoria con tanto di marcia trionfale, però senza puntualizzare per davvero in che modo arrivarci. Per di più, ha promesso un conflitto di breve durata, “due o tre settimane”, contenuto, ben padroneggiato, inevitabile ma indispensabile. Ma chi lo ascolta, gli americani che vivono sulla propria pelle il costo della decisione di far crescere la ricchezza invece di alleggerire la povertà, vede qualcosa di diverso: una guerra senza fine e con un costo che già si fa sentire. Quando una guerra inizia a pesare più nelle tasche che nelle parole, è complicato raccontarla come una vittoria. Per quanto tempo ancora il racconto di Trump reggerà?


Sono giunti gli auguri pasquali di papa Leone XIV per la piccola comunità cristiana di Gaza: a renderlo noto è il parroco latino della parrocchia della Sacra Famiglia, padre Gabriel Romanelli: “Abbiamo ricevuto due messaggi per tutta la comunità – precisa il parroco -. Il primo di Venerdì Santo e il secondo la Domenica di Pasqua. Papa Leone XIV è costantemente in contatto con noi: a volte con messaggi, altre volte chiamandoci e inviandoci la sua benedizione. Sappiamo – ed egli stesso ce lo dice – delle sue continue preghiere per noi e della sua preoccupazione per tutto ciò che sta accadendo. Le sue preghiere e la sua benedizione – conclude il parroco – sono una grande grazia per la nostra comunità”. La piccola comunità cristiana di Gaza, pur tra mille difficoltà, continua a vivere all’interno del compound parrocchiale, servendo anche tante famiglie musulmane in difficoltà. In un’intervista del 3 aprile, padre Romanelli ha ricordato che “durante la guerra abbiamo perso 60 cristiani. Ventitré sono stati uccisi da bombardamenti e cecchini, 23 sono morti per mancanza di cure e 14 per anzianità. Eravamo 1.017 cristiani in tutto, tra cattolici e ortodossi. Adesso siamo poco meno di 600. Questo significa che abbiamo perso circa il 40% della comunità cristiana: più di 350 persone sono partite, soprattutto nei primi mesi della guerra, quando i bombardamenti erano molto forti in città e le frontiere erano ancora aperte. Attualmente in parrocchia ospitiamo ancora un centinaio di sfollati. Di bello – concludeva l’intervista – c’è che papa Leone XIV continua a farci sentire la sua vicinanza con messaggi e chiamate. Segue tutto da vicino”.


“Quanto è importante che questo Vangelo raggiunga soprattutto quanti sono oppressi dalla malvagità, che corrompe la storia e confonde le coscienze!”: così papa Leone XIV al Regina caeli del Lunedì dell’Angelo. Il pontefice ha rivolto un pensiero ai “popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione: Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti”. Leone XIV ha ricordato “con particolare affetto” papa Francesco, “che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore”, invitando a pregare la vergine Maria “perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità”.


“Come ogni anno la festa della Madonna della Camera raggiunge la nostra comunità nel periodo pasquale spingendoci a vivere la testimonianza della vita che sconfigge la testimonianza della vita che sconfigge la morte. La Madonna della Camera solleciti la nostra comunità ad intraprendere itinerari luminosi di pace e disponibilità e ad abbattere i muri della divisione e della discordia”
Così il parroco della chiesa madre intitolata alla SS. Trinità di Roccaforzata, don Giuseppe Mandrillo, annuncia i festeggiamenti patronali in onore della Madonna della Camera che si terranno dal 7 al 9 aprile.
Martedì 7, alle ore 19, la santa messa sarà presieduta da padre Jean Marie Ishara, missionario saveriano; alle ore 19.45, incontro culturale in chiesa madre che sarà tenuto dalla prof.ssa Elena Manigrasso sul tema ‘La visita del vescovo Brancaccio nelle chiese di Carosino e Roccaforzata.
Mercoledì 8 la giornata si aprirà con il giro del complesso bandistico ‘Città di Laterza’ per le vie cittadine; alle ore 19 la santa messa sarà presieduta da don Mimino Damasi, parroco al Rosario di Grottaglie; alle ore 20.30, in piazza, ci sarà il concerto del complesso ‘Libera nos a malo’, cover band di Ligabue.
Giovedì 9, festa della Madonna della Camera, alle ore 7rituale processione dalla chiesa madre al santuario dove alle ore 7.30 celebrerà la santa messa il parroco di Monteparano, don Angelo Pulieri. Alle ore 10.30, in chiesa madre, la solenne celebrazione eucaristica sarà da mons. Filippo Santoro, arcivescovo emerito di Taranto; alle ore 11.30 circa si snoderà la processione per il paese con il simulacro della Madonna mentre in serata alle ore 19 la santa messa in chiesa madre verrà celebrata dal parroco don Giuseppe Mandrillo; alle ore 20.30, in piazza, musica con ‘Party Salento’; alle ore 23.30 spettacolo pirotecnico conclusivo della ditta Lp di Danilo Madio di Bernalda.
La piazza e le principali vie saranno illuminate dalla ditta Memmola di Francavilla Fontana.
Venerdì 10, alle ore 11 messa di ringraziamento in Chiesa madre e alle ore 17 in santuario
Il Santuario della Madonna della Camera si trova a circa 1.5 km dall’abitato, dove sorgeva l’antico villaggio di Mennano. Sull’altare è conservata una parte della parete di un casale su cui era dipinta l’effigie della Madonna con il Bambino, davanti alla quale uomini armati (turchi o albanesi) che si accingevano a compiere saccheggi, trovarono inginocchiati a pregare donne, vecchi, bambini. I malintenzionati però fuggirono davanti allo sguardo della Madonna, diventato severo.
In passato il santuario era metà di scampagnate da parte delle popolazioni dei comuni vicini, che lo raggiungevano a piedi.



Domenica di Pasqua, nella concattedrale ‘Gran Madre di Dio’, a conclusione del Triduo pasquale, l’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha presieduto la santa messa di Pasqua, concelebranti il vicario generale mons. Alessandro Greco, mons. Ciro Marcello Alabrese, mons. Paolo Oliva, mons. Gino Romanazzi, mons. Giovanni Chiloiro e il suo segretario particolare don Luciano Matichecchia. Molti i fedeli presenti, aspersi con l’acqua benedetta all’inizio della liturgia.
Nell’omelia l’arcivescovo ha fatto risuonare l’annuncio della Resurrezione, evidenziando come Cristo Risorto illumina le nostre vite e ci sprona a vivere nella pace e nella vita nuova.
Al termine mons, Miniero ha impartito la benedizione papale con l’indulgenza plenaria.
Il servizio liturgico è stato curato da alcuni ministranti e seminaristi teologi della diocesi mentre i canti sono stati animati dal coro della diocesi ‘San Giovanni Paolo II’ diretto dal m° don Fabio Massimillo e preparato da Emanuele Spagnulo (all’organo, il m° Nunzio Dello Iacovo).





«Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1Cor 15,14): questa affermazione paolina non si presenta come un semplice enunciato dottrinale, ma come il criterio decisivo dell’intera esperienza cristiana. Essa non introduce un tema tra gli altri, bensì dischiude il centro generativo della fede: la Risurrezione di Gesù come evento reale, fondante e normativo, nel quale la storia della Rivelazione raggiunge il suo vertice e, al tempo stesso, si manifesta come rivelazione della storia dell’uomo.
La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto che la Rivelazione non si offre come una sequenza di idee astratte, ma come un dinamismo vivente che culmina nel mistero pasquale. In esso si raccolgono, in unità inseparabile, eventi storici e realtà eterne: incarnazione, morte e risurrezione non sono episodi giustapposti, ma un unico movimento salvifico. Per questo la fede non può fermarsi a un frammento: è chiamata ad accogliere l’intero dinamismo della Pasqua, che la liturgia continuamente restituisce come forma della vita credente.
In tale prospettiva, diventa impossibile parlare della morte senza riferirsi a Cristo. Non come a un esempio tra altri, ma come alla forma originaria e definitiva nella quale la morte stessa viene interpretata. «Fuori di Gesù Cristo, non sappiamo che cosa sia la nostra vita o la nostra morte. Senza Cristo, l’uomo resta consegnato a una comprensione incompiuta del proprio destino: può intuire l’immortalità, desiderare la giustizia, sognare una trasformazione dell’umano, ma tutto rimane sospeso, privo di compimento.
La Risurrezione introduce invece una svolta decisiva. In Cristo, la sfida alla morte non resta un’aspirazione, ma diventa evento. Non si tratta di una sopravvivenza indefinita, né di una semplice prosecuzione dell’esistenza: la Risurrezione è ingresso nella vita definitiva, partecipazione alla vita stessa di Dio. Essa riguarda il corpo, e proprio per questo si iscrive nella storia. Non è un mito, né una proiezione simbolica: è un fatto che esige di essere preso sul serio.
I racconti evangelici, nella loro sobrietà, custodiscono con delicatezza questo carattere. Nessuno descrive l’istante della Risurrezione, il “come”; ciò che viene consegnato alla testimonianza sono i segni: il sepolcro vuoto, l’incontro con il Risorto, il riconoscimento progressivo. Maria di Magdala, i discepoli, Tommaso: ciascuno è condotto, attraverso un itinerario personale, a confessare che Gesù è vivo. Questa stessa sobrietà del racconto custodisce il carattere ineffabile dell’evento: ciò che accade appartiene al mistero di Dio, ma lascia tracce reali nella storia.
Da questo evento prende forma il primo annuncio cristiano. «Se tu confessi con la tua bocca che Gesù è il Signore e credi nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9). È questa la sintesi originaria della fede: una confessione che nasce dall’incontro con il Risorto e coinvolge l’intera esistenza. La Risurrezione diventa così il criterio che orienta la comprensione di Dio, dell’uomo e della storia.
Se Cristo è risorto, allora la morte non è più un limite assoluto, ma un passaggio. Non viene negata nella sua realtà, ma è privata del suo dominio. «Ha ridotto all’impotenza colui che aveva il potere della morte» (Eb 2,14): l’annuncio cristiano afferma che, nell’evento pasquale, il nesso tra peccato e morte è spezzato. Ciò che appariva come destino inevitabile viene trasformato in possibilità di comunione.
Questa trasformazione non è opera umana. L’uomo può sviluppare tecniche, ampliare il proprio dominio sul mondo, ma non può oltrepassare da sé la soglia della morte. La Pasqua di Cristo si presenta allora come un passaggio già aperto, nel quale l’uomo è chiamato a entrare. Non si tratta di evasione dalla storia, ma di suo compimento: il Risorto assume in sé l’intero destino umano e lo conduce alla sua pienezza.
In questo senso, la Risurrezione non riguarda soltanto alcuni testimoni del passato, ma ogni uomo. Essa introduce una nuova contemporaneità: Cristo, vivente, si rende presente a ogni tempo e a ogni luogo. Proprio nella sua singolarità si radica la sua portata universale. Egli è il «Primogenito», il «Principe della vita», colui nel quale la storia stessa trova un nuovo inizio. «Ho le chiavi della morte e degli inferi» (Ap 1,18): questa parola non si limita ad affermare un potere, ma dischiude una relazione, rivelando che nessuna dimensione dell’esistenza umana è estranea alla sua signoria.
Alla luce di ciò, anche la speranza umana assume una configurazione nuova. Le grandi attese dell’umanità – giustizia, vita, compimento – non vengono annullate, ma trovano in Cristo il loro fondamento reale. Senza di lui, esse rischiano di dissolversi in aspirazioni nobili ma inefficaci; con lui, diventano promessa affidabile. La storia non è più un movimento senza via d’uscita, ma un cammino orientato.
Ne consegue anche un rinnovato modo di comprendere la fede. Essa non è evasione dalla realtà, né rifugio davanti alla durezza dell’esistenza. Al contrario, si radica nella realtà più profonda dei fatti. La fede non contraddice l’esperienza sensibile, ma la oltrepassa, portandola al suo compimento. Essa è uno sguardo che riconosce, nei segni della storia, la presenza operante di Dio.
Per questo, la Risurrezione resta oggetto di meditazione inesauribile. Non come tema tra altri, ma come principio che organizza l’intero orizzonte della fede. Essa è insieme evento e promessa: evento che ha avuto luogo nella storia, promessa che orienta il futuro. In essa si manifesta la verità ultima dell’uomo: non destinato al nulla, ma chiamato alla comunione con Dio.
Nel giorno di Pasqua, dunque, la Chiesa non celebra soltanto un ricordo, ma confessa un evento vivo, nel quale tutto trova il suo principio e il suo compimento. E, accogliendo questo annuncio, l’uomo è introdotto in una storia che non termina nella morte, ma si apre alla pienezza della vita.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)

